da Sorrentino | Ago 4, 2016 | Primo Piano, Programmi, Servizi Satellitari

Agli inizi del 2018 saremo in grado di migliorare ulteriormente la conoscenza della meteorologia e dell’atmosfera della Terra, osservando i profili di velocità dei venti a livello globale. Lo strumento che lo permetterà si chiama Aladin ed è in fase di integrazione negli stabilimenti di Airbus Defence and Space sul satellite europeo ADM-Aeolus, in rampa di lancio alla fine del 2017 dallo spazioporto europeo di Kourou, in Guyana Francese. Aladin, Atmospheric LAser Doppler INstrument, incorpora due potenti laser, un grande telescopio e ricevitori molto sensibili. Il laser invierà impulsi brevi di luce intensa nell’atmosfera che verrà poi dispersa da molecole di gas, particelle di polvere e gocce d’acqua. Il telescopio del satellite raccoglierà questa luce riflessa e la invierà al ricevitore di bordo. Attraverso l’analisi del segnale, sarà quindi possibile calcolare la velocità e la direzione dell’aria in movimento ad altezze diverse nell’atmosfera e ottenere informazioni su altri elementi come le nubi e gli aerosol. I dati ottenuti verranno distribuiti ai centri meteorologici quasi in tempo reale alla stazione di terra SvalSat situata nelle Isole Svalbard, in Norvegia. Il flusso continuo di informazioni, permetterà lo sviluppo di complessi modelli climatici utilizzabili nel breve periodo per rendere più affidabili le previsioni meteorologiche e per fornire preziose informazioni per la ricerca climatica negli anni a venire. ADM-Aeolus, primo satellite in grado di effettuare osservazioni dei profili di velocità dei venti a livello globale, è il quinto satellite del Living Planet Programme dell’Agenzia Spaziale Europea ed è stato concepito come una missione apripista per i futuri satelliti meteorologici dedicati alla misura dei venti.
da Sorrentino | Ago 2, 2016 | Astronomia, Primo Piano
Qualcosa non torna, nella concezione che abbiamo della nostra galassia. Dai risultati di una ricerca condotta da un team internazionale di astronomi giapponesi, sudafricani e italiani, fra i quali Giuseppe Bono dell’Università di Roma Tor Vergata e associato INAF, emerge che attorno al centro della Via Lattea c’è una vasta regione sorprendentemente vuota di giovani stelle. Lo studio è pubblicato sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society. La Via Lattea è una galassia a spirale con decine di miliardi di stelle, compreso il nostro Sole, che dista circa 26 mila anni luce dal centro. Per ricostruire il modo in cui s’è formata ed evoluta nel tempo, è cruciale sapere come le stelle siano distribuite al suo interno. Per scoprirlo, l’ideale è ricorrere alle Cefeidi: una particolare famiglia di stelle pulsanti e molto giovani – hanno fra i 10 e i 300 milioni di anni, pochissimi rispetto ai 4,6 miliardi del nostro Sole – le cui distanze da noi possono essere misurate con precisione, consentendo dunque agli astronomi di utilizzarle come una sorta di righello cosmico.
«Già qualche tempo fa avevamo osservato la presenza di Cefeidi nel cuore della Via Lattea, entro un raggio di circa 150 anni luce dal centro della galassia», ricorda Noriyuki Matsunaga dell’Università di Tokyo (Giappone), primo autore dello studio. «Ora però ci siamo accorti che al di fuori di quell’area c’è il deserto, una vasta regione senza traccia di Cefeidi che si estende fino a 8 mila anni luce dal centro». «Le nostre conclusioni sono in contrasto con altri studi recenti, ma sono in linea con quanto osservano i radioastronomi», spiega uno dei coautori dello studio, Michael Feast, dell’Università di Cape Town (Sud Africa), «i quali dimostrano che, nella regione galattica interna nota come Extreme Inner Disk, non c’è attività di formazione stellare in corso». «Dai nostri risultati emerge come in quest’ampia regione della galassia, nel corso delle ultime centinaia di milioni di anni, non vi sia stata alcuna attività significativa di formazione stellare», aggiunge Giuseppe Bono dell’Università di Roma Tor Vergata e associato INAF, anch’egli nel team che ha firmato la scoperta. «La cinematica e la composizione chimica delle nuove Cefeidi potrebbe consentirci di far luce sulla formazione e l’evoluzione della Via Lattea».
da Sorrentino | Lug 30, 2016 | Industria, Primo Piano
Un cilindro cavo, dal diametro di 35 millimetri e altezza 25 millimetri, realizzato in un materiale speciale noto con l’acronimo UHTC (Ultra High Temperature Ceramic) che resiste ad altissime temperature e destinato ad operare nei motori a propellente solido e liquido del lanciatore spaziale VEGA: è partito oggi dalla Sardegna il prototipo commissionato al DASS (Distretto AeroSpaziale della Sardegna) da Avio SpA che ora lo testerà sul campo. L’inserto per ugello, realizzato dal DASS di concerto con i Soci Università di Cagliari, Dipartimento di Ingegneria Meccanica, Chimica e dei Materiali, e IM (Innovative Materials) Srl, spin off dell’ateneo cagliaritano, ha già superato il vaglio di laboratori certificati che hanno testato l’idoneità all’applicazione per la quale è stato realizzato e hanno determinato le proprietà meccaniche che dimostrano la valenza del materiale prodotto con riferimento a quelli disponibili sul mercato.
“È motivo di grande soddisfazione partecipare alla ideazione e produzione di un componente del motore per il lanciatore per la messa in orbita di satelliti VEGA (Vettore Europeo di Generazione Avanzata)”, ha detto il presidente del DASS, Prof. Giacomo Cao “che è sviluppato da AVIO attraverso ELV (70% AVIO e 30% ASI) e, dal primo lancio nel febbraio 2012, ha riscosso un successo crescente grazie alle sue doti di flessibilità, affidabilità ed efficienza”. “Se nei prossimi mesi, i risultati di questi test che verranno eseguiti dalla stessa Avio in condizioni di esercizio con cui opera il lanciatore VEGA saranno positivi”, ha aggiunto il presidente del DASS “si ragionerà sulla stesura di apposita domanda di brevetto che possa tutelare la tecnologia completamente sviluppata in terra di Sardegna”.
da Sorrentino | Lug 29, 2016 | Medicina, Primo Piano, Programmi
Anima discussioni il risultato di una ricerca sull’esposizione degli esploratori spaziali alle radiazioni cosmiche. Benché noto da tempo il rischio a cui ci si sottopone quando si opera lontano dallo scudo della magnetosfera terrestre, l’esito delle indagini condotto sugli astronauti del programma Apollo ha offerto dati che appaiono inequivocabili e sui quali riflettere al fine di garantire la completa protezione a coloro i quali si spingeranno verso gli spazi del sistema solare. Il riferimento all’esplorazione di Marte è automatico, così come al ritorno sulla Luna. Quali sono, dunque, i rischi per la salute connessi alla lunga permanenza in ambiente spaziale? Il settore biomedico della NASA è concentrato sull’approfondimento delle conseguenze legate all’esposizione prolungata alle radiazioni cosmiche, nel medio e nel lungo periodo. Secondo una recente indagine apparsa su Scientific Reports, l’allerta riguarda in particolar modo gli esploratori spaziali lunari, non quelli che operano in orbita bassa, come per la stazione spaziale internazionale. Unica cartina di tornasole è rappresentats, come detto, dagli astronauti del Programma Apollo, sottoposti a un differente tipo di irraggiamento cosmico, ben più pericoloso di quello subito dai colleghi perché la loro avventura all’arrembaggio della Luna si è svolta senza la naturale protezione della magnetosfera.Quanti hanno preso parte a viaggi spaziali oltre i 400 chilometri – altezza indicativa a cui “viaggia” la Stazione, dove comunque si rischia di soffrire di problemi seri come osteoporosi, nausea spaziale, perdita di massa ossea e muscolare, cecità spaziale e diabete – sono stati bersagliati da una quantità di radiazioni maggiore rispetto ad ogni altro astronauta nella storia. A risentirne maggiormente, l’organo più importante di tutti, il cuore. Dalle analisi dei dati infatti è emerso che il 43 percento degli astronauti Apollo morti lo sono stati a seguito di malattie cardiovascolari: una percentuale quattro o cinque volte superiore rispetto a quella dei colleghi che hanno viaggiato solo nell’orbita bassa. In prospettiva di un ritorno sulla Luna tra il 2020 e il 2030 e in preparazione di missione umana su Marte, studiare le condizioni di salute degli astronauti è fondamentale per rendere più sicuri i viaggi verso il Pianeta rosso.
Anche il nostro Paese da anni è impegnato nella ricerca biomedica finalizzata alla tutela del benessere degli astro-esploratori in orbita bassa. In particolare, la missione Futura condotta da Samantha Cristoforetti ha avuto l’obiettivo di monitorare il deterioramento dei tessuti ossei e muscolari della crew residente e di acquisire dati utili alla predisposizione di meccanismi di salvaguardia dallo stress spaziale: la nostra astronauta è stata impegnata nel corso del suo soggiorno in microgravità nello svolgimento di attività inerenti l’analisi dei meccanismi di metabolismo osseo, espressione genetica e circolazione cerebrale. Conoscere come lo spazio può causare cambiamenti drastici nel funzionamento degli organi e degli apparati del corpo umano aiuterà gli scienziati a sviluppare misure di volta in volta più efficaci per contrastare l’insorgenza di patologie, nello spazio e sulla Terra.
da Sorrentino | Lug 28, 2016 | Missioni, Primo Piano
ExoMars continua il suo viaggio con destinazione Marte. Alle 11:30, ora italiana, di giovedì 28 luglio, la sonda ha acceso i motori per eseguire la Deep Space Manoeuvre, un’operazione mirata a portare il Trace Gas Orbiter sulla traiettoria prevista per l’incontro con il Pianeta Rosso. Il big burn, che ha avuto una durata di 52 minuti, ha generato un’accelerazione pari a 326.497 m/s. Alle 12.30 la stazione di ricezione di New Norcia in Australia, che ha il compito di seguire il viaggio della sonda, ha dato conferma della buona riuscita della manovra. L’accensione del 28 luglio era la più intensa delle quattro programmate tra i mesi di luglio e agosto. Il secondo burn, di minore intensità rispetto al primo, è programmato per l’11 agosto. A settembre, poi, si entrerà nel vivo della missione con i test di navigazione e le verifiche per il controllo d’assetto mentre il 9 ottobre inizierà il controllo da parte del team della missione 24 ore su 24 in attesa della separazione dell’Entry Descent Module (EDM) Schiaparelli una settimana dopo, il 16.