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Lo studio del sonno in microgravità

Lo studio del sonno in microgravità

SamanthaL’esperimento Wearable Monitoring ha l’obiettivo di approfondire la conoscenza dei meccanismi fisiologici del sonno in microgravità e fa parte del programma di attività scientifiche e sperimentali della missione FUTURA, seconda di lunga durata organizzata e finanziata dall’Agenzia Spaziale Italiana a bordo della Stazione Spaziale Internazionale. Nella seconda e terza settimana di gennaio 2015, Samantha Cristoforetti, astronauta italiana dell’Agenzia Spaziale Europea e capitano pilota dell’Aeronautica Militare, ha svolto con successo le prime tre registrazioni notturne previste dal progetto nell’ambito dell’attività scientifica e sperimentale della missione FUTURA.

Wearable Monitoring, proposto dalla Fondazione Don Gnocchi e svolto in collaborazione con l’Istituto Auxologico Italiano, è uno dei nove progetti selezionati e sviluppati dall’Agenzia Spaziale Italiana per la missione FUTURA. L’accurata esecuzione del protocollo sperimentale da parte dell’astronauta e l’attento coordinamento delle attività da parte di ASI e della NASA sono state determinanti per l’alta qualità dei dati raccolti.

La conoscenza dei meccanismi fisiologici del sonno in microgravità è un tema importante: durante le missioni spaziali la qualità del sonno è normalmente ridotta e questo può portare a una diminuzione dell’attenzione e della vigilanza durante le attività in veglia degli astronauti. I fattori responsabili di questo fenomeno sono in gran parte ancora da studiare. Il progetto si propone in particolare di chiarire l’andamento nel sonno dell’attività elettrica e meccanica del cuore, dei livelli di attivazione del sistema nervoso autonomo, della respirazione e della temperatura.

I dati vengono rilevati e raccolti attraverso un sistema indossabile, denominato MagIC-Space, sviluppato nel Laboratorio dei Sensori Indossabili e Telemedicina di Milano della Fondazione Don Gnocchi. Il team di sviluppo è costituito dagli ingegneri Francesco Rizzo, Paolo Meriggi e Prospero Lombardi, sotto la guida dell’ingegner Marco Di Rienzo (PI del progetto).

MagIC-Space è composto da una maglietta contenente sensori tessili per la rilevazione dell’elettrocardiogramma e del respiro, un’unità di monitoraggio per la raccolta dei dati e la misura delle vibrazioni cardiache (da cui vengono estratti gli indici di meccanica cardiaca), un termometro per la misura della temperatura cutanea e un pacco batterie per l’alimentazione del dispositivo. Il sistema è stato progettato in modo da integrare gran parte dei sensori e dei fili all’interno della maglietta. Questo accorgimento ha permesso di semplificare il setup iniziale del dispositivo e ridurre il tempo-astronauta necessario per la preparazione dell’esperimento.

Il dispositivo MagIC-Space è giunto sulla Stazione Spaziale Internazionale il 12 gennaio 2015, con la capsula SpaceX Dragon CRS-5, e il piano delle attività a bordo prevede sei registrazioni notturne nell’arco dei sei mesi di permanenza di Samantha Cristoforetti nello spazio.

In ciascuna sessione sperimentale l’astronauta indossa la maglietta sensorizzata per tutta la notte e al risveglio trasferisce i dati sul computer di bordo per la successiva trasmissione a terra. Le registrazioni vengono poi analizzate alla Fondazione Don Gnocchi dagli ingegneri Emanuele Vaini, Prospero Lombardi e Paolo Castiglioni. La raccolta dei dati a terra e l’interpretazione biologica dei risultati sono svolte in collaborazione con il team di cardiologi dell’Istituto Auxologico Italiano – dottoresse Carolina Lombardi, Giovanna Branzi e Valeria Rella – sotto il coordinamento del professor Gianfranco Parati, docente di Medicina Cardiovascolare dell’Università di Milano Bicocca.

Oltre che in situazione di microgravità, i risultati dell’esperimento potranno avere importanti ricadute anche a terra. Nel mondo occidentale una persona su quattro soffre di disturbi del sonno, che spesso richiedono monitoraggi complessi. Il dispositivo sviluppato per questo progetto è caratterizzato da un’estrema facilità d’uso e potrebbe essere agevolmente utilizzato per la diagnosi remota dei disturbi del sonno presso il domicilio del paziente, nell’ambito di servizi di telemedicina.

 

Addio a Parenzan, il cuore dei bambini

Addio a Parenzan, il cuore dei bambini

parenzanLucio Parenzan, padre della cardiochirurgia pediatrica italiana, si è spento nella mattinata di martedì 28 gennaio all’ospedale papa Giovanni XXIII, nel reparto di terapia intensiva, dove era stato ricoverato nella notte tra il 16 e il 17 gennaio per un principio di soffocamento. Gli è stato fatale un arresto cardiorespiratorio durato 20 minuti, a seguito del quale non si è più ripreso. Avrebbe compiuto 90 anni il 3 giugno 2014. Nato a Gorizia nel 1924, Lucio Parenzan si era laureato in medicina all’Università di Padova nel 1948 e iniziato la carriera specializzandosi nella cura delle patologie cardiache dei bambini, dopo l’esperienza svolta all’Ospedale pediatrico di Pittsburgh, negli Stati Uniti.  Dal 1964 al 1994 ha diretto la Divisione di Chirurgia pediatrica e di Cardiochirurgia di Bergamo Dal 1964 al 1994. A lui si deve la possibilità di intervenire tempestivamente, nei primi tre giorni di vita, sui cosiddetti  «bambini blu», i neonati colpiti dalla tetralogia di Fallot, una grave forma di malformazione cardiaca.

Nella notte tra il 22 e il 23 novembre 1985 l’équipe di Lucio Parenzan eseguì il primo trapianto di cuore a Bergamo, il terzo in Italia dopo quelli di Padova (il 14 novembre) e Pavia (il 18 novembre). Nei trent’anni trascorsi alla guida della Divisione di Cardiochirurgia presso gli Ospedali Riuniti di Bergamo ha effettuato oltre 15 mila interventi, di cui 350 trapianti cardiaci. Dal ’93 al 2010 è stato direttore dell’International Heart School con sede alle Cliniche Humanitas Gavazzeni  di Bergamo, dove dal 1998 al 2008 ha ricoperto la carica di direttore scientifico. Lucio Parenzan è stato anche docente in Chirurgia pediatria, Clinica pediatrica e Cardiochirurgia all’Università di Milano.

Amico del fisico Antonino Zichichi, Parenzan ha diretto il progetto internazionale di prevenzione e cura delle malattie del cuore nei Paesi africani nell’ambito del Centro internazionale di cultura scientifica di Losanna ed è stato capo di un équipe chirurgica al Mater Misericordiae Hospital di Nairobi (Kenya) che esegue interventi gratuiti sui bambini africani.

Una valvola di 2a generazione per la stenosi aortica

Una valvola di 2a generazione per la stenosi aortica

Lotus Valve_2jpgUn dispositivo impiantabile di seconda generazione, messo a punto da Boston Scientific, è la nuova risposta chirurgica alla valvulopatia aortica che provoca disfunzione della valvola aortica, una della quattro valvole che controllano il flusso di sangue in entrata ed in uscita dal cuore. La stenosi della valvola aortica è il processo di ispessimento e di indurimento della valvola che provoca un restringimento anomalo dell’apertura della valvola aortica, ed una conseguente riduzione del flusso sanguigno. La stenosi aortica è un problema comune che colpisce circa il 3% della popolazione di età superiore a 65 anni e il 5% delle persone con più di 75 anni. Dall’inizio dei sintomi di stenosi della valvola aortica, il tasso medio di sopravvivenza è del 50% a due anni e del 20% a 5 anni. La valvola aortica Lotus per la sostituzione transcatetere della Valvola Aortica, che ha ottenuto il marchio CE,  è una tecnologia di seconda generazione che consiste in una protesi di tessuto valvolare precaricata e montata su stent e un sistema di posizionamento del catetere per la guida e la collocazione percutanea della valvola. Il sistema di posizionamento a basso profilo e la membrana introduttiva sono stati progettati per consentire un posizionamento prevedibile e preciso, associato con una funzione valvolare precoce, così come un riposizionamento bidirezionale non traumatico e la possibilità di recupero in qualsiasi momento prima del rilascio dell’impianto. È l’unico dispositivo del suo genere di cui può essere valutata la collocazione finale prima del rilascio, permettendo così al medico di riposizionare, re-inguainare o recuperare completamente la valvola. Il dispositivo è dotato anche di una caratteristica unica, l’Adaptive Seal™, progettata per ridurre al minimo l’incidenza del rigurgito paravalvolare, un predittore provato di mortalità. L’approvazione della valvola Lotus, in Europa e nei Paesi in cui è valido il marchio CE, offre un’alternativa unica ed efficace per i pazienti con stenosi aortica severa, ritenuti ad alto rischio di intervento chirurgico di sostituzione valvolare.

Donazione del corpo post mortem

Donazione del corpo post mortem

meeting iabcPresentata a Milano la Proposta di Legge Regionale per la Ricerca Scientifica e la Didattica su iniziativa dell’AIBC (Associazione Italiana di Bioetica in Chirurgia) con il patrocinio della Regione Lombardia. L’Aibc, Associazione italiana di Bioetica in Chirurgia, con il supporto del Comitato nazionale di bioetica, ha elaborato una proposta di legge regionale per la Lombardia sulla disponibilità a donare alla scienza il proprio corpo post mortem. L’intenzione è quella di «inserire l’articolato di legge proposto da Aibc sotto forma di articolo unico nel progetto di riordino del sistema sanitario lombardo in discussione nelle prossime settimane», ha detto il Presidente della commissione Sanità del Consiglio regionale Fabio Rizzi, durante l’illustrazione del progetto oggi a Palazzo Pirelli, a Milano. Qualora in questo iter ci fossero degli ostacoli, Rizzi si e’ detto disposto a «depositare la proposta come disegno di legge a sé stante». Se venisse approvata, questa normativa «sarebbe la prima in Italia di questo tipo», ha specificato a margine il Presidente dell’Aibc Daniele Maggiore. Il testo prevede la libera scelta di poter compilare un modulo dal medico generale, nel quale si comunica la volontà dimettere a disposizione il proprio corpo dopo il decesso a centri di ricerca scientifica o didattica biomedica accreditati presso le Asl. Il consenso può essere ritirato o modificato da chi lo ha firmato in ogni momento e può indicare il centro di ricerca cui fare dono di se’ o anche escludere specifiche attività. Queste attività saranno svolte nelle 72 ore successive alla consegna del corpo al centro da parte dell’Asl, trascorse le quali la salma sarà restituita ai parenti. «Ognuno di noi – spiega il Presidente dell’Aibc – con le proprie conoscenze sa quali possano essere le sensibilità personali che il mettere a disposizione il proprio corpo, può attivare dentro di noi. Sinceramente, al di là del significato religioso che si potrebbe dare ma che non vogliamo mettere alla base di questo scritto, penso che si debba principalmente cogliere il significato della donazione, del dare qualcosa agli altri, qualcosa di cui noi non abbiamo più sentore, che non ci viene tolto, che non ci viene strappato.  Dare il proprio corpo o renderlo disponibile è un atto che a noi non costa nulla».

Italia coordina gruppo ricerca su cancro

Italia coordina gruppo ricerca su cancro

europe7In Europa e in Usa sopravvive al cancro un numero di cittadini che negli ultimi quarant’anni è costantemente aumentato, fino a raggiungere i 14 milioni in UE e i 12 milioni in USA e in Canada. Di pari passo col fenomeno della sopravvivenza emergono, però, anche problemi fino ad ora sconosciuti e nuove sfide per la ricerca, l’assistenza (sanitaria, sociale e psicologica), i malati e le loro famiglie. Per quanto inequivocabili, infatti, i dati quantitativi non spiegano tutto ed anzi pongono ulteriori interrogativi: chi, dove, come e perché si sopravvive? Tutte informazioni preziosissime, che preparano la strada ai progressi di domani.

Per raccogliere questi dati – ancora iniziali e frammentari – analizzarli e condividerli, nasce l’ampio network dell’ European Collaborative Group on Cancer Survivorship (ECGCS), innovativo modello di collaborazione internazionale ed interdisciplinare che ha già prodotto un efficace confronto tra Europa e Stati Uniti: un confronto a cui la principale rivista del settore, “Cancer, Interdisciplinary and International Journal of American Cancer Society”, dedica in questi giorni un numero speciale dal titolo “European – American Dialogues on Cancer Survivorship: Current Perspectives and Emerging Issues”. (l’edizione online è disponibile in https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/cncr.v119.S11/issuetoc).

L’ECGCS ed il suo sito web (www.ecgcs.eu) rappresentano la piattaforma verso cui stanno oggi confluendo autorevoli ricercatori europei, americani, canadesi ed australiani, e da cui sarà avviato in futuro anche un forum di discussione con e tra i pazienti.

Capofila dell’ECGCS è l’Istituto di ricerca e cura dei tumori Giovanni Paolo II di Bari che nel corso del 2012, in occasione dei congressi internazionali di Bari, Washington e Copenaghen ha fondato e promosso l’iniziativa presso gli esperti del settore ed i delegati di organismi come l’ESO (Scuola Europea di Oncologia), l’OECI (Unione degli Istituti Europei dei Tumori) e l’ECPC (European Cancer Patient Coalition).

Il coordinamento del progetto è affidato al Direttore del Dipartimento di Area Critica e dell’Unità di Psico-oncologia dell’IRCCS barese Vittorio Mattioli, che è anche il project leader del “Programma nazionale di ricerca sulla riabilitazione dei sopravvissuti di lungo termine al cancro” e responsabile per l’Italia del WP8 dell’European Partnership dof Action Against Cancer. L’European Partnership for Action Against Cancer ha il compito di sviluppare una guida europea per il miglioramento della qualità globale nel controllo del cancro: tra i temi affrontati, anche quello della sopravvivenza attraverso il Work Package 8, che coinvolge nove Paesi Europei e lo stesso ECGCS.

Nel Comitato Direttivo siedono ricercatori di fama internazionale, mentre tra gli advisors spiccano figure come Kevin Stein dell’American Cancer Society, Caterina Alfano del NCI-NIH Office of Cancer Survivorship (Usa), Arminee Kazanjian del Consorzio Canadese di Ricerca sulla Sopravvivenza al Cancro, Michael Jefford del Centro Australiano sulla Sopravvivenza al Cancro ed il Presidente OECI Wim van Harten.

Aspirina a basse dosi riduce mortalità per infarto e ictus

Aspirina a basse dosi riduce mortalità per infarto e ictus

AspirinaSi riduce del 25% la mortalità per infarto acuto, grazie alla terapia con aspirina a basse dosi sviluppata dall’Accademico dei Lincei Carlo Patrono, Direttore dell’Istituto di Farmacologia dell’Università Cattolica. Per i risultati ottenuti con questa terapia, al Prof. Patrono e al Prof. Garret A. FitzGerald, Direttore del Dipartimento di Farmacologia dell’Università della Pennsylvania, è stato assegnato il Gran Prix Scientifique dell’Institut de France – Fondation Lefoulon-Delalande, uno dei maggiori riconoscimenti mondiali nel campo della ricerca farmacologica e clinica, considerato il più importante al mondo in ambito cardiologico. La consegna del premio di 500 mila euro è in programma il 5 maggio 2013 a Parigi nella sede dell’Institut de France.

L’aspirina con dosaggi di 75 – 100 mg contrasta la produzione nel sangue di alcune prostaglandine che contribuiscono alla formazione dei trombi arteriosi responsabili dell’infarto miocardico e dell’ictus cerebrale di natura ischemica. Questa terapia protettiva è attualmente seguita in Italia da circa sei milioni di persone. L’aspirina a basse dosi (acido acetilsalicilico in dosi comprese tra 75 e 100 milligrammi da assumere una volta al giorno) riduce la mortalità dei pazienti con infarto acuto del miocardio di circa un quarto ed è attualmente assunta in Italia da circa sei milioni di persone. Gli studi di Patrono e FitzGerald hanno dimostrato che dosi di aspirina 10-20 volte più basse di quelle normalmente utilizzate in passato sono sufficienti per bloccare selettivamente un importante meccanismo di attivazione piastrinica, lasciando inalterata la produzione di altre prostaglandine che svolgono funzioni protettive dell’endotelio vascolare e della mucosa gastrointestinale. “Molte persone hanno contribuito a questa storia di successo – precisa il Prof. Carlo Patrono – compresi i molti cardiologi e neurologi, europei e americani, i quali hanno deciso di verificare l’efficacia e la sicurezza delle basse dosi di aspirina, da noi suggerite come ottimali per ottenere l’effetto desiderato minimizzando gli effetti collaterali, in numerosi trial clinici di decine di migliaia di pazienti”. Ma l’aspirina non smetterà di stupirci, la ricerca infatti continua per caratterizzare ulteriormente questo farmaco salvavita a 115 anni dalla sua sintesi. “Le principali linee di ricerca che il mio gruppo sta sviluppando – aggiunge il professor Patrono – sono essenzialmente due: una riguarda la personalizzazione della terapia anti-aggregante piastrinica, attraverso lo studio dei determinanti della variabilità interindividuale nella risposta all’aspirina in alcune condizioni cliniche ad alto rischio cardiovascolare, come ad esempio il diabete; la seconda linea di ricerca riguarda la caratterizzazione dei meccanismi attraverso i quali l’aspirina a basse dosi sembra esercitare un effetto protettivo nei confronti di alcuni tumori (in particolare quelli intestinali, come dimostrato da una serie di studi pubblicati nel corso degli ultimi 3 anni), compreso il possibile ruolo delle piastrine nelle fasi iniziali della trasformazione neoplastica a livello colo-rettale”.