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Luna piena al perigeo

Luna piena al perigeo

Nuovo appuntamento con il perigeo dell’orbita lunare il 19 febbraio, con il nostro satellite naturale nella sua fase piena alla minima distanza dalla Terra (356.761 km), che fa apparire il disco decisamente più grande. Fenomeno apprezzabile a occhio nudo e preda non solo di astronomi e astrofili, ma di milioni di persone pronte a catturarne l’immagine con i più svariati strumenti ottici e fotografici. Proprio quarant’anni fa Richard Nolle, che in realtà era un astrologo, coniò il termine “superluna”, adottato dai media ma decisamente poco amato dalla comunità scientifica. Martedì 19 febbraio la luna sorge in Italia tra le 17.20 e le 18.00 e apparirà un poco più grande del solito, con il disco maggiorato di circa il 7% rispetto al consueto e il 30% più luminoso. Fenomeno destinato a ripetersi il 19 marzo, ma in questo caso la distanza del perigeo sarà raggiunta un giorno e cinque ore prima della luna piena.

Grazie Opportunity

Grazie Opportunity

A otto mesi dall’interruzione delle comunicazioni, a causa di una violenta tempesta di sabbia sulla superficie di Marte il 10 giugno 2018, la NASA ha dichiarato terminata ufficialmente la missione, incredibilmente lunga, del rover Opportunity. La decisione è stata assunta dal team di gestione della missione al JPL di Pasadena che ha eseguito un migliaio di tentativi per ripristinare il contatto. La missione di Opportunity resterà nella storia dell’esplorazione del sistema solare. Lanciato il 7 luglio 2003 e atterrato sul Pianeta Rosso il 25 gennaio 2004, 20 giorni dopo il gemello Spirit rimasto attivo fino al 2010 e che ha lasciato tracce per 8 km, il rover Opportunity avrebbe dovuto funzionare per soli 90 giorni e percorrere perlomeno un chilometro. Invece la sua missione è durata 15 anni e si è spostato lungo 45 chilometri. Il record di spostamento giornaliero è stato di 220 metri. Opportunity ha inviato sulla Terra oltre 217 mila fotografie, di cui 15 panoramiche a colori a 360°. I suoi strumenti hanno eseguito 72 campionamenti, con analisi microscopiche che spettrografiche di rocce e terreno marziato, rilevando la presenza di ematite, minerale associato alla presenza di acqua, e facendo supporre che il cratere Endeavour fosse in epoche remote un lago di acqua.

Rosalind Franklin per Exomars

Rosalind Franklin per Exomars

Il rover di ExoMars, destinato a cercare tracce di vita su Marte, si chiamerà Rosalind Franklin, dal nome della grande scienziata che ha scoperto la doppia elica del Dna, Lo ha annunciato oggi l’Agenzia Spaziale Europea, che ha selezionato il nome tra oltre 36mila proposte inviate dai cittadini di tutti gli stati membri dell’Esa, rispondendo a un concorso lanciato a luglio dall’agenzia spaziale inglese. “È una scelta che rende onore a Rosalind Franklin – dichiara Raffaele Mugnuolo dell’Unità Esplorazione e Osservazione dell’Universo dell’Agenzia Spaziale Italiana – e che condivido pienamente anche perché valorizza un’importante figura femminile della scienza moderna. Rosalind Franklin lascerà le sue impronte all’inizio del 2021 in Oxia Planum, il sito di landing scelto dalla comunità scientifica di ExoMars a fine anno scorso. Il mio augurio per il rover è che possa scrivere una pagina importante della storia dell’esplosione di Marte.” Rosalind, che partirà a bordo di ExoMars nel 2020, effettuerà analisi geologiche e biochimiche del suolo marziano utilizzando un trapano costruito in Italia in grado di perforare la superficie del pianeta rosso fino a due metri di profondità. Obiettivo del rover europeo, le cui operazioni saranno guidate dal centro di controllo Rocc sito a Torino, sarà indagare la presenza di eventuali condizioni favorevoli alla vita. La presenza di acqua liquida su Marte è nota da tempo agli scienziati, e la conferma definitiva è arrivata la scorsa estate con le osservazioni del radar italiano Marsis a bordo della sonda MarsExpress, che ha scoperto un lago salmastro sotterraneo nei meandri del mondo rosso. Una ragione in più per credere che l’abitabilità marziana, sia essa passata o presente, vada cercata nel sottosuolo marziano. La trivella made in Italy, progettata e realizzata da Leonardo-Finmeccanica, preleverà campioni di suolo marziano per analizzarne la composizione, proprio a caccia dei “mattoni” della vita. Per questo dedicare la missione alla pioniera del Dna è parso agli esperti dell’ESA particolarmente azzeccato. “Questo nome – afferma direttore generale dell’Esa Jan Woerner – ci ricorda che la tendenza all’esplorazione è insita nei geni dell’uomo.”

“Abbiamo appreso con soddisfazione – commenta Piero Benvenuti, Commissario straordinario dell’Agenzia spaziale italiana – che il rover di ExoMars 2020 avrà il nome di Rosalind Franklin, la grande scienziata che per prima ha scoperto la doppia elica del Dna. Il rover sarà montato sulla missione ExoMars 2020, che verrà lanciata nel 2020. È una missione che ha molto di Italia a bordo: avrà un trapano che potrà perforare la superficie marziana fino a due metri di profondità e analizzare il materiale che da lì verrà estratto. Ecco il motivo per il quale è stato dato questo nome: perché cercheremo tracce di eventuale evoluzione biologica nella superficie di Marte.”

 

Operativa Iridium® NEXT

Operativa Iridium® NEXT

Impression

La costellazione Iridium NEXT, sviluppata e realizzata da Thales Alenia Space, è ora interamente operativa. A seguito degli 8 lanci effettuati con successo tra il gennaio 2017 e il gennaio 2019, 75 satelliti Iridium NEXT sono stati tutti dispiegati a orbita terrestre bassa. Più nello specifico, la costellazione opera con 66 satelliti a un’altitudine di 780 chilometri, organizzata in sei piani orbitali, ognuno formato da 11 satelliti l’uno, oltre a nove satelliti di riserva in orbita e sei ulteriori satelliti di riserva a terra. Il contratto per la realizzazione della costellazione Iridium ha un valore di 2,2 miliardi di dollari, pari a 1.7 miliardi di euro. La sfida principale per Thales Alenia Space è stata quella di dispiegare un sistema satellitare completo e complesso end-to-end pronto all’uso, assicurando al contempo compatibilità tra le generazioni precedenti e attuali di satelliti Iridium. Questa è la prima volta che un operatore e un costruttore hanno lavorato fianco a fianco per sostituire una costellazione completa di 66 satelliti, uno per uno, senza alcuna interruzione di servizio per gli utenti. La costellazione Iridium NEXT rappresenta l’avanguardia del presente in termini di tecnologia e flessibilità. È caratterizzata dalla copertura globale e dalla sua indipendenza dal segmento di terra locale, in quanto ogni satellite è collegato ai quattro satelliti più prossimi: quello anteriore, posteriore, a sinistra e a destra. Indipendentemente da dove gli utenti si trovino sulla Terra, in mare o in volo, Iridium fornisce la copertura che permette loro di comunicare. Questo genere di accesso diretto al satellite, sia per ragioni di trasmissione o ricezione, significa che sono disponibili comunicazioni affidabili, anche in caso di disastri naturali o conflitto, in zone isolate, o per fornire comunicazioni sicure protette da intrusioni e pirateria.

Super-terre gemelle

Super-terre gemelle

Hanno più o meno la stessa dimensione, circa una volta e mezza il raggio della Terra, ma una eccezionale diversità nella densità media e dunque nella composizione chimica. Sono gli esopianeti Kepler-107b e Kepler-107c, due super-terre calde che hanno masse rispettivamente di circa tre e nove masse terresti e orbitano attorno alla loro stella a distanze molto ravvicinate da essa: 6,7 e 9 milioni di chilometri rispettivamente, cioè il 4,5% e il 6% della distanza Terra-Sole. A caratterizzarle è stato un team internazionale di ricercatori guidati da Aldo Bonomo dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) a Torino, grazie ai dati raccolti dallo spettrografo HARPS-N installato al Telescopio Nazionale Galileo sulle Isole Canarie. Lo studio ha mostrato che la super-terra più massiva e densa Kepler-107c contiene nel suo nucleo una frazione in massa di ferro che è almeno il doppio della sua “gemella” Kepler-107b. Tale diversità in composizione può essere spiegata ipotizzando che la super-terra Kepler-107c, poco dopo la sua formazione, abbia subìto un impatto frontale ad elevata velocità con un protopianeta della stessa massa o più collisioni con protopianeti di massa inferiore. Questi impatti avrebbero squarciato il suo mantello roccioso di silicati (composti del silicio, ossigeno e magnesio o altri metalli) riducendone l’abbondanza rispetto al ferro e rendendo così la super-terra Kepler-107c più densa.

Collisioni giganti fra protopianeti si sono verificate nel Sistema solare e hanno verosimilmente dato origine al sistema Terra-Luna, dopo l’impatto del nostro pianeta con un protopianeta delle dimensioni di Marte, all’elevata obliquità dell’orbita di Urano e alla composizione ricca di ferro di Mercurio. “È però la prima volta che, con ogni probabilità, ne vediamo gli effetti in un sistema planetario extrasolare”, afferma Bonomo, primo autore dell’articolo della scoperta pubblicato sulla rivista Nature Astronomy. “Solo con lo scenario di un impatto fra protopianeti riusciamo a spiegare il fatto che le due super-terre Kepler-107b e c abbiano essenzialmente la stessa dimensione ma composizioni così diverse. Ne siamo rimasti sorpresi”. Le due super-terre fanno parte del sistema planetario Kepler-107 che contiene altri due pianeti di piccola taglia: Kepler-107d e Kepler-107e. Si tratta di un sistema planetario estremamente compatto perché le orbite dei suoi quattro pianeti sono vicine fra loro e tutte contenute dentro quella di Mercurio. I periodi orbitali dei pianeti b, c, d ed e, e cioè le durate del loro “anno”, sono rispettivamente pari a 3.2, 4.9, 8.0 e 14.7 giorni. Secondo modelli di dinamica planetaria, la configurazione orbitale dei pianeti implica che questi si siano formati molto più lontano dalla loro stella rispetto alle orbite attuali e siano successivamente migrati verso di essa. I quattro pianeti del sistema Kepler-107 erano già stati scoperti dal telescopio della NASA Kepler grazie all’osservazione dei loro transiti, ovvero delle diminuzioni di luce stellare durante il passaggio dei pianeti davanti alla stella, il che dà anche un’informazione sulla dimensione dei pianeti stessi.

(nell’immagine: rappresentazione artistica dell’impatto gigante sull’esopianeta Kepler-107c. L’immagine è stata riadattata partendo da quella realizzata da NASA/JPL-Caltech)