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Chandrayaan-2 verso la Luna

Chandrayaan-2 verso la Luna

L’India ha lanciato la seconda missione lunare della sua storia astronautica. La Chandrayaan-2, la cui partenza era prevista il 15 luglio ma poi bloccata quando il countdown segnava meno 56 minuti e 24 secondi al decollo, a causa di un problema tecnico mai precisato dall’agenzia spaziale indiana ISRO, è stata trasportata in orbita dal razzo GSLV- MkIII, il più potente dei lanciatori indiani, levatosi dalla rampa della base di Sriharikota, isola al largo dello Stato meridionale dell’Andhra Pradesh, quando in Italia erano le 10:13 del mattino del 22 luglio, con il suo carico utile di 3,8 tonnellate. A bordo Chandrayaan-2 (che in lingua Hindi significa “Lunar Trolley”). ci sono un lander e un rover che saranno fatti allunare nella zona del polo sud del nostro satellite naturale, dove + stata già rilevata la presenza di acqua sottoforma di ghiaccio e minerali da cui estrarre idrogeno e ossigeno. Se la missione avrà successo (l’arrivo sulla Luna è previsto il 7 settembre), l’India diventerà la quarta nazione a raggiugere il suolo selenita, dopo Unione Sovietica, Stati Uniti e Cina. La prima missione indiana verso la Luna, lanciata nel 2008, è stata condotta con la sonda Chandrayaan-1, che dall’orbita ha scandagliato la superficie con i radar di bordo. Per questa nuova missione l’India ha investito 140 milioni di dollari.

Modulo ESA per Orion

Modulo ESA per Orion

L’Agenzia Spaziale Europea e Airbus Defence and Space hanno firmato con la NASA un accordo per la fornitura di un terzo modulo di servizio per la navetta Orion nell’ambito della missione Artemis-3.  L’ESA ha già un accordo per la fornitura di due European Service Module progettati per  Orion, in grado di fornire agli astronauti energia, acqua, aria ed elettricità. L’Italia attraverso Thales Alenia Space, che ha realizzato la struttura del modulo negli stabilimenti di Torino. Il primo modulo è già stato inviato alla Nasa, mentre il secondo, si trova presso gli stabilimenti di Airbus Space Defence di Brema, in attesa di essere spedito negli Stati Uniti nel 2020. La missione Artemis-3 partirà a bordo dello Space Launch System, il razzo Nasa designato per le missioni verso la Luna. Quattro astronauti viaggeranno a bordo della capsula Orion per poi giungere in orbita lunare per agganciarsi al Lunar Gateway, la stazione spaziale cislunare. Da lì due astronauti scenderanno verso il polo sud della Luna con un lander, per sondare la consistenza del ghiaccio presente sulla superficie selenita e già rilevato dalla sonda Lunar Reconnaissance Orbiter. Nico Dettmann, responsabile presso lo Human and Robotic Exploration dell’ESA, definisce l’apporto tecnologico legato alla fornitura del modulo di servizio “fondamentale per il ritorno dell’uomo sulla Luna”.

Flyeye contro il rischio asteroidi

Flyeye contro il rischio asteroidi

Sarà il Monte Mufara, 1.865 di altezza nella catena delle Madonie, l’avamposto a difesa del rischio asteroidi. Sulla sua cima sarà collocato Flyeye, telescopio europeo frutto della collaborazione tra ESA, ASI e Ohb Italia che lo ha realizzato negli stabilimenti di Turate in provincia di Como, primo strumento al mondo dotato di un “occhio composito”, simile a quello di una mosca. Una tecnica brevettata da Roberto Ragazzoni dell’Istituto nazionale di astrofisica Alto e due tecnici di OhB Italia, Marco Chiarini e Lorenzo Cibin.  Alto sei metri e mezzo, largo quattro e pesante 24 tonnellate, Flyeye consentirà di scoprire asteroidi fino a 40 metri di diametro con un anticipo di almeno tre settimane prima che impattino contro l’atmosfera terrestre, come ha sottolineato Ian Carnelli, responsabile del programma General Studies dell’Agenzia Spaziale Europea.

Flyeye è considerato il telescopio ideale perché la sua configurazione “a occhio di mosca” è la più adatta per tenere sott’occhio una porzione di cielo estremamente ampia e accorgersi al volo se viene attraversata da piccoli oggetti che sfrecciano rapidissimi – come appunto asteroidi o detriti spaziali – come ha spiegato Regazzoni. «Al centro c’è uno specchio principale sferico, e tutt’attorno – come fossero i fotorecettori di una mosca – un insieme di 16 piccoli specchietti secondari, che a loro volta riflettono la luce verso altrettante fotocamere. Il sistema ideale per coniugare un’altissima velocità di risposta e un grande campo di vista».

Flyeye servirà a prevenire eventi come quello accaduto a Chelyabinsk il 15 febbraio 2013, quando la caduta di un asteroide causò il ferimento di centinaia di persone, per lo più a causa dei vetri andati in frantumi, ma che avrebbe potuto avere conseguenze ben più gravi.

Il sito nel Parco delle Madonie è stato scelto dall’Esa sostanzialmente perché caratterizzato da una percentuale di notti con cielo limpido del 58 per cento, tra i valori migliori di Italia, e il livello di luminosità del cielo più basso tra tutti i siti confrontati.

Il Flyeye sarà completamente dedicato alla ricerca di oggetti celesti che passano vicino alla Terra e, per farlo, dovrà scandire quanto più cielo possibile ogni notte.

(credit foto : ESA)

Test aborto ok per Orion

Test aborto ok per Orion

La NASA ha completato con successo il test preliminare sul sistema di salvataggio al decollo (launch abort system) della capsula Orion, la navicella destinata a trasportare verso la Luna nel 2022 il primo equipaggio del programma Artemis. Orion esordì nel dicembre 2014 quando toccò i 5.800 km di quota per poi rientrare in atmosfera e ammarare nel Pacifico, frenata da tre paracadute come accadeva con le capsule Apollo. E’ bastato un volo di soli tre minuti per testare il sistema di salvataggio che, in caso di aborto del lancio, allontanerebbe l’equipaggio dal razzo mettendolo in sicurezza. Per eseguire il test, che ha avuto luogo alle 13 ora italiana del 2 luglio, è stato utilizzato il missile balistico intercontinentale “Peacekeeper”.

Il Launch abort system è stato attivato 52 secondi dopo il distacco dalla rampa di lancio, quando la capsula aveva raggiunto la quota di 9,5 km, fornendo una spinta di 7g. Un potente strappo salvavita, prima che entri in funzione il motore necessario a stabilizzare la capsula, che rientrerebbe rallentata dai paracadute. Il test, invece, si è concluso con il funzionamento di un motore supplementare che ha spinto lontano il modulo facendolo disintegrare nell’oceano Atlantico a quasi 500 km orari.

Entro fine luglio la NASA conta di effettuare le prove di sollecitazione del modulo principale e quello di servizio della capsula Orion. La missione Artemis 1, ovvero il primo volo senza equipaggio in orbita lunare, è previsto nell’autunno 2020, mentre la missione Artemis 2 che riporterà astronauti intorno alla Luna dovrebbe essere effettuata nel 2022. Il futuro di Orion dipende comunque dal nuovo grande lanciatore americano, lo Space Launch System sviluppato da Boeing, che è in ritardo sulla tabella di marcia.

L’era dei minisatelliti

L’era dei minisatelliti

Informazioni satellitari sempre più precise e nuovi servizi di osservazione della Terra saranno presto disponibili, grazie a mini veicoli aerospaziali in materiale innovativo (meno di 500 chili di peso), dotati di sistemi propulsivi all’avanguardia che consentono di operare in orbite basse. È l’obiettivo del progetto “Close to the Earth” co-finanziato dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca con oltre 9 milioni di euro che coinvolge ENEA nell’ambito del Distretto Tecnologico Aerospaziale di Brindisi (DTA).

“In orbite basse l’attrito atmosferico impone un utilizzo maggiore dei propulsori e ciò comporta un consumo più elevato di propellente, ma grazie alla nuova tecnologia di propulsione elettrica air-breathing, che sfrutta i gas presenti nell’atmosfera, sarà possibile far orbitare i satelliti entro i 250 km dalla Terra, senza bisogno di propellente a bordo”, spiega la ricercatrice ENEA Antonella Rizzo, responsabile scientifico del progetto. Nell’ambito del progetto spetteranno all’ENEA la realizzazione di rivestimenti, anche multistrato, tramite un processo innovativo di deposizione mediante evaporazione (Physical Vapour Deposition), in grado di proteggere i componenti plastici o metallici dei veicoli dalla degradazione al contatto con l’ossigeno atomico. Questi materiali innovativi verranno testati in uno speciale laboratorio dove sarà ricostruito l’ambiente atmosferico delle orbite spaziali molto vicine alla Terra: un vero e proprio simulatore in grado di riprodurre le condizioni dello spazio in termini di pressione (fino a 10-7 mbar) e temperatura (dai 180 °C del lato terrestre irraggiato dal Sole ai – 180 °C di quello in ombra). I ricercatori del Centro Ricerche ENEA di Brindisi saranno impegnati inoltre nello studio di trattamenti superficiali innovativi in grado di modificare le proprietà termo-ottiche di alcune parti del satellite che consentiranno di convertire il calore di scarto in energia elettrica.“L’esperienza pluriennale nel campo dei rivestimenti funzionali e protettivi dei laboratori del Centro ENEA di Brindisi e l’integrazione delle conoscenze e competenze scientifiche, accademiche ed industriali sperimentata con successo in altri progetti di ricerca, permetterà di consolidare il ruolo dell’ENEA come socio del DTA all’interno del comparto aerospaziale pugliese”, aggiunge Antonella Rizzo. “Riteniamo inoltre che i nuovi strumenti di osservazione della Terra a quote così basse e con lunghe vite operative daranno un grosso impulso ai servizi satellitari quali ad esempio il monitoraggio ambientale, aprendo la strada a nuovi settori applicativi”, conclude Rizzo. Oltre all’ENEA e aziende del settore come GAP e IMT, partecipano al progetto in ambito DTA le Università di Bari e del Salento, CNR, Sitael, Planetek, Enginsoft e Blackshape.

Gli occhi di PRISMA sul pianeta

Gli occhi di PRISMA sul pianeta

Al Salone Aerospaziale di Parigi Le Bourget l’Agenzia Spaziale Italiana ha mostrato le prime immagini provenienti dal satellite PRISMA, esempio assoluto di eccellenza scientifica e industriale italiana, lanciato il 22 marzo 2019 con il vettore VEGA prodotto da AVIO, e realizzato da un Raggruppamento Temporaneo di Imprese, guidato da OHB Italia, responsabile della missione e della gestione dei tre principali segmenti (terra, volo e lancio), e Leonardo, che ha realizzato la strumentazione elettro-ottica iperspettrale, oltre a diversi equipaggiamenti di bordo, come i sensori d’assetto e il pannello solare. Grazie al centro di controllo della missione situata al centro del Fucino e all’attività di acquisizione e elaborazione dei dati da parte del Centro Spaziale di Matera dell’ASI, sono state prodotte spettacolari fotografie catturate in Italia, Perù e Iraq dal potente sensore iperspettrale a bordo di PRISMA durante il Commissioning del sistema. Il satellite PRISMA, fin dalla fase di collaudo in orbita, dimostra così di rappresentare un guardiano in grado di far luce sullo stato di salute del nostro Pianeta e contribuire al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Le immagini, ricevute dal Centro Spaziale di Matera, dove opera un team composto da personale specializzato di ASI, Leonardo, Planetek, Telespazio/e-GEOS e OHB Italia, sono state processate con il supporto di scienziati di IREA/CNR e Università degli studi di Milano, Bicocca.

PRISMA, di proprietà dell’ASI e realizzato da una RTI guidata da OHB Italia e Leonardo, è il primo sistema di osservazione della Terra europeo dotato di un sensore ottico iperspettrale innovativo, in grado di effettuare dallo Spazio un’analisi chimico-fisica delle aree sotto osservazione. La prima immagine ritrae il Trasimeno, quarto lago italiano per estensione, un bacino naturale di 128 km2, di cui PRIMA, in meno di 2 secondi, ha misurato la torbidità, rilevando le acque più limpide e le colonie di alghe. In Perù, PRISMA ha rilevato il contenuto di acqua nelle colture, distinguendo i campi ben irrigati da quelli affetti da siccità.

Il monitoraggio dell’acqua da parte di PRISMA, applicato alle foreste, può fornire un segnale precursore del rischio incendio, come dimostra la terza immagine che riprende l’area naturalistica Castel Fusano (Roma). Un contributo fondamentale, giacché l’85% dei 65mila incendi registrati annualmente in Europa si verificano nell’area del Mediterraneo.

Anche gli incendi di gas connessi all’estrazione petrolifera a Bassora (Iraq) sono stati ripresi da PRISMA. Oltre alla capacità di determinare con precisione l’estensione dell’incendio, la tecnologia iperspettrale permette di riconoscere le sostanze chimiche generate dalla combustione: anidride carbonica (CO2) e altri idrocarburi hanno la loro impronta digitale iperspettrale e PRISMA riesce a misurarla caratterizzando l’inquinamento atmosferico.

PRISMA rivela tutte le sue capacità di monitoraggio del delicato ecosistema terrestre, fornendo un contributo rilevante al controllo dell’inquinamento e dei cambiamenti ambientali, un supporto fondamentale per la gestione delle risorse naturali e delle emergenze.