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Satellite T-16 lanciato da Ariane 5

Satellite T-16 lanciato da Ariane 5

Il satellite per le telecomunicazioni T-16 realizzato da Airbus è stato lanciato con successo da Kourou, nella Guyana francese, tramite il lanciatore Ariane 5. T-16 è basato sulla piattaforma geostazionaria Eurostar E3000 di Airbus, estremamente affidabile, ed è il 50° satellite di questo tipo a essere lanciato. Fornirà una capacità satellitare ad alta potenza per i servizi di trasmissione televisiva ad alta disponibilità, incluso il superamento dell’effetto “rain fade”.

Una volta separato dal lanciatore, il satellite Eurostar E3000 utilizzerà il proprio sistema di propulsione chimica per raggiungere l’orbita geostazionaria, cosa che richiederà circa una settimana. Il T-16 fornirà servizi di trasmissione ad alta potenza in bande Ku, Ka e Reverse. Grazie alla sua flessibilità, il satellite può essere utilizzato su cinque diversi slot orbitali (da 99° Ovest a 119° Ovest) e coprirà gli Stati Uniti continentali, l’Alaska, le Hawaii e Porto Rico. Con una massa al lancio di 6.330 kg e una potenza di 18 kW, il satellite è progettato per svolgere un servizio in orbita della durata di 15 anni

L’era dei minisatelliti

L’era dei minisatelliti

Informazioni satellitari sempre più precise e nuovi servizi di osservazione della Terra saranno presto disponibili, grazie a mini veicoli aerospaziali in materiale innovativo (meno di 500 chili di peso), dotati di sistemi propulsivi all’avanguardia che consentono di operare in orbite basse. È l’obiettivo del progetto “Close to the Earth” co-finanziato dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca con oltre 9 milioni di euro che coinvolge ENEA nell’ambito del Distretto Tecnologico Aerospaziale di Brindisi (DTA).

“In orbite basse l’attrito atmosferico impone un utilizzo maggiore dei propulsori e ciò comporta un consumo più elevato di propellente, ma grazie alla nuova tecnologia di propulsione elettrica air-breathing, che sfrutta i gas presenti nell’atmosfera, sarà possibile far orbitare i satelliti entro i 250 km dalla Terra, senza bisogno di propellente a bordo”, spiega la ricercatrice ENEA Antonella Rizzo, responsabile scientifico del progetto. Nell’ambito del progetto spetteranno all’ENEA la realizzazione di rivestimenti, anche multistrato, tramite un processo innovativo di deposizione mediante evaporazione (Physical Vapour Deposition), in grado di proteggere i componenti plastici o metallici dei veicoli dalla degradazione al contatto con l’ossigeno atomico. Questi materiali innovativi verranno testati in uno speciale laboratorio dove sarà ricostruito l’ambiente atmosferico delle orbite spaziali molto vicine alla Terra: un vero e proprio simulatore in grado di riprodurre le condizioni dello spazio in termini di pressione (fino a 10-7 mbar) e temperatura (dai 180 °C del lato terrestre irraggiato dal Sole ai – 180 °C di quello in ombra). I ricercatori del Centro Ricerche ENEA di Brindisi saranno impegnati inoltre nello studio di trattamenti superficiali innovativi in grado di modificare le proprietà termo-ottiche di alcune parti del satellite che consentiranno di convertire il calore di scarto in energia elettrica.“L’esperienza pluriennale nel campo dei rivestimenti funzionali e protettivi dei laboratori del Centro ENEA di Brindisi e l’integrazione delle conoscenze e competenze scientifiche, accademiche ed industriali sperimentata con successo in altri progetti di ricerca, permetterà di consolidare il ruolo dell’ENEA come socio del DTA all’interno del comparto aerospaziale pugliese”, aggiunge Antonella Rizzo. “Riteniamo inoltre che i nuovi strumenti di osservazione della Terra a quote così basse e con lunghe vite operative daranno un grosso impulso ai servizi satellitari quali ad esempio il monitoraggio ambientale, aprendo la strada a nuovi settori applicativi”, conclude Rizzo. Oltre all’ENEA e aziende del settore come GAP e IMT, partecipano al progetto in ambito DTA le Università di Bari e del Salento, CNR, Sitael, Planetek, Enginsoft e Blackshape.

Gli occhi di PRISMA sul pianeta

Gli occhi di PRISMA sul pianeta

Al Salone Aerospaziale di Parigi Le Bourget l’Agenzia Spaziale Italiana ha mostrato le prime immagini provenienti dal satellite PRISMA, esempio assoluto di eccellenza scientifica e industriale italiana, lanciato il 22 marzo 2019 con il vettore VEGA prodotto da AVIO, e realizzato da un Raggruppamento Temporaneo di Imprese, guidato da OHB Italia, responsabile della missione e della gestione dei tre principali segmenti (terra, volo e lancio), e Leonardo, che ha realizzato la strumentazione elettro-ottica iperspettrale, oltre a diversi equipaggiamenti di bordo, come i sensori d’assetto e il pannello solare. Grazie al centro di controllo della missione situata al centro del Fucino e all’attività di acquisizione e elaborazione dei dati da parte del Centro Spaziale di Matera dell’ASI, sono state prodotte spettacolari fotografie catturate in Italia, Perù e Iraq dal potente sensore iperspettrale a bordo di PRISMA durante il Commissioning del sistema. Il satellite PRISMA, fin dalla fase di collaudo in orbita, dimostra così di rappresentare un guardiano in grado di far luce sullo stato di salute del nostro Pianeta e contribuire al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Le immagini, ricevute dal Centro Spaziale di Matera, dove opera un team composto da personale specializzato di ASI, Leonardo, Planetek, Telespazio/e-GEOS e OHB Italia, sono state processate con il supporto di scienziati di IREA/CNR e Università degli studi di Milano, Bicocca.

PRISMA, di proprietà dell’ASI e realizzato da una RTI guidata da OHB Italia e Leonardo, è il primo sistema di osservazione della Terra europeo dotato di un sensore ottico iperspettrale innovativo, in grado di effettuare dallo Spazio un’analisi chimico-fisica delle aree sotto osservazione. La prima immagine ritrae il Trasimeno, quarto lago italiano per estensione, un bacino naturale di 128 km2, di cui PRIMA, in meno di 2 secondi, ha misurato la torbidità, rilevando le acque più limpide e le colonie di alghe. In Perù, PRISMA ha rilevato il contenuto di acqua nelle colture, distinguendo i campi ben irrigati da quelli affetti da siccità.

Il monitoraggio dell’acqua da parte di PRISMA, applicato alle foreste, può fornire un segnale precursore del rischio incendio, come dimostra la terza immagine che riprende l’area naturalistica Castel Fusano (Roma). Un contributo fondamentale, giacché l’85% dei 65mila incendi registrati annualmente in Europa si verificano nell’area del Mediterraneo.

Anche gli incendi di gas connessi all’estrazione petrolifera a Bassora (Iraq) sono stati ripresi da PRISMA. Oltre alla capacità di determinare con precisione l’estensione dell’incendio, la tecnologia iperspettrale permette di riconoscere le sostanze chimiche generate dalla combustione: anidride carbonica (CO2) e altri idrocarburi hanno la loro impronta digitale iperspettrale e PRISMA riesce a misurarla caratterizzando l’inquinamento atmosferico.

PRISMA rivela tutte le sue capacità di monitoraggio del delicato ecosistema terrestre, fornendo un contributo rilevante al controllo dell’inquinamento e dei cambiamenti ambientali, un supporto fondamentale per la gestione delle risorse naturali e delle emergenze.

 

 

Sulla rampa Starlink

Sulla rampa Starlink

Il razzo vettore Falcon 9 di SpaceX, con a bordo i primi 60 satelliti della costellazione Starlink, ideata da Elon Musk per offrire servizi di comunicazione internet ad alta velocità su banda larga in orbita bassa, effettuerà un terzo tentativo di lancio giovedì 23 maggio partendo da Cape Canaveral. A un primo rinvio del lift-off, causa forte vento in quota mercoledì 15 maggio, ne era seguito un secondo imposto dalla necessità di aggiornare il software che gestisce le operazioni di rilascio del carico utile. Il gruppo di 60 satelliti, ciascuno del peso di 227 kg e a forma di pannelli piatti dotati di antenne ad alta potenza di trasmissione, verrà trasferiti alla quota di 440 km, da dove, spinti da piccoli propulsori ionici, raggiungeranno la quota operativa di 550 km. Il rilascio dei satelliti avverrà mettendo in rotazione lo stadio in cui sono stati collocati, sfruttando l’effetto inerzia e rinunciando ad attuatori.
La costellazione Starlink opererà su tre livelli orbitali. I primi 1.600 satelliti saranno collocati sull’orbita di 550 chilometri, il secondo gruppo di 2.800 a 1.150 chilometri e ben 7.500 satelliti saranno distribuiti a un’altezza di 340 chilometri. Un progetto articolato e complesso, da completare nell’arco di un decennio, per un costo di 10 miliardi di dollari.
La capacità operativa sarà raggiunta dopo il lancio del 400esimo satellite e permetterà di iniziare la vendita dei relativi servizi, garantiti da una rete di stazioni terrestri integrata dalle connessioni laser tra gli stessi satelliti.

MegSat 0 vent’anni dopo

MegSat 0 vent’anni dopo

Venti anni fa entrava in servizio MegSat 0, il primo satellite privato italiano, progettato e realizzato a Brescia da MegSat Space Division, divisione spaziale del gruppo Meggiorin. Lanciato dal cosmodromo russo di Kapustin Yar come carico secondario a bordo del vettore russo Cosmos, poco dopo le 22:30 ora italiana del 28 aprile 1999 (mezz’ora dopo la mezzanotte nella base situata  nella regione di Astrakhan), MegSat 0 apparteneva alla categoria dei microsatelliti con una massa di 34 kg, di forma cubica con lato di 40 cm, ed era un dimostratore tecnologico equipaggiato con apparati di trasmissione finalizzati alla telelettura di dati terrestri come quella dei contatori dei serbatoi di gas appartenenti a utenze domestiche isolate, allo scopo di ottimizzare la logistica dei rifornimenti e ridurre i costi di esercizio dei servizi. A bordo si trovava anche l’esperimento scientifico Aurora, telescopio a doppio canale, per la misura del flusso dell’aurora boreale e del cielo notturno, sviluppato dall’Università di Trieste.

Il programma MegSat, avviato nel 1997 e finanziato con 10 miliardi di lire da Guido Meggiorin, imprenditore nel campo delle telecomunicazioni terrestri e della telefonia mobile, mirava a coprire le esigenze di acquisizione e processamento di dati rilevati da reti di servizio tecniche, commerciali, di monitoraggio ambientale e da apparati scientifici e tecnologici in funzione a terra o a bordo. Inserito in un’orbita inclinata di 48° alla quota di 580 km, MegSat 0 veniva seguito dalla stazione di controllo realizzata nella sede bresciana della divisione spaziale, ribattezzata “piccola Houston”. La particolarità del MegSat 0 consisteva nell’avere sviluppato in casa i sistemi di telecomunicazione, così come avere utilizzato l’hardware meccanico e quasi tutte le parti costruite da aziende situate entro 15 chilometri dalla sede di MegSat a Brescia, che con l’impresa del team di giovani ingegneri e tecnici guidato dall’ing Giancarlo Borghesi e il successo del programma voluto da Guido Meggiorin poté fregiarsi del titolo di “città dello spazio” in una cerimonia ufficiale tenutasi il 4 maggio 1999.

MegSat 0 è rientrato in atmosfera, distruggendosi, il 4 novembre 2003. Al primo satellite sarebbe seguito MegSat 1, lanciato dal cosmodromo di Bajkonour il 26 settembre 2000 con un vettore Dnepr, con un massa di 50 kg e orbitante a 649 km con una inclinazione di 65 gradi. Alla missione commerciale, MegSat 1 avrebbe abbinato esperimenti scientifici e tecnologici e un programma didattico in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana.

Sviluppati nei laboratori del gruppo Meggiorin a Brescia e gestiti in modo completamente autonomo, i microsatelliti MegSat hanno rappresentato un concentrato di alta tecnologia in cui i vantaggi offerti dalla miniaturizzazione della componentistica elettronica e del pacchetto informatico sono stati abbinati a una serie di soluzioni modulari studiate per garantire il massimo sfruttamento del volume geometrico disponibile.

Al via la missione Prisma

Al via la missione Prisma

Il razzo Vega dell’Agenzia Spaziale Europea, progettato e costruito in Italia da Avio, ha messo in orbita il satellite Prisma, acronimo di “PRecursore IperSpettrale della Missione Applicativa”, che condurrà missione prototipale dell’Agenzia spaziale italiana sviluppata per testare tecnologie iperspettrali per l’osservazione della Terra. Il lancio è avvenuto alle 2:50 (ora italiana) della notte tra il 21 e il 22 marzo dallo spazioporto europeo di Kourou, in Guyana Francese, sotto la responsabilità di Arianespace. Una missione che esalta le capacità dell’Italia in campo spaziale, combinando le tecnologie satellitari avanzate con l’affidabilità del lanciatore. Il satellite Prisma, frutto della collaborazione tra imprese italiane, guidate da Ohb Italia, responsabile della missione e della gestione dei tre principali segmenti – terra, volo e lancio – e Leonardo, che ha realizzato la strumentazione elettro-ottica, sarà in grado di monitorare lo stato delle risorse naturali, la qualità dell’aria e i livelli di inquinamento su scala globale da un’orbita di 620 chilometri di quota. Fondamentale, a tale riguardo, la precisione e l’affidabilità di Vega, che a distanza di quatto mesi dall’ultimo lancio ha realizzato con successo la sua 14esima missione, 12 delle quali servite ad avviare missioni dedicate all’osservazione della Terra. Prisma è un satellite innovativo, dotato di una strumentazione elettro-ottica, in grado di lavorare in numerose bande disposte dal visibile al vicino infrarosso, fino all’infrarosso ad onde corte, che permetterà di studiare il nostro pianeta in profondità, riuscendo ad acquisire dati sulla composizione chimica delle aree osservate. A differenza dei sensori ottici passivi satellitari attualmente operativi, che registrano la radiazione solare riflessa dal nostro pianeta in un numero limitato di bande spettrali – solitamente al massimo una decina -, la strumentazione a bordo del satellite è in grado di acquisire 239 bande spettrali, più il canale pancromatico. Di conseguenza, le misurazioni permetteranno agli scienziati di perfezionare le conoscenze riguardanti le risorse naturali e i principali processi ambientali in atto, come i fenomeni legati al cambiamento climatico. Il centro di controllo della missione è stato realizzato da Telespazio mentre l’acquisizione e l’elaborazione dei dati avverrà al Centro Spaziale dell’Agenzia Spaziale Italiana a Matera. Piena conferma anche per il lanciatore Vega, progettato, sviluppato e realizzato da Avio nello stabilimento laziale di Colleferro, in grado di collocare in orbita satelliti di massa fino a 1.500 kg, che dalla sua entrata in servizio nel 2012 ha compiuto 14 lanci, tutti coronati da successo. Nel corso del 2019 è previsto l’arrivo della versione più performante denominata Vega C e, dal 2024 dal Vega E (Evolution), il cui nuovo motore a ossigeno liquido e metano dello stadio superiore, M10, è stato testato con successo nel mese di novembre 2018.