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Prima la Luna, poi Marte

Prima la Luna, poi Marte

Il futuro dell’esplorazione spaziale: Luna o Marte? Se n’è parlato a BergamoScienza con due relatori di primo piano del settore spaziale: Roberto Battiston, presidente dell’ASI, e Franco Orgaro, direttore del centro Estec dell’Agenzia Spaziale Europea in Olanda. Un tema quantomai attuale, alla luce degli indicatori che arrivano dagli Stati Uniti. L’ex presidente USA, Barack Obama, nel 2015 aveva chiesto alla NASA di puntare direttamente alla conquista del Pianeta Rosso, con la prospettiva di arrivarci con un equipaggio verso la metà degli anni ’30. Trump ha ripreso il piano del suo predecessore, anteponendo però l’obiettivo del ritorno sulla Luna. Si era già detto in passato che la strada più breve per arrivare su Marte fosse andare sulla Luna.

“Il nostro satellite naturale, con una gravità pari a 1/6 di quella terrestre e assenza di atmosfera, rende più semplice il lancio dei veicoli spaziali – ha osservato Battiston – Quindi, l’idea di realizzare una base lunare ha una sua ragionevolezza ma ciò richiede lo sviluppo di una catena industriale e tecnologica. Vivere sulla Luna è più complesso, ma certamente la sua vicinanza rappresenta un vantaggio. Auspico che si continui a guardare verso Marte, ma un passo intermedio sulla Luna potrebbe aiutare”.

Secondo Ongaro, Luna e Marte sono i soli due posti dove possiamo andare nel futuro prevedibile. “Stiamo reimparando a fare i nostri passi fuori dall’orbita bassa. L’esplorazione è una sfida globale, alla quale partecipano tutti i Paesi più importanti. L’ESA è protagonista del ritorno sulla Luna. Stiamo producendo il modulo di servizio per la capsula che porterà gli astronauti intorno alla Luna. La missione Orion avverrà tra il 2020 e 2021, con la prospettiva poi di creare una infrastruttura permanente. E’ finito il tempo della corsa allo spazio – ha aggiunto Ongaro – i programmi futuri saranno frutto di sempre più ampia collaborazione”. La missione Exomars sarà propedeutica allo studio del sottosuolo marziano, il passo successivo sarà riportare sulla Terra campioni di Marte con una sonda automatica. Ma andare e tornare sulla Luna richiede tre giorni, su Marte non meno di due anni. Tuttavia, non avrebbe senso tornare sulla Luna, se non fosse un passo verso l’esplorazione di Marte.

“ Si sta discutendo in che modo tornare sulla Luna – ha spiegato Battiston – Una colonia lunare richiede una protezione dalle radiazioni cosmiche efficace. Gli astronauti delle missioni Apollo sono stati esposti per un periodo limitato. Dovremmo costruire ambienti confinati. Viceversa sulla Luna possiamo telecomandare con grande facilità gli strumenti robotici. In questo senso, la tecnologia che ne deriverebbe appare interessante. Potrebbero essere proprio i robot a preparare uno habitat per consentire all’uomo di vivere e lavorare sulla Luna. Su Marte i robot devono essere preprogrammati, ecco perché dobbiamo arrivarci con equipaggi”.

Intanto a Colonia si sta studiando il Moon Village. Ma non è solo questione di tecnologia, contano anche e soprattutto gli aspetti logistici e psicologici. Ongaro ha osservato come un uomo sulla Terra consumi mediamente 25 litri di acqua al giorno, sulla stazione spaziale internazione ne servono 5 al giorno a persona, sulla Luna dobbiamo provvedere a riciclarla integralmente per garantirne il fabbisogno. Abbiamo messo astronauti per 500 giorni in isolamento per studiare anche gli effetti psicologici. Quando siamo sulla Luna vediamo la Terra, da Marte è un puntino lontano. Dobbiamo capire che tipo di equipaggio dobbiamo mettere insieme per affrontare i lunghi viaggi”.

Ci sono poi gli aspetti geopolitici che riguardano anche l’ambiente extraterrestre. Russia e Cina guardano alla Luna anche per estrarre elio-3, combustibile da utilizzare per i futuri reattori nucleari. Battiston ha ricordato che ci sono Paesi che hanno già legiferato allo scopo di stabilire a chi appartengono le risorse di un corpo planetario esterno. Sulla Terra l’Antartide è stato diviso tra una ventina di nazioni. La questione è all’attenzione degli organi politici internazionali. Non dobbiamo avere paura di utilizzo di risorse prelevate da corpi esterni. Prim’ancora di portarle sulla Terra, si tratta di andarle a sfruttare localmente. Gli asteroidi, per esempio, potrebbero essere visti come preziose miniere o addirittura distributori di propellente”. Le idee innovative nello spazio non mancano. Chi ha avuto l’idea di lanciare dalla ISS i cubesat, ha proposto di compattare i rifiuti di bordo per farli bruciare in atmosfera senza sacrificare le navette cargo.

Ongaro ha invitato a rendersi conto che lo Spazio non è un posto dove si facile vivere. “Abbiamo necessità di sviluppare tecnologica estremamente affidabili, sistemi in grado di autoripararsi, dobbiamo alleggerire al massimo ciò che lanciamo. L’innovazione tecnologica spaziale rappresenta lo sviluppo di soluzioni radicalmente diverse, perché devono funzionare affidabilmente e, per esempiom compensare la differenza di temperatura che si crea in un satellite. Ovvio che tutto ciò ha ricadute tecnologiche nella quotidianità”.

C’è poi il ruolo dei privati. Elon Musk si è proposto di essere protagonista dello sbarco dell’uomo su Marte. “Su circa 330 miliardi di dollari del fatturato mondiale dello Spazio, il 70% è legato ad applicazioni commerciali – ha sottolineato Battiston – Si tratta di dare valore economico all’esplorazione spaziale. Questa parte non è più solo legata alla scienza, al sogno e alla geopolitica. Musk e gli altri arrivano per lo più dal mondo dell’informatica, si sono accorti che lo Spazio è una opportunità per mettere in moto un meccanismo commerciale. Ha creato Space X, riuscendo a recuperare il primo stadio di un razzo vettore. Il 12 ottobre, per la prima volta, ha recuperato per la terza volta il primo stadio del Falcon 9. L’approccio di Musk rimette in proporzione il propulsore con ciò che viene lanciato. Si sta creando una new space economy, espressione di una capacità imprenditoriale innovativa che vede protagonisti i privati”.

L’Agenzia Spaziale Europea, con i suoi 22 Stati membri, è un fattore stabilizzante e un partner molto ricercato dagli altri Paesi impegnati nei programmi spaziali – ha concluso Ongaro – L’esplorazione non è più una gara, ma opportunità di espansione del genere umano. La pianificazione dei futuri programmi spaziali parte dalla cooperazione in atto sulla ISS”.

“Nel panorama spaziale ci sono ormai anche Cina e India – ha aggiunto infine Battiston – E’ necessario una multipolarità scientifica e tecnologica, con una governance coordinata e orientata agli obiettivi. Lo sforzo per andare su Marte è almeno dieci volte superiore a quello sostenuto per la ISS (1.000-1.500 miliardi di dollari/euro)”.

Mattarella chiama AstroPaolo

Mattarella chiama AstroPaolo

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si è messo in collegamento con Paolo Nespoli, astronauta dell’Agenzia spaziale europea che si trova a bordo della Stazione spaziale internazionale dallo scorso 28 luglio per la missione Vita della durata di sei mesi. Dal Quirinale sono arrivati i complimenti per l’astronauta sessantenne, alla sua terza esperienza in orbita dopo le missioni Esperia del 2007 e MagISStra del 2010. Mattarella, che nello studio presidenziale ha avuto al suo fianco Roberto Battiston, presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, si è rivolto a Nespoli, dopo averne ricevuto i saluti, sottolineando come la Stazione spaziale internazionale sia vista in qualche modo come centro del mondo, luogo in cui si effettuano esperimenti di grande importanza nel campo della medicina, biologia e più in generale della tecnologia avanzata. AstroPaolo ha confermato tale asserzione sottolineando come sperimentare e fare ricerca in orbita non sia facile e ci si debba chiedere sempre fin dove abbia senso spingersi. “E’ un lavoro molto complesso, i cui risultati non sempre sono disponibile immediatamente – ha detto Nespoli, mostrando intorno a sé all’interno del modulo europeo Columbus una serra spaziale e i vari rack che ospitano gli esperimenti sulle scienze della vita. “Il nostro lavoro è solo una piccola parte del grande impegno profuso da centri di ricerca e università – ha proseguito Nespoli. Mattarella ha replicato ricordando quanto l’Italia si senta coinvolta in questa missione e richiamando la preziosità degli esperimenti e lo spirito di collaborazione che viene messo in atto nello spazio e che è un esempio importante per le tutte le nazioni della Terra.

“Non potrei essere qui sulla ISS se non ci fossero le agenzie spaziali, in particolare quelle italiana ed europea, e senza l’opera fondamentale di migliaia di persone che supportano la missione – ha detto Nespoli – A noi tocca eseguire la timeline che quotidianamente viene fissata dai responsabili sulla Terra. Riallacciandosi al tema della collaborazione internazionale, AstroPaolo ha aggiunto che “dalla stazione spaziale la Terra appare come una nave in viaggio nell’universo, e l’equipaggio della ISS rappresenta il genere umano ed è un esempio di come tutti insieme si possa arrivare a raggiungere gli obiettivi”. Rispondendo alla richiesta del presidente Mattarella sulla modalità di vita e lavoro a bordo della ISS, Nespoli ha spiegato che l’attività giornaliera viene programmata per essere svolta in modo idoneo in un ambiente ristretto, con 12 ore continue di lavoro che comprendono un paio d’ore da dedicare alla ginnastica attiva, mentre la sera c’è tempo da dedicare ai contatti con la Terra e alla divulgazione. Nespoli ha rimarcato l’importanza della componente educativa associata alla missione spaziale per far capire quando la scienza e la tecnologia siano alla portata di tutti, facendo poi riferimento al logo scelto per la missione Vita, acronimo di Vitalità, Innovazione, Tecnologia e Abilità. In chiusura di collegamento il presidente Mattarella ha chiesto a Paolo Nespoli di scattare una foto dell’Italia dallo spazio. Un desiderio che l’astronauta si è impegnato a esaudire, mostrando la bandiera italiana fluttuante in assenza di gravità e che sarà portata al Quirinale al termine della missione.

 

Cassini abbraccia Saturno

Cassini abbraccia Saturno

La sonda Cassini ha recitato alla perfezione il suo gran finale, tuffandosi nell’atmosfera di Saturno ponendo termine a una missione iniziata il 15 ottobre 1997 e durata 19 anni e 11 mesi. Un ventennio di studi, esplorazione e raccolta di dati e immagini, che ha contribuito ad approfondire la conoscenza del sistema del pianeta degli anelli e proseguirà a rilasciare nuove informazioni grazie alla elaborazione di quanto immagazzinato e trasmesso al team di scienziati e astrofisici. Una missione straordinaria, conclusasi alle ore 13, 55 minuti e 46 secondi (ora italiana) del 15 settembre 2017 quando Cassini ha cessato di inviare il suo segnale verso la Terra. Orbite sempre più radenti hanno portato la sonda a precipitare nell’atmosfera di Saturno, lasciando una lunga scia luminosa simile a una stella cadente. “La missione che si conclude oggi parla molto italiano: sono passati oltre 300 anni dalla scoperta dei satelliti di Saturno da parte di Giovanni Domenico Cassini e oggi una sonda che porta il suo nome si tuffa nell’atmosfera di questo remoto pianeta, dopo averceli fatti conoscere da vicino” ha commentato il presidente dell’INAF Nichi D’Amico. “L’INAF partecipa con quattro membri del Team Scientifico dello spettrometro VIMS e 3 Participating Scientists, tutti dell’Istituto di Astrofisica e Planetologia Spaziali di Roma dell’INAF, che hanno prodotto circa il 20% delle pubblicazioni scientifiche generate dai dati dello strumento, uno dei principali a bordo della sonda. Una grande soddisfazione per il nostro Istituto, viste le sbalorditive scoperte che è stato possibile fare nel corso di questi 10 anni grazie al contributo di VIMS: dimostrare che Phoebe si è formato lontano dal Sole e che Saturno lo ha catturato nelle fasi primordiali del Sistema Solare, dimostrare che i laghi di Titano sono formati da idrocarburi, supporre la presenza di un oceano liquido sotto la crosta ghiacciata di Encelado. Chissà quali altre sorprese ci attendono in questo ultimo tuffo che ci porta un passo più avanti nella comprensione del nostro Universo. Ed è ulteriore motivo di soddisfazione assistere a questo evento con il nostro grande radiotelescopio della Sardegna, appositamente equipaggiato dall’ASI”. Gli fa eco Enrico Flamini, direttore scientifico dell’ASI, al fianco di Battiston al JPL, il quale sottolinea come l’addio a Cassini rappresenti un momento di distacco da un oggetto di straordinario valore scientifico e tecnologico, consapevoli però che il bagaglio di dati fornito durante la missione continuerà ad arricchire il sapere su Saturno e più in generale sul sistema solare. Gli strumenti di Cassini, tra cui gli italiani NIMS e VIMS, hanno funzionato fino a pochi secondi prima che Cassini si dissolvesse nell’atmosfera di Saturno, inviando sulla Terra le immagini conclusive dettagliate e ravvicinate.

“La missione appena conclusasi parla molto italiano: sono passati oltre 300 anni dalla scoperta dei satelliti di Saturno da parte di Giovanni Domenico Cassini e oggi una sonda che porta il suo nome si tuffa nell’atmosfera di questo remoto pianeta, dopo averceli fatti conoscere da vicino” ha commentato il presidente dell’INAF Nichi D’Amico. “L’INAF partecipa con quattro membri del Team Scientifico dello spettrometro VIMS e 3 Participating Scientists, tutti dell’Istituto di Astrofisica e Planetologia Spaziali di Roma dell’INAF, che hanno prodotto circa il 20% delle pubblicazioni scientifiche generate dai dati dello strumento, uno dei principali a bordo della sonda. Una grande soddisfazione per il nostro Istituto, viste le sbalorditive scoperte che è stato possibile fare nel corso di questi 10 anni grazie al contributo di VIMS: dimostrare che Phoebe si è formato lontano dal Sole e che Saturno lo ha catturato nelle fasi primordiali del Sistema Solare, dimostrare che i laghi di Titano sono formati da idrocarburi, supporre la presenza di un oceano liquido sotto la crosta ghiacciata di Encelado. Chissà quali altre sorprese ci attendono in questo ultimo tuffo che ci porta un passo più avanti nella comprensione del nostro Universo. Ed è ulteriore motivo di soddisfazione assistere a questo evento con il nostro grande radiotelescopio della Sardegna, appositamente equipaggiato dall’ASI”.

Il capitolo operativo della sonda Cassini si conclude dopo sette anni di viaggio e tredici di attività, grazie all’estensione di nove anni oltre la vita operativa inizialmente prevista. La sonda ha inviato a terra, attraverso la sua grande antenna di 4 metri di diametro progettata e costruita in Italia dalla Thales Alenia Space, una mole di informazioni che terrà occupati gli scienziati per i prossimi anni per scoprire i dati mancanti sulla formazione di Saturno e sui suoi anelli. L’antenna è stata anche una parte integrante di due strumenti che hanno visto l’ASI e l’università italiana protagonisti, il Radar e la Radioscienza. La bellezza delle immagini ravvicinate degli anelli che circondano Saturno o delle loro ombre proiettate sul Pianeta, è solo una parte degli eccezionali risultati della missione che ci ha svelato la superficie di un mondo prima ignoto. Titano, con i suoi mari di idrocarburi o Encelado, che si credeva fosse un piccolo satellite ghiacciato e poco importante e che si è invece rivelato, con i suoi geiser di acqua che sono l’evidenza di un mare sotterraneo, un mondo dove potrebbero esserci le condizioni per lo sviluppo di forme di vita. Il cammino finale della missione aveva sulla Terra diversi ‘occhi’ attenti a seguirne le ultime tracce. Tra questi, posizionata in provincia di Cagliari, c’è anche la Sardinia Deep Space Antenna (SDSA) dell’Agenzia Spaziale Italiana, ultima arrivata ma tra le più potenti antenne che fanno parte del Deep Space Network. SDSA ha visto il team dell’ASI, ben supportato dai colleghi dell’INAF, equipaggiare in poco tempo, ma in modo adeguato il radiotelescopio per “sentire” le missioni di spazio profondo. Il Sardinia Radio Telescope (SRT) è stato realizzato pochi anni fa dall’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica) in collaborazione con l’Agenzia Spaziale. A salutare il gran finale di Cassini, seguito dalla sede dell’Agenzia Spaziale Italiana, in collegamento sia con il Sardinia Radio Telescope che con la sede di Thales Alenia Space a L’Aquila, presenti anche Luciano Guerriero, primo presidente dell’ASI, e Giancarlo Setti, ex presidente dell’INAF, che furono testimoni dell’avvio della lunga e fortunata missione di esplorazione interplanetaria.

Frutto di una collaborazione iniziata nella seconda metà degli anni ’80 tra la NASA, l’Agenzia Spaziale Europea e l’Agenzia Spaziale Italiana, la sonda Cassini-Huygens fu lanciata da Cape Canaveral il 15 ottobre del 1997 a bordo di un vettore Titan IV- Centaur che la portò, dopo un lungo viaggio con fly-by intorno a Venere, Terra e Giove ad inserirsi in orbita intorno al pianeta degli anelli il 1 luglio del 2004. A Natale dello stesso anno Huygens si distaccò e il 14 gennaio seguente iniziò la discesa, frenata da tre paracaduti in sequenza, tra le nubi di Titano una delle Lune di Saturno (nella foto). Il lander acquisì dati per le due ore e mezzo della discesa ed un’altra mezzora sulla superficie, quanto le batterie di bordo consentirono, ma tanto bastarono per far vedere un mondo mai neppure immaginato dove le rocce sono di ghiaccio e la superficie è formata da una mistura di idrocarburi. Un paio di anni dopo il radar ci mostrò anche l’esistenza di laghi e mari di metano liquido al polo nord. Cassini, la cui operatività era inizialmente prevista essere di 4 anni ha lavorato a una distanza di quasi un miliardo e mezzo di chilometri, il suo segnale radio per giungere sulla Terra ha impiegato mediamente 60 minuti. Cassini-Huygens sarà ricordata come la missione dei primati: 7.9 miliardi di chilometri percorsi in totale; 6 lune di Saturno scoperte, 162 flyby delle lune; oltre 453.000 fotografie scattate; 22 ‘tuffi’ tra gli anelli di Saturno, 2.5 milioni di comandi eseguiti; 294 orbite completate; 635 GB di dati raccolti; 27 nazioni coinvolte nella missione; quasi 4.000 articoli scientifici pubblicati a partire dai dati raccolti. In base ad un accordo di collaborazione con la NASA, l’Agenzia Spaziale Italiana ha sviluppato per Cassini l’antenna ad alto guadagno con incorporata un’antenna a basso guadagno (che hanno assicurato le telecomunicazioni con la Terra per l’intera durata della missione), lo spettrometro VIMS, il sottosistema di radioscienza (RSIS) e il Radar che utilizza anch’esso l’antenna ad alto guadagno. L’ASI ha inoltre sviluppato, per la sonda Huygens, lo strumento HASI che ha misurato le proprietà fisiche dell’atmosfera e della superficie di Titano.

 

 

 

50 anni di Outer Space Treaty

50 anni di Outer Space Treaty

Il 10 Ottobre 2017 si terrà a Roma, con il patrocinio dell’Agenzia Spaziale Europea, una conferenza di celebrazione del 50mo anniversario dell’Outer Space Treaty. La conferenza ha l’obiettivo di sollecitare il governo italiano a svolgere una decisa iniziativa verso le Nazioni Unite e tutte le istituzioni competenti, per la definizione ed il varo di un sistema di diritto spaziale. Il 10 Ottobre 1967 entrava in vigore il “Trattato sui principi che governano le attività degli Stati in materia di esplorazione ed utilizzazione dello spazio extra-atmosferico compresa la Luna e gli altri corpi celesti”, anche detto “Trattato sullo spazio extra-atmosferico” (Outer Space Treaty). È il trattato internazionale che costituisce la struttura giuridica di base del diritto internazionale aerospaziale. Aperto alla sottoscrizione dai tre paesi depositari — Stati Uniti, Regno Unito, ed Unione Sovietica — ad oggi il trattato è stato firmato e ratificato da 107 Paesi, mentre altri 23 Paesi l’hanno sottoscritto ma non ancora ratificato. Tra i principi base, il divieto agli stati firmatari di collocare armi nucleari od ogni altro genere di armi di distruzione di massa nell’orbita terrestre, sulla Luna o su altri corpi celesti, o, comunque, stazionarli nello spazio extra-atmosferico. Il trattato consente l’utilizzo della Luna e degli altri corpi celesti esclusivamente per scopi pacifici, e ne proibisce invece espressamente l’uso per effettuare test su armi di qualunque genere, condurre manovre militari, o stabilire basi, installazioni o fortificazioni militari.

Il trattato, inoltre, e qui entriamo in un’area di interesse crescente ai giorni nostri, proibisce espressamente agli stati firmatari di rivendicare risorse poste nello spazio, quali la Luna, un pianeta o altro corpo celeste, poiché considerate “patrimonio comune dell’umanità”: l’articolo 2 del trattato afferma, infatti, che “lo spazio extra-atmosferico non è soggetto ad appropriazione nazionale né rivendicandone di sovranità, né occupandolo, né con ogni altro mezzo”. Il trattato proibisce di fatto ogni diritto di proprietà privata nello spazio, allo stesso modo in cui il diritto del mare impedisce a chiunque l’appropriazione del mare. L’unico punto del trattato in cui si considerano attività condotte da enti non-governativi nello spazio extra-atmosferico, inclusa la Luna e altri corpi celesti, precisa che qualsiasi attività è soggetta all’autorizzazione ed alla continua supervisione da parte dello stato di appartenenza firmatario del trattato e che gli stati firmatari saranno responsabili, a livello internazionale, per le attività spaziali nazionali condotte sia dagli enti governativi che da quelli non-governativi. Pensando all’epoca in cui è stato concepito, gli anni ’60 del secolo scorso, non ci dobbiamo meravigliare che il trattato consideri quasi esclusivamente gli stati, trascurando quasi completamente le imprese private ed i cittadini. Ma questa normativa si può considerare sufficiente oggi, nell’epoca che vede l’abbattimento del costo del trasporto terra orbita? Inoltre, mi aspetterei come minimo che un sistema di diritto spaziale proibisse l’abbandono di rottami e rifiuti in orbita, considerata da tutti come un’enorme discarica, di cui ci si può totalmente disinteressare… Ma i redattori del trattato sono stati ben attenti, nel 1967, a non scrivere norme che potessero allora suonare “fantascientifiche”! E, del resto, chiunque si accingesse oggi all’opera meritoria di ripulire l’orbita dai rifiuti, incorrerebbe probabilmente in guai legali, visto che il trattato non comprende una norma simile a quella che, nel diritto marittimo, stabilisce il diritto di proprietà per chiunque recuperi un relitto potenzialmente pericoloso per la navigazione. Considerando la negazione della proprietà privata nello spazio extra-atmosferico, compresa la Luna e gli altri corpi celesti, e considerando la forte spinta odierna all’espansione delle attività civili, industriali e commerciali in genere, nelle aree suddette, è più che urgente mettere mano, possibilmente sotto l’egida delle Nazioni Unite, a tutta la normativa, con l’obiettivo di ricavarne un sistema legale consistente e coerente, che permetta alle imprese private, consorzi di ricerca ed esplorazione a fini commerciali, di muoversi nello spazio extra-atmosferico attenendosi a criteri largamente condivisi e rispettosi delle libertà e dei diritti riconosciuti per le attività civili condotte sul suolo e nelle acque terrestri.

Fra le normative più urgenti, l’estensione allo spazio esterno dei diritti umani, così come riconosciuti e codificati dalle Nazioni Unite. Fra i diritti umani si deve considerare il diritto allo sviluppo, riconosciuto dalle Nazioni Unite, come motivazione generale e parte integrante di un programma globale di espansione civile nello spazio esterno. (si veda la Risoluzione sul Diritto allo Sviluppo dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite 41/128 del 4 dicembre 1986). Si dovrebbero garantire la salvaguardia e la protezione della vita e della salute umana e, in generale, la garanzia e la salvaguardia delle condizioni di vita civili, nell’ambiente dello spazio esterno. Il che comporta un’immediata assunzione prioritaria di responsabilità, da parte delle agenzie spaziali e gli enti di ricerca, per quanto riguarda la protezione dalle radiazioni cosmiche, la gravità artificiale e la creazione di ecosistemi artificiali, per riprodurre l’indispensabile ambiente vegetale e faunistico nelle infrastrutture spaziali. Si dovrebbe descrivere ed adottare un concetto di “Libertà dello Spazio”, derivato dal diritto marittimo terrestre (“Libertà dei mari”), e dal diritto dell’aviazione commerciale (“Libertà dell’aria”). Il sistema di diritto spaziale dovrebbe fornire le regole basilari per lo sviluppo di un libero mercato nello spazio esterno, nel pieno rispetto dei diritti umani e delle relative leggi. Si dovrebbe quindi regolamentare lo sfruttamento delle risorse extraterrestri, come le materie prime asteroidee e planetarie, da parte dell’industria privata, ed anche definire le condizioni di rivendicazione ed aggiudicazione di porzioni di suolo extraterrestre, da parte di soggetti privati, cosa che il trattato attualmente in vigore invece proibisce. Si dovrebbe definire la quota soglia (limite dell’atmosfera? Suborbitale? Orbita bassa?), dove terminano i cieli nazionali ed inizia il regime di giurisdizione internazionale dello Spazio Esterno. Il Diritto Spaziale dovrebbe stabilire norme severe per la pulizia e la sicurezza orbitale, sollecitando al contempo la costruzione di una piattaforma internazionale per la rimozione, la mitigazione ed il riutilizzo dei rottami e dei detriti spaziali, che attualmente minacciano l’integrità delle attività orbitali. Si dovrebbe definire una normativa del diritto al recupero e proprietà di relitti e rottami spaziali abbandonati in orbita. Come indirizzo generale a breve e medio termine, l’ONU dovrebbe raccomandare, promuovere e sostenere l’intesa e la collaborazione internazionale tra le agenzie, in particolare l’unificazione degli sforzi per il rapido sviluppo di insediamenti e dell’infrastruttura industriale nello spazio Geo-Lunare e per l’ulteriore esplorazione verso Marte ed i pianeti esterni.

(fonte: Space Renaissance Italia)

NASA e ASI per IXPE

NASA e ASI per IXPE

Siglato all’Air Show di Le Bourget l’accordo tra NASA e Agenzia Spaziale Italiana per la realizzazione del satellite della missione IXPE (Imaging X-ray Polarimetry Explorer), firmato da Roberto Battiston, presidente dell’ASI, e Robert M. Lightfoot Jr, Acting Administrator della NASA. IXPE sarà lanciato nel novembre del 2020 ed effettuerà, per la prima volta e con dettaglio senza precedenti, la misurazione della polarizzazione di sorgenti celesti che emettono raggi X. I dati raccolti in due anni di missione permetteranno di indagare più a fondo la natura delle emissioni X da buchi neri in accrescimento, pulsar e stelle di neutroni in sistemi binari. L’innovazione della missione IXPE, selezionata dalla NASA lo scorso gennaio 2017, è nella strumentazione scientifica, dove è fondamentale il contribuito italiano costituito da tre Gas Pixel Detectors (GPD). Questi rivoluzionari dispositivi sono dei rivelatori per raggi X in grado di effettuare delle misure di polarizzazione combinate con la misura di spettro energetico e la realizzazione di immagini e di curve di luce. Ideatori di questo innovativo rivelatore sono l’’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN). Grazie all’ASI, con la missione IXPE il GPD sarà impiegato, per la prima volta, in un satellite scientifico, ponendo le basi per nuove importanti scoperte nel campo dell’astrofisica delle alte energie. Con questo importante contributo il team scientifico Italiano consolida la leadership nel campo della polarimetria in raggi X. Il team italiano della missione è a guida INAF, con il determinante contributo dell’INFN e la collaborazione dell’Università degli Studi Roma Tre per lo sviluppo teorico.

“Con questo accordo l’Italia conferma il suo ruolo di primo piano nel campo scientifico nello studio delle alte energie”, ha sottolineato Roberto Battiston, presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana “la realizzazione di IXPE è frutto di un grande lavoro di squadra di ASI, dei centri di ricerca di INFN, INAF e dell’intero sistema aerospaziale italiano”.

PRISMA partirà con Vega

PRISMA partirà con Vega

Sarà il lanciatore Vega a portare in orbita il satellite italiano PRISMA. La firma dell’intesa per i servizi di lancio è avvenuta all’aeroporto di Le Bourget durante il Paris Air Show alla presenza di Stéphane Israël, presidente e direttore generale di Arianespace, e dai rappresentanti di OHB Italia, Roberto Aceti, e Leonardo, Marco Stanghini, rispettivamente amministratore delegato e vice presidente senior della “Airborne and Space Systems Division”, e del presidente e del direttore generale dell’Agenzia Spaziale Italiana, Roberto Battiston e Anna Sirica. PRISMA (PRecursore IperSpettrale della Missione Applicativa), il cui lancio è previsto per la metà del 2018, è un sistema di Osservazione della Terra dotato di innovativa strumentazione elettro-ottica composta da un Hyperspectral Imager in grado di acquisire immagini nella banda spettrale da 400 a 2500 nm e da una Camera Pancromatica a media risoluzione.

PRIMA rientra nella gamma deI satelliti ad alta risoluzione spaziale e spettrale, che hanno cambiato il modo di considerare l’ambiente e i fenomeni ambientali, poiché è in grado di distinguere non solo le caratteristiche geometriche degli oggetti osservati, ma anche la composizione chimico-fisica della superficie terrestre. Mentre i sensori ottici passivi satellitari attualmente operativi registrano la radiazione solare riflessa dal nostro pianeta in un numero limitato di bande spettrali – tipicamente al massimo una decina – il sensore a bordo del satellite PRISMA è in grado invece di acquisirne 240 (239 bande spettrali più il canale pancromatico); ciò permetterà di ottenere informazioni al di là della struttura geo-morfologica. Obiettivo della missione PRISMA è quello di fornire informazioni sia di carattere scientifico che di tipo più strettamente applicativo, a supporto per esempio delle attività della protezione civile e delle agenzie di protezione ambientale. Nell’ambito scientifico, PRISMA consentirà di raffinare le conoscenze riguardanti le risorse naturali ed i principali processi ambientali in atto, come i fenomeni legati al cambiamento climatico. PRISMA fornirà informazioni a supporto dello studio dei processi e dei meccanismi di feedback che interconnettono le zone del nostro pianeta, quali l’atmosfera, la biosfera e l’idrosfera; dei cambiamenti dell’ambiente e del clima livello globale; degli effetti delle attività antropiche sugli ecosistemi; della disponibilità delle risorse naturali e della sostenibilità ambientale. Nell’ambito applicativo, PRISMA sarà in grado di fornire preziose informazioni a supporto delle opere di prevenzione rispetto ai rischi naturali (come quello idrogeologico) ed antropici (tra cui l’inquinamento del suolo), del monitoraggio del beni culturali, delle azioni di ausilio alle crisi umanitarie, delle attività agricole e di sfruttamento delle risorse minerarie.

Grande soddisfazione è stata espressa da Roberto Battiston, per l’utilizzo, per il satellite, dei servizi di lancio offerti dal VEGA in quanto “il nostro Paese si è impegnato, in varie sedi istituzionali nazionali ed europee, a supportare una politica a favore dell’utilizzo dei lanciatori europei ed in particolare del VEGA, lanciatore nato in Italia e in seguito fatto proprio dall’Agenzia Spaziale Europea in cui, dal punto di vista industriale, i ruoli chiave sono assunti da società italiane”. Anna Sirica ha ribadito che “con questo contratto si dà il via al completamento della fase realizzativa della missione che permetterà all’Italia, già dall’anno prossimo, la ricezione di preziose informazioni a supporto delle attività di gestione dei rischi naturali e antropici, del monitoraggio e gestione delle risorse agricole e forestali e del controllo delle attività antropiche e di sfruttamento delle risorse minerarie”.