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Saccoccia nuovo presidente ASI

Saccoccia nuovo presidente ASI

Giorgio Saccoccia, 56enne ingegnere aerospaziale, dal 2003 a tutt’oggi responsabile del settore propulsione spaziale dell’ESA-Estec in Olanda, è il nuovo presidente dell’Agenzia spaziale italiana. La sua nomina è stata comunicata al personale in un’audizione pubblica, nell’auditorium Luigi Broglio nella sede di Tor Vergata, dal commissario straordinario Piero Benvenuti, che ha retto le sorti dell’agenzia dopo essere subentrato a Roberto Battiston quando, nel novembre 2018, il ministro Marco Bussetti gli ha revocato l’incarico. Bellunese, laureatosi a Pisa e con un master in Business administration conseguito all’università di Leiden in Olanda, Giorgio Saccoccia era indicato da giorni come il più accreditato alla presidenza dell’ASI ed è stato scelto dal Comitato interministeriale per lo spazio, presieduto da Giancarlo Giorgetti. Lo stesso organismo ha provveduto a nominate tre dei quattro componenti il Consiglio di Amministrazione dell’ASI. Si tratta dell’ex astronauta Maurizio Cheli, espresso dal ministero per lo Sviluppo Economico, di Cristina Celletti, indicata dal ministero degli Affari Esteri; Luisa Riccardi, direttore ricerca e sviluppo tecnologico del segretariato generale della Difesa. Resta da nominare il quarto componente, che dovrà essere indicato dal ministero dell’Economia.

Al via la missione Prisma

Al via la missione Prisma

Il razzo Vega dell’Agenzia Spaziale Europea, progettato e costruito in Italia da Avio, ha messo in orbita il satellite Prisma, acronimo di “PRecursore IperSpettrale della Missione Applicativa”, che condurrà missione prototipale dell’Agenzia spaziale italiana sviluppata per testare tecnologie iperspettrali per l’osservazione della Terra. Il lancio è avvenuto alle 2:50 (ora italiana) della notte tra il 21 e il 22 marzo dallo spazioporto europeo di Kourou, in Guyana Francese, sotto la responsabilità di Arianespace. Una missione che esalta le capacità dell’Italia in campo spaziale, combinando le tecnologie satellitari avanzate con l’affidabilità del lanciatore. Il satellite Prisma, frutto della collaborazione tra imprese italiane, guidate da Ohb Italia, responsabile della missione e della gestione dei tre principali segmenti – terra, volo e lancio – e Leonardo, che ha realizzato la strumentazione elettro-ottica, sarà in grado di monitorare lo stato delle risorse naturali, la qualità dell’aria e i livelli di inquinamento su scala globale da un’orbita di 620 chilometri di quota. Fondamentale, a tale riguardo, la precisione e l’affidabilità di Vega, che a distanza di quatto mesi dall’ultimo lancio ha realizzato con successo la sua 14esima missione, 12 delle quali servite ad avviare missioni dedicate all’osservazione della Terra. Prisma è un satellite innovativo, dotato di una strumentazione elettro-ottica, in grado di lavorare in numerose bande disposte dal visibile al vicino infrarosso, fino all’infrarosso ad onde corte, che permetterà di studiare il nostro pianeta in profondità, riuscendo ad acquisire dati sulla composizione chimica delle aree osservate. A differenza dei sensori ottici passivi satellitari attualmente operativi, che registrano la radiazione solare riflessa dal nostro pianeta in un numero limitato di bande spettrali – solitamente al massimo una decina -, la strumentazione a bordo del satellite è in grado di acquisire 239 bande spettrali, più il canale pancromatico. Di conseguenza, le misurazioni permetteranno agli scienziati di perfezionare le conoscenze riguardanti le risorse naturali e i principali processi ambientali in atto, come i fenomeni legati al cambiamento climatico. Il centro di controllo della missione è stato realizzato da Telespazio mentre l’acquisizione e l’elaborazione dei dati avverrà al Centro Spaziale dell’Agenzia Spaziale Italiana a Matera. Piena conferma anche per il lanciatore Vega, progettato, sviluppato e realizzato da Avio nello stabilimento laziale di Colleferro, in grado di collocare in orbita satelliti di massa fino a 1.500 kg, che dalla sua entrata in servizio nel 2012 ha compiuto 14 lanci, tutti coronati da successo. Nel corso del 2019 è previsto l’arrivo della versione più performante denominata Vega C e, dal 2024 dal Vega E (Evolution), il cui nuovo motore a ossigeno liquido e metano dello stadio superiore, M10, è stato testato con successo nel mese di novembre 2018.

Rinviato lancio di Prisma

Rinviato lancio di Prisma

L’Agenzia Spaziale Italiana ha comunicato che il lancio del razzo VEGA per la messa in orbita del Satellite PRISMA, previsto per il 14 marzo, è stato rinviato di alcuni giorni in attesa del completamento di tutte le procedure di controllo che coinvolgono il team in Guyana (ESA, Cnes, Arianespace e Avio). La decisione nasce nell’interesse della sicurezza e dell’affidabilità del lancio. La nuova data di “partenza” di Vega dal Centro Spaziale di Kourou, nella Guyana francese, è fissata per giovedì 21 marzo, alle 22:50 ora locale, quando in Italia saranno le 1:50 notturne di venerdì 22 marzo. Il satellite italiano PRISMA si trova nella ogiva del razzo vettore VEGA, progettato e costruito in Italia da Avio di Colleferro (RM), che lo posizionerà nella sua orbita operativa prevista. Prisma studierà la Terra dalla quota di 620 km utilizzando un sensore ottico iperspettrale, che può aprire nuovi scenari per il controllo dei processi ambientali del nostro pianeta. Il satellite è stato realizzato da un Raggruppamento Temporaneo di Imprese, guidato da OHB Italia, responsabile della missione e della gestione dei tre principali segmenti (terra, volo e lancio), e Leonardo, che ha realizzato la strumentazione elettro-ottica e lo ha costruito costruito negli stabilimenti fiorentini di Campi Bisenzio. Il centro di controllo della missione è stato realizzato da Telespazio mentre l’acquisizione e l’elaborazione dei dati avverrà dal Centro Spaziale di Matera.

Nasce SKA Observatory

Nasce SKA Observatory

Il Salone dei Ministri del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ha ospitato la cerimonia di firma del Trattato internazionale che istituisce lo SKA Observatory (SKAO), l’organizzazione intergovernativa (IGO) per la supervisione della costruzione del più grande radiotelescopio del mondo. SKAO si appresta così a diventare la seconda organizzazione intergovernativa dedicata all’astronomia nel mondo, dopo l’European Southern Observatory (ESO). I negoziati sono stati guidati dall’Italia, una delle prime Nazioni ad aver preso parte al progetto per la costruzione dello Square Kilometre Array. La Convenzione è stata condivisa dal Ministro Marco Bussetti, in rappresentanza dell’Italia, insieme a rappresentanti di alto livello degli altri sei Paesi membri del progetto: Australia, Cina, Paesi Bassi, Portogallo, Sudafrica e Regno Unito. All’evento erano presenti anche rappresentanti di India, Svezia e Nuova Zelanda, Paesi che hanno partecipato attivamente a tutte le fasi negoziali, oltre che di Canada, Francia, Corea del Sud, Malta, Spagna, Stati Uniti e Svizzera, nazioni interessate al progetto e impegnate a tracciare il percorso per una futura partecipazione allo SKA Observatory. La firma giunge al termine di circa quattro anni di negoziati e accordi e dà il via al processo legislativo nei Paesi firmatari per l’entrata in vigore dello SKA Observatory. Il Trattato – ha sottolineato il ministro Bussetti – rappresenta un momento destinato a segnare la nostra storia presente e futura, la storia della Scienza e della conoscenza dell’Universo. Un momento storico anche per l’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), il cui presidente Nichi D’Amico ha ricordato che l’ente è uno dei pochi al mondo che possiede, al proprio interno, le risorse intellettuali e strumentali per osservare l’Universo a tutte le lunghezze d’onda, da terra e dallo spazio, coprendo l’intero spettro elettromagnetico. La comunità scientifica italiana – ha concluso – avrà, grazie al progetto SKA, uno strumento formidabile per spingersi ancora più lontano nello studio del cosmo”. “Come il telescopio di Galileo a suo tempo, SKA rivoluzionerà la nostra comprensione del mondo che ci circonda” – ha aggiunto Philip Diamond, direttore generale della SKA Organisation

Che cos’è lo Square Kilometre Array

SKA sarà il più grande network di radiotelescopi del mondo, costituito da due reti di antenne e infrastrutture distribuite su tre continenti e in entrambi gli emisferi. Le due reti, composte da centinaia di antenne a parabola a media frequenza e da migliaia di antenne a bassa frequenza, saranno distribuite su una superficie di centinaia di chilometri in Australia e Sudafrica, mentre il quartier generale si trova già nel Regno Unito. Le antenne di SKA saranno fondamentali per la fisica del XXI secolo e si uniranno a progetti come il James Webb Space Telescope della NASA, il Large Hadron Collider del CERN, il rilevatore di onde gravitazionali LIGO e il reattore a fusione ITER. Il grande radiotelescopio SKA aiuterà gli scienziati a colmare lacune fondamentali nella nostra comprensione dell’Universo, consentendo agli astronomi dei Paesi partecipanti al progetto di studiare le onde gravitazionali e testare la teoria della relatività di Einstein in ambienti estremi, indagare sulla natura dei misteriosi lampi radio veloci, conosciuti anche come Fast Radio Burst (FRB), mappare centinaia di milioni di galassie e cercare segni di vita extraterrestre. Per fare tutto questo saranno necessari due dei super computer più veloci del mondo, in grado di elaborare una enorme quantità di dati provenienti dai telescopi: circa 600 petabyte che dovrebbero essere archiviati e distribuiti alla comunità scientifica mondiale ogni anno. Praticamente l’equivalente dei dati provenienti da oltre mezzo milione di computer portatili. Dalla fine del 2020, circa 700 milioni di euro di contratti per la costruzione di SKA verranno affidati ad aziende e industrie nei diversi Paesi membri del progetto, offrendo un importante ritorno economico sull’investimento iniziale e la formazione di un indotto costituito da spin-off industriali nei settori dell’astronomia e della ricerca scientifica e non solo. Oltre mille ingegneri e scienziati in venti Paesi sono stati coinvolti nella progettazione di SKA negli ultimi cinque anni, con nuovi programmi di ricerca, iniziative educative e collaborazioni per formare la prossima generazione di ricercatori.

Pronti a tornare sulla Luna

Pronti a tornare sulla Luna

All’approssimarsi del cinquantesimo anniversario del primo sbarco umano sulla Luna, la NASA anticipa l’annuncio dei programmi che dovranno riavvicinare gli astronauti al nostro satellite naturale fino a realizzare, entro il prossimo decennio, una base permanente. Un programma che trasforma la Luna nel laboratorio extraterrestre più prossimo al nostro pianeta, con proiezione su Marte che resta l’obiettivo all’orizzonte dell’umanità. I propositi sono stati illustrati da Jim Bridenstine, amministratore della Nasa, nel corso della conferenza stampa intitolata #Moon2Mars convocata al Kennedy Space Center, il quale ha indicato nel Mare della Tranquillità, il luogo dello sbarco del lem Aquila della missione Apollo 11, il punto prescelto per il ritorno di un equipaggio sulla Luna. Ma prima del nuovo, grande passo – ha spiegato – ci sarà una serie di missioni condotte con lander e robot. Un programma ambizioso e tra i più sostanziosi in termini di budget storicamente assegnati alla NASA per l’esplorazione spaziale: 21 miliardi di dollari finanziati per il 2020. La prima tappa di avvicinamento è prevista nel 2024, con una missione destinata a dimostrare la ritrovata capacità di effettuare una discesa guidata sulla superficie lunare. Due anni prima sarà iniziata la costruzione della stazione orbitante Deep Space Gateway, che vedrà collaborare le agenzie spaziali già coinvolte nel programma dell’attuale stazione spaziale internazionale in orbita terrestre. Si parla di Europa, Russia, Canada e Giappone, ma il sogno è quello di arrivare a stipulare una cooperazione che coinvolga Cina e India. I più i partner privati, come quelli che stanno consentendo alla NASA, insieme alle agenzie occidentali, di ritrovare la capacità autonoma di lancio di equipaggio nello spazio. Nel 2026 è prevista una missione che testerà gli habitat, il sistema di sopravvivenza e le tecnologie di supporto al ritorno degli astronauti. Il primo equipaggio dovrebbe toccare il suolo selenita entro il 2028, e sarà formato dagli occupanti la stazione orbitante circumlunare Deep Space Gateway per un periodo di permanenza di sette giorni. Tuttavia, la NASA non perderà di vista il Pianeta Rosso. La prossima missione sarà Mars2020, destinata a riportare sulla Terra campioni di terreno marziano, dopo avere trasportato in superficie e fatto volare un piccolo elicottero che registrare i dati atmosferici ed esplorerà in pochi un’area più vasta di quanto possa fare il rover in anni. La NASA si mette così a capo della cordata internazionale per riconquistare la Luna, ma non si può non riflettere sul tempo trascorso dall’abbandono dei sogni seleniti.

Crew Dragon missione compiuta

Crew Dragon missione compiuta

Pieno successo per la missione Demo-1 della capsula Crew Dragon di SpaceX, sganciatasi alle 8:32 (ora italiana) del mattino di venerdì 8 marzo dal modulo Harmony della stazione spaziale internazionale, a cui è rimasta attraccata per cinque giorni. Il rientro a terra si è conclusa con lo splashdown alle 14:45 (ora italiana) nell’Oceano Atlantico.
A bordo della capsula, senza equipaggio, insieme al manichino Ripley, ispirato alla protagonista del film Alien, dotato di sensori per la registrazione delle sollecitazioni a cui saranno sottoposti i futuri membri d’equipaggio, e i materiali con i risultati i oltre 200 esperimenti condotti sulla ISS. La missione era iniziata
il 2 marzo 2019 con il lancio del razzo Falcon 9 dalla piattaforma 39° di Cape Canaveral, da dove sono partiti tutti i voli del programma Apollo.
La perfetta riuscita di Demo-1 consente di pianificare la prima missione con l’equipaggio formato dagli astronauti Doug Hurley e Bob Behnken, che la NASA prevede di lanciare nel mese di luglio