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Modulo ESA per Orion

Modulo ESA per Orion

L’Agenzia Spaziale Europea e Airbus Defence and Space hanno firmato con la NASA un accordo per la fornitura di un terzo modulo di servizio per la navetta Orion nell’ambito della missione Artemis-3.  L’ESA ha già un accordo per la fornitura di due European Service Module progettati per  Orion, in grado di fornire agli astronauti energia, acqua, aria ed elettricità. L’Italia attraverso Thales Alenia Space, che ha realizzato la struttura del modulo negli stabilimenti di Torino. Il primo modulo è già stato inviato alla Nasa, mentre il secondo, si trova presso gli stabilimenti di Airbus Space Defence di Brema, in attesa di essere spedito negli Stati Uniti nel 2020. La missione Artemis-3 partirà a bordo dello Space Launch System, il razzo Nasa designato per le missioni verso la Luna. Quattro astronauti viaggeranno a bordo della capsula Orion per poi giungere in orbita lunare per agganciarsi al Lunar Gateway, la stazione spaziale cislunare. Da lì due astronauti scenderanno verso il polo sud della Luna con un lander, per sondare la consistenza del ghiaccio presente sulla superficie selenita e già rilevato dalla sonda Lunar Reconnaissance Orbiter. Nico Dettmann, responsabile presso lo Human and Robotic Exploration dell’ESA, definisce l’apporto tecnologico legato alla fornitura del modulo di servizio “fondamentale per il ritorno dell’uomo sulla Luna”.

Flyeye contro il rischio asteroidi

Flyeye contro il rischio asteroidi

Sarà il Monte Mufara, 1.865 di altezza nella catena delle Madonie, l’avamposto a difesa del rischio asteroidi. Sulla sua cima sarà collocato Flyeye, telescopio europeo frutto della collaborazione tra ESA, ASI e Ohb Italia che lo ha realizzato negli stabilimenti di Turate in provincia di Como, primo strumento al mondo dotato di un “occhio composito”, simile a quello di una mosca. Una tecnica brevettata da Roberto Ragazzoni dell’Istituto nazionale di astrofisica Alto e due tecnici di OhB Italia, Marco Chiarini e Lorenzo Cibin.  Alto sei metri e mezzo, largo quattro e pesante 24 tonnellate, Flyeye consentirà di scoprire asteroidi fino a 40 metri di diametro con un anticipo di almeno tre settimane prima che impattino contro l’atmosfera terrestre, come ha sottolineato Ian Carnelli, responsabile del programma General Studies dell’Agenzia Spaziale Europea.

Flyeye è considerato il telescopio ideale perché la sua configurazione “a occhio di mosca” è la più adatta per tenere sott’occhio una porzione di cielo estremamente ampia e accorgersi al volo se viene attraversata da piccoli oggetti che sfrecciano rapidissimi – come appunto asteroidi o detriti spaziali – come ha spiegato Regazzoni. «Al centro c’è uno specchio principale sferico, e tutt’attorno – come fossero i fotorecettori di una mosca – un insieme di 16 piccoli specchietti secondari, che a loro volta riflettono la luce verso altrettante fotocamere. Il sistema ideale per coniugare un’altissima velocità di risposta e un grande campo di vista».

Flyeye servirà a prevenire eventi come quello accaduto a Chelyabinsk il 15 febbraio 2013, quando la caduta di un asteroide causò il ferimento di centinaia di persone, per lo più a causa dei vetri andati in frantumi, ma che avrebbe potuto avere conseguenze ben più gravi.

Il sito nel Parco delle Madonie è stato scelto dall’Esa sostanzialmente perché caratterizzato da una percentuale di notti con cielo limpido del 58 per cento, tra i valori migliori di Italia, e il livello di luminosità del cielo più basso tra tutti i siti confrontati.

Il Flyeye sarà completamente dedicato alla ricerca di oggetti celesti che passano vicino alla Terra e, per farlo, dovrà scandire quanto più cielo possibile ogni notte.

(credit foto : ESA)

Primo fallimento per Vega

Primo fallimento per Vega

Primo fallimento per il piccolo lanciatore europeo Vega. La quindicesima missione, iniziata alle 1:53 della scorsa notte dallo spazioporto di Kourou, in Guyana Francese, sotto l’egida di Arianespace, si è interrotta due minuti circa dopo la partenza per un’anomalia di funzionamento in fase di spinta del secondo stadio Zefiro 23 del vettore, che ha abortito la sua traiettoria di salita quando si trovava a un’altezza di 61 km ed è precipitato in oceano Atlantico al largo della costa. Vega 15 avrebbe dovuto posizionare in orbita a 611 km di quota il suo carico di 1,2 tonnellate, il satellite Falcon Eye degli Emirati Arabi Uniti, realizzato da Airbus Space and Defense e Thales Alenia Space, destinato alla raccolta di informazioni mediante analisi di immagini. Il lancio, inzialmente previsto il 4 luglio, aveva subito due rinvii a causa di condizioni meteo avverse in Guyana Francese. Vega, acronimo di Vettore Europeo di Generazione Avanzata, frutto della collaborazione tra Agenzia Spaziale Europea e Agenzia Spaziale Italiana, è stato progettato e costruito da Avio e ha iniziato la sua vita operativa nel 2012. Il 21 marzo scorso il satellite Prisma dell’Agenzia Spaziale Italiana era stato lanciato con successo con Vega. Dopo questo primo fallimento, nel centro di controllo dello spazioporto di Kourou è iniziata la raccolta dei dati telemetrici della fase di lancio che dovranno aiutare a definire la causa del malfunzionamento del secondo stadio Zefiro 23, motore a combustibile solido progettato per entrare in azione dopo 107 secondi dal decollo e di spingere il Vega da 44 a 150 km di distanza dalla terra in 80 secondi.

L’era dei minisatelliti

L’era dei minisatelliti

Informazioni satellitari sempre più precise e nuovi servizi di osservazione della Terra saranno presto disponibili, grazie a mini veicoli aerospaziali in materiale innovativo (meno di 500 chili di peso), dotati di sistemi propulsivi all’avanguardia che consentono di operare in orbite basse. È l’obiettivo del progetto “Close to the Earth” co-finanziato dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca con oltre 9 milioni di euro che coinvolge ENEA nell’ambito del Distretto Tecnologico Aerospaziale di Brindisi (DTA).

“In orbite basse l’attrito atmosferico impone un utilizzo maggiore dei propulsori e ciò comporta un consumo più elevato di propellente, ma grazie alla nuova tecnologia di propulsione elettrica air-breathing, che sfrutta i gas presenti nell’atmosfera, sarà possibile far orbitare i satelliti entro i 250 km dalla Terra, senza bisogno di propellente a bordo”, spiega la ricercatrice ENEA Antonella Rizzo, responsabile scientifico del progetto. Nell’ambito del progetto spetteranno all’ENEA la realizzazione di rivestimenti, anche multistrato, tramite un processo innovativo di deposizione mediante evaporazione (Physical Vapour Deposition), in grado di proteggere i componenti plastici o metallici dei veicoli dalla degradazione al contatto con l’ossigeno atomico. Questi materiali innovativi verranno testati in uno speciale laboratorio dove sarà ricostruito l’ambiente atmosferico delle orbite spaziali molto vicine alla Terra: un vero e proprio simulatore in grado di riprodurre le condizioni dello spazio in termini di pressione (fino a 10-7 mbar) e temperatura (dai 180 °C del lato terrestre irraggiato dal Sole ai – 180 °C di quello in ombra). I ricercatori del Centro Ricerche ENEA di Brindisi saranno impegnati inoltre nello studio di trattamenti superficiali innovativi in grado di modificare le proprietà termo-ottiche di alcune parti del satellite che consentiranno di convertire il calore di scarto in energia elettrica.“L’esperienza pluriennale nel campo dei rivestimenti funzionali e protettivi dei laboratori del Centro ENEA di Brindisi e l’integrazione delle conoscenze e competenze scientifiche, accademiche ed industriali sperimentata con successo in altri progetti di ricerca, permetterà di consolidare il ruolo dell’ENEA come socio del DTA all’interno del comparto aerospaziale pugliese”, aggiunge Antonella Rizzo. “Riteniamo inoltre che i nuovi strumenti di osservazione della Terra a quote così basse e con lunghe vite operative daranno un grosso impulso ai servizi satellitari quali ad esempio il monitoraggio ambientale, aprendo la strada a nuovi settori applicativi”, conclude Rizzo. Oltre all’ENEA e aziende del settore come GAP e IMT, partecipano al progetto in ambito DTA le Università di Bari e del Salento, CNR, Sitael, Planetek, Enginsoft e Blackshape.

Luca Parmitano presenta Beyond

Luca Parmitano presenta Beyond

Sei mesi e mezzo di permanenza sulla stazione spaziale internazionale per la missione Beyond, la seconda di lunga durata di cui sarà protagonista Luca Parmitano, 43enne astronauta italiano dell’Agenzia Spaziale Europea, che avrà il privilegio di rivestire il ruolo di comandante. Lancio programmato per il 20 luglio, giorno del cinquantesimo anniversario del primo sbarco umano sulla Luna. Una data simbolica, che prefigura un’ambizione e un traguardo da raggiungere attraverso una serie di esperimenti fondamentali per studiare la risposta fisiologica dell’organismo quando sottoposto per lungo periodo alle condizioni di assenza di gravità. L’obiettivo è affinare le conoscenze per preparare le future missioni verso Luna e Marte e nel contempo ottenere riscontri utili a curare malattie di tipo debilitante e degenerative sulla Terra. Compito estremamente impegnativo, che richiede il continuo affinamento della preparazione a cui Luca Parmitano è atteso e che gli ha permesso di tenere sabato 11 maggio nel centro Esrin dell’ESA a Frascati la sola e ultima uscita pubblica prima della partenza. Primo italiano a effettuare una attività extraveicolare nel corso della precedente missione Volare, la seconda volta con qualche rischio dovuto al malfunzionamento di una pompa all’interno della tuta e superato grazie alla freddezza messo in atto nelle fasi critiche, Luca Parmitano potrebbe essere chiamato a svolgere una o forse due delle cinque cosiddette passeggiate previste all’esterno della stazione orbitale. Si svolgeranno all’inizio e verso la finale della spedizione e si rendono necessarie in parte per sostituire le batterie con altre di nuova generazione è più efficienti. Una delle mansioni più delicate attiene alla riconfigurazione dell’esperimento internazionale Ams (Alpha Magnetic Spectrometer), che dal maggio 2011 è installato all’esterno della Stazione Spaziale a caccia di antimateria e di materia oscura, e a cui l’Italia contribuisce con Asi e Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. Parmitano ha imparato a manipolare lo strumento, facendo attenzione a non disperdere componenti che diventerebbero detriti spaziali. Un tipo di attività paragonale, se non addirittura più complessa risorto a quelle che hanno riguardato il telescopio spaziale Hubble.
Alla presenza del direttore generale dell’Esa Jan Woerner, del direttore dell’Esrin e delle attività di Osservazione della Terra Josef Aschbacher, xdl direttore del Volo umano e robotico dell’Esa David Parker e del neopresidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, Giorgio Saccoccia, l’astronauta italiano ha illustrato il programma che lo attende nei 200 giorni di missione, dedicati soprattutto ai 20 esperimenti che dovrà svolgere. L’Agenzia Spaziale Italiana ne ha selezionato sei, due dei quali già trasportati a bordo della ISS dalla navetta cargo Cygnus NG-11. Si tratta di NUTRISS, esperimento dell’Università di Trieste realizzato in collaborazione con la Kayser Italia, attraverso il quale si cercherà di mantenere una composizione corporea ideale per l’astronauta evitando l’aumento del rapporto massa grassa/massa magra dovuto all’inattività da microgravità. Con NUTRISS sarà monitorata costantemente, anche pre e post volo, la massa e la composizione corporea di Parmitano. I singoli dati verranno inviati a terra al team scientifico che provvederà a dare ritorni all’astronauta per eventuali correzioni legate all’introito energetico. L’esperimento mira a far luce sulla fisiopatologia dei cambiamenti nella composizione corporea durante il volo spaziale a lungo termine. Questi risultati miglioreranno le prestazioni fisiche e la qualità della vita dell’astronauta durante il volo spaziale e ottimizzeranno le fasi di recupero degli astronauti sulla Terra dopo l’atterraggio. I dati sperimentali ottenuti potrebbero, inoltre, essere usati nella gestione clinica di pazienti immobilizzati malnutriti e/o obesi, migliorando così la qualità della vita umana sulla Terra.

La tutela dell’apparto uditivo in orbita è il focus del secondo esperimento in partenza per la ISS: Acoustic Diagnostics. Guidato dall’università di Tor Vergata di Roma con il supporto del Campus Bio-Medico e di ALTEC, la sperimentazione intende valutare eventuali danni del sistema uditivo confrontando i risultati di numerosi test audiologici effettuati sugli astronauti prima e dopo la missione, e in relazione anche con i test obiettivi dell’udito durante la loro permanenza in orbita. Per questo è stato messo a punto un sistema innovativo per la misura dei prodotti di distorsione otoacustici (DPOAE), che garantisce elevata riproducibilità dei risultati sfruttando un particolare sistema di calibrazione dello stimolo nel canale uditivo e un’elevata risoluzione in frequenza. I risultati dei test permetteranno di evidenziare o di escludere danni all’apparato uditivo, anche di lieve entità e di natura transitoria, associabili alla permanenza nelle condizioni di rumore e microgravità caratteristiche della ISS, con evidenti implicazioni sulla progettazione di future missioni di lunga durata dedicate all’esplorazione del Sistema Solare. NUTRISS e Acoustic Diagnostics, che richiederanno fino a 30 ore di lavoro e 14 sessioni sperimentali, sono sviluppati da ASI per la prima volta nell’ambito di un accordo di cooperazione per l’utilizzo nazionale delle risorse ESA a bordo della Stazione Spaziale. Per l’integrazione degli esperimenti e le operazioni in orbita ASI è supportata da un team industriale composto da ARGOTEC e Telespazio.

 

Spazio ai privati: l’ora di Bezos

Spazio ai privati: l’ora di Bezos

“È ora di tornare sulla luna, questa volta per restare”. La frase, pronunciata da Jeffrey Preston Bezos, fondatore, presidente e amministratore delegato di Amazon, è già diventata sinonimo di un must riferita alla nuova frontiera dello spazio aperta dai privati. Se Elon Musk punta decisamente a Marte, impresa che riveste una sfida scientifica per gli sviluppi tecnologici che l’accompagnano, il ritorno sulla Luna proposto da Bezos è sorretto anche da una visione più commerciale ma non per questo meno affascinante e concreta. Avere svelato le caratteristiche del lander “Blue Moon”, versione moderna del Lem che portò l’uomo sulla Luna mezzo secolo fa, fa di Blue Origin, la società spaziale di Bezos, una seria candidata a centrare l’impresa nel 2024, non in competizione ma in accordo con la NASA che ha indicato questo obiettivo da raggiungere entro un lustro.

Blue Moon, dotato di un motore ad altre prestazioni alimentato a idrogeno e ossigeno liquidi, è stato progettato per trasportare tra 3,6 e 6,5 tonnellate sulla superficie lunare e addirittura fino a quattro rover sul ponte superiore del veicolo che verrebbero calati con piccole gru alla stregua dei sistemi in uso alle navi militari. Utilizzando le celle a combustibile a idrogeno, il veicolo fornirebbe “kilowatt di potenza” ai suoi carichi utili e consentirebbe lunghe missioni che potrebbero durare per tutta la notte lunare. Bezos ha annunciato che New Shepard, primo razzo commerciale della sua compagnia, sarà in grado di trasportare nello spazio persone sulle traiettorie suborbitali, mentre il più potente New Glenn potrebbe effettuare il suo primo volo orbitale nel 2021. Lanciato dallo Space Launch Complex 36 di Cape Canaveral in Florida, New Glenn è in grado di trasferire 13 tonnellate in orbita di trasferimento geostazionaria e da lì lanciare il suo lander Blue Moon verso la Luna.

Nei disegni di Bezos, Blue Moon dovrà rappresentare la prima pietra per lo sviluppo di un’infrastruttura permanente sulla Luna, utile sia ad attingere alle risorse presenti sulla superficie selenita, sia per il turismo spaziale ancora più avanzato rispetto ai voli suborbitali terrestri.