da Sorrentino | Gen 27, 2016 | Lanci, Primo Piano, Servizi Satellitari
Dall’inverno all’estate 2016, qualcosa è destinato a cambiare nel mondo delle telecomunicazioni via satellite. Sulla rampa di lancio di Baikonour, in Kazakistan, nella ogiva del razzo vettore Proton pronto al lift-off programmato alle 23:20 ora italiana di venerdì 29 gennaio, c’è il satellite Eutelsat-9B al cui interno c’è la piattaforma EDRS (acronimo di European Data Relay System). EDRS rappresenta il più ambizioso programma di telecomunicazione mai concepito dall’Agenzia Spaziale Europea, in grado di trasmettere ogni giorno fino a 50 terabyte di dati dallo spazio alla Terra. Non a caso è stata soprannominata SpaceDataHighway, autostrada spaziale dei dati, e utilizzerà una tecnologia laser all’avanguardia per fornire servizi di ritrasmissione di enormi quantità di dati quasi in tempo reale. L’obiettivo è migliorare in maniera drastica la rapidità di accesso a dati critici, come quelli raccolti durante i servizi di emergenza in risposta alle catastrofi naturali. Il primo elemento di EDRS, chiamato EDRS-A, comincerà a ritrasmettere informazioni dallo spazio alla Terra a partire dall’estate 2016. Veicolerà i dati dei satelliti Sentinel-1 e Sentinel-2 di Copernicus, il programma di osservazione satellitare della Terra lanciato nel 1998 dalla Commissione Europea e da un pool di agenzie spaziali. Il programma Copernicus punta a migliorare la raccolta e la gestione europea dei dati sullo stato di salute del pianeta, e si basa su sei tipologie diverse di satelliti sentinelle. Quelli con cui comunicherà EDRS-A, Sentinel-1 e Sentinel-2, sono utilizzati rispettivamente per produrre dati radar interferometrici e per l’osservazione multi spettrale. Una volta in funzione, il sistema EDRS lavorerà per aumentare la quantità di dati provenienti dai satelliti in orbita bassa, dalla ISS e dalle navicelle senza equipaggio, arrivando a ritrasmettere fino a 50 terabyte di dati al giorno. In pratica, verrà garantito un flusso quasi continuo, che cosentirà di eliminare il ritardo nella trasmissione dei dati, rendendo gradualmente l’Europa sempre più indipendente nell’osservazione satellitare della Terra.
da Sorrentino | Gen 26, 2016 | Missioni, Primo Piano
La sonda euroamericana Cassini, in orbita dal 2004 intorno a Saturno, sta effettuando una serie di manovre propulsive in attesa dell’atto finale della missione previsto nel 2017. Il programma prevede un’intensa attività nel corso del 2016 con una serie di cinque manovre propulsive, la seconda delle quali compiuta il 23 gennaio. L’obiettivo è inclinarne progressivamene l’orbita al di fuori del piano degli anelli di Saturno. Ognuna delle manovre è propedeutica a una successiva ‘fionda gravitazionale’ di Titano che servirà a modificare l’orbita di Cassini, portandola a un’inclinazione maggiore rispetto al piano equatoriale di Saturno. In questo modo la velocità orbitale della sonda intorno a Saturno è stata variata di 6,8 metri al secondo. Le prossime manovre sono schedulate per Il 1 febbraio, con un cambiamento di velocità di 774 metri per secondo, e per il 25 marzo: quest’ultima sarà preparatoria per il fly-by di Titano del 4 aprile.
«Il nostro obiettivo è quello di portare Cassini a una precisa altitudine/latitudine in un tempo specifico sopra Titano – ha commentato Earl Maize, project manager di Cassini al Jet Propulsion Laboratory della NASA – e queste grandi manovre propulsive ci portano dritti all’obiettivo».
Cassini non farà più ritorno in un’orbita vicina al piano degli anelli di Saturno. Il team della sonda sta aumentando lentamente l’inclinazione del percorso rispetto all’equatore di Saturno per preparare Cassini al momento finale della sua missione.
A fine novembre 2016 la sonda aumenterà gradualmente l’inclinazione della sua orbita, portandosi sempre più al di sopra dei poli di Saturno: questa fase è denominata dagli scienziati ‘F-Ring orbit’. Successivamente Cassini sonda si immergerà tra gli anelli interni di Saturno ben 22 volte, per poi tuffarsi definitivamente – a settembre 2017 – nell’atmosfera del gigante ad anelli.
Lanciata nel 1997 da Cape Canaveral, la missione Cassini-Huygens di NASA, ESA e ASI, ha raggiunto Saturno inserendosi in orbita il 1° luglio 2004. La durata nominale della missione era inizialmente di quattro anni. Un tempo triplicato. Lo studio di Saturno e del suo sistema di satelliti ed anelli è un elemento cardine per la decodifica di alcuni dei processi primari dell’evoluzione di un sistema planetario ed in particolare di quello che è il più complesso dei pianeti gassosi. La missione Cassini con i suoi strumenti scientifici sta consentendo di approfondire la conoscenza della composizione, della struttura e delle proprietà fisiche e dinamiche dei corpi che costituiscono il sistema di Saturno.
(fonti: ASI-INAF)
da Sorrentino | Gen 22, 2016 | Missioni, Primo Piano
Nessuna speranza di riprendere contatto con Philae, il lander della missione Rosetta scesa sul nucleo della cometa 67/P Churyumov-Gerasimenko il 12 novembre 2014. Il 10 gennaio 2016 proprio dalla sonda è partito un segnale che avrebbe dovuto impartire al lander un comando di riattivazione della cosiddetta flywheel (la ruota di inerzia). Non c’è stata risposta, e il silenzio iniziato dopo il contatto stabilito per l’ultima volta il 9 luglio 2015 è destinato a perdurare. Ormai il progressivo allontanamento della cometa dal Sole impedisce a Philae di ricevere sui proprio panelli solari l’energia luminosa necessaria a generare la potenza elettrica minima per riattivare il computer di bordo. Dal 22 gennaio 2015, in funzione della nuova posizione assunta, Rosetta, che si è spostata nell’emisfero sud della cometa, non è in grado di “vedere” Philae per inviare nuovi segnali ed eventualmente riceverne. Il comando di attivazione non funziona esattamente come un semplice interruttore, ma è concepito in modo che, mettendo in rotazione la ruota d’inerzia presente a bordo del lander, si possa innescare un leggero sollevamento consentendo, nella migliore delle ipotesi, una esposizione più favorevole dei pannelli alla luce del Sole. Mario Salatti, co-program manager del lander Philae per l’Agenzia Spaziale Italiana, ha spiegato, nei giorni in cui si sono susseguiti i tentativi di contatto di Rosetta con il lander, che anche un solo piccolo sussulto avrebbe potuto rimuovere la polvere depositatasi sui pannelli solari per ripristinare le condizioni di generazione di potenza elettrica. D’ora in avanti i responsabili della missione Rosetta, che vede coinvolti l’Agenzia Spaziale Europea, Agenzia Spaziale Italiana, DLR tedesce e il CNES francese, saranno chiamati a valutare la fattibilità e l’opportunità di ulteriori tentativi o considerare la missione definitivamente conclusa. Restano, in ogni caso, il successo della storica discesa di una sonda automatica su un corpo cometario e l’acquisizione di dati su materia cosmica risalente alla fase di formazione del sistema solare.
da Sorrentino | Gen 22, 2016 | Industria, Primo Piano, Programmi
AVIO, nel suo ruolo di capocommessa per il programma VEGA C, e il CIRA – Centro Italiano Ricerche Aerospaziali – hanno siglato un accordo da circa 4 milioni di Euro per il nuovo lanciatore, il cui volo inaugurale è previsto nel 2018. L’accordo firmato tra AVIO e CIRA, nell’ambito del programma VECEP (VEGA Consolidation and Evolution Program) prevede l’effettuazione da parte del Centro Italiano Ricerche Aerospaziali di studi su aerodinamica, acustica e vibroacustica al decollo del VEGA C, utilizzando sia la galleria del vento sia simulazioni CFD (Computational Fluid Dynamics). I tecnici di Capua analizzeranno inoltre, in coordinamento con la Direzione Tecnica di AVIO, specifici aspetti del comportamento del nuovo motore a solido P120: fluidodinamica non stazionaria della camera di combustione e caratterizzazione meccanica delle strutture in composito.
“Con il VEGA C intendiamo migliorare ulteriormente la capacità di offerta sul mercato dei servizi di trasporto di piccoli satelliti in orbita bassa”, commenta Giulio Ranzo, Amministratore Delegato di AVIO, “la capacità di carico sarà incrementata di circa il 50% rispetto alla configurazione attuale. Questa nuova configurazione avrà anche una maggior flessibilità operativa. Infatti nello stesso lancio si potranno gestire sia un maggior numero di piccoli satelliti, anche in diversi piani orbitali, sia satelliti di massa superiore. Le attività che svolgeremo insieme al CIRA sono un ulteriore tassello alla crescita del know how spaziale italiano.”
“Questo importante accordo ci consente di dare continuità all’importante e fattiva collaborazione che da alcuni anni abbiamo con Avio nel campo della propulsione spaziale. Siamo orgogliosi di partecipare al programma VECEP, contribuendo in tal modo, con il nostro bagaglio di competenze scientifiche e tecnologiche e le nostre infrastrutture di ricerca, a consolidare il ruolo dell’Italia tra i paesi leader in Europa nel settore dei lanciatori e dell’accesso allo spazio” ha detto Luigi Carrino, Presidente del CIRA.
da Sorrentino | Gen 21, 2016 | Astronomia, Primo Piano
Per decenni la filastrocca dei pianeti in orbita intorno al Sole è partita da Mercurio per chiudersi con Plutone, poi declassato a pianetino dall’Unione Astronomica Internazionale. Ma il nono pianeta è certo che esiste, non perché lo si veda ma in base a calcoli matematici. Come quelli elaborati da Konstantin Batygin e Mike Brown, ricercatori del Caltech, il Californian Institute of Technology, i quali descrivono un corpo celeste gigantesco, con massa pari a circa a dieci volte quella della Terra e venti volte più distante di Nettuno rispetto al Sole. Situato su un orbita estremamente elittica, il suo periodo di rivoluzione lo porterebbe a completare un giro intorno alla nostra stella tra 10 e 20mila anni terrestri.
La presenza del cosiddetto “decimo pianeta” o Planet X ai confini del sistema solare è stata teorizzata da oltre un secolo, quando Plutone era considerato tale e dunque il nono in ordine di distanza dal Sole. Tutto nasce dalle risultanze delle osservazioni di alcuni oggetti situati nella fascia di Kuiper, che presentano anomalie nelle loro orbite. I due ricercatori del Caltech hanno preso in analisi sei dei corpi presi, i più distanti, osservando che essi seguivano una traiettoria che puntava in un’unica direzione nello spazio, presentando allo stesso tempo percorsi orbitali diversi. “E’ come avere sei lancette in un orologio che si muovono a diverse velocità ma che a certo punto vengono a trovarsi tutte esattamente nello stesso punto”, spiega Brown. “Un’eventualità che può verificarsi solo una volta su cento”. Inoltre, le orbite dei sei oggetti risultavano tutte inclinate di circa 30 gradi nella medesima direzione, la stessa rispetto al piano su cui si muovono gli otto pianeti conosciuti. La probabilità che ciò accada per caso, dicono i ricercatori, è dello 0,007 per cento, appena una su 15.000. Calcoli matematici e simulazioni al computer hanno quindi costruito l’identikit di un mondo extra-large la cui influenza gravitazionale sarebbe all’origine del comportamento dei sei corpi celesti.
“E’ uno studio particolarmente interessante – sottolinea Enrico Flamini, chief scientist dell’Agenzia Spaziale Italiana – che ci consente di comprendere meglio il quadro di formazione del sistema solare e finalmente ci permette di dare un nome al responsabile delle perturbazioni gravitazionali che a volte fanno spostare oggetti della fascia di Kuiper, quali ad esempio le comete, nella parte più interna del nostro sistema solare. E’ il caso della 67P/Churyumov-Gerasimenko che dalla sua posizione originaria, la fascia di Kuiper appunto, ha subito una sollecitazione gravitazionale che l’ha portata a risiedere nell’orbita di Giove. Sapevamo di questi processi, ma non potevamo dire cosa esattamente li generava. Mancava il ‘colpevole’”, aggiunge Flamini. Ora, forse, l’abbiamo trovato”.
“In effetti ricercatori parlano di un pianeta di una decina di masse terrestri”, osserva Giovanni Valsecchi, ricercatore dell’INAFpresso l’Istituto di Astrofisica e Planetologia Spaziali di Roma. “Nel Sistema solare sembra esserci un vuoto in questo intervallo di masse. E’ curioso, invece, che nei sistemi extrasolari che si stanno scoprendo, questa regione di masse è tutt’altro che vuota, anzi sono stati scoperti moltissimi oggetti con masse dalle cinque alle dieci volte quella della Terra. Se anche il Sistema solare avesse un pianeta di dieci masse terrestri e in un’orbita così curiosa e così diversa da quelle dei pianeti che siamo abituati a considerare, certo sarebbe una scoperta non da poco”.
Il Planet Nine sarebbe un oggetto molto buio e distante, il che ha impedito finora di poterlo osservare, da Terra o dallo spazio. Scovarlo e confermarne l’esistenza sarà compito dei grandi telescopi da Terra come l’Extremely Large Telescope dell’ESO e del reporter spaziale Hubble a cui si aggiungerà nel 2018 la potente vista all’infrarosso del James Webb. Sempre che lo sfuggente nono pianeta non venga avvistato prima.
(fonte: Asi)