da Sorrentino | Ott 12, 2015 | Politica Spaziale, Primo Piano, Programmi
Un documento in 36 pagine, redatto dall’amministratore della NASA Charles Bolden e descrittivo del piano per portare l’uomo su Marte, catalizza l’attenzione al 66esimo Congresso Internazionale di Astronautica ospitato dal 12 al 16 ottobre dall’Israel Convention Center di Gerusalemme all’insegna dello slogan “Space – The Gateway for Mankind’s Future”. Il primo viaggio con equipaggio verso il Pianeta Rosso è confermato al 2030 e sarà proprio la stazione spaziale internazionale in orbita terrestre a testare le capacità di lunga permanenza degli astronauti in assenza di gravità. L’ambizioso obiettivo vede riunite intorno al panel della NASA le agenzie spaziali europea e russa, di Italia, Giappone, Canada, Francia, Germania, Svizzera e Regno Unito. Resta da capire, in proiezione futura, quale potrà essere la collaborazione con la Cina, che ambisce a sbarcare sulla Luna con i suoi taikonauti. Di certo la NASA e i suoi partner, tra i quali l’Italia è destinata a svolgere un ruolo di primo piano, saranno chiamati a uno sforzo tecnologico notevole, dovendo sviluppare soluzioni innovative per garantire la permanenza e sopravvivenza dell’uomo sulla superficie marziana. La prima missione prevede che gli astronauti vi trascorrano un anno, sommando poi il tempo del viaggio di andata e ritorno. Le tappe di avvicinamento al traguardo del 2030 sono serrate. Oltre alla qualificazione del nuovo sistema di trasporto spaziale basato sulla capsula Orion, è prevista la cattura e il trascinamento in orbita lunare di un asteroide su cui sbarcare per svolgere attività propedeutiche a quelle previste su Marte. Tutte da implementare le tecnologie di supporto alla vita e i sistemi di produzione di vegetali in serra per garantire l’alimentazione dell’equipaggio. Intanto l’Italia ricopre un ruolo di primo piano, tecnologico e scientifico, nella missione Exomars, gestita da ESA e Roscomos, che prevede il lancio di un orbiter nel marzo 2016, seguito due anni dopo da un rover equipaggiato per scandagliare il suolo marziano alla ricerca di microorganismi e raccogliere prove della presenza in epoca remota di acqua allo stato liquido.
Sui programmi di esplorazione del Pianeta Rosso, Orbiter ha intervistato Enrico Flamini, responsabile scientifico dell’Agenzia Spaziale Italiana.
da Sorrentino | Ott 12, 2015 | Industria, Primo Piano, Servizi Satellitari
I satelliti di Telecomunicazioni Koreasat 5A e Koreasat 7, attualmente in fase di realizzazione da parte di Thales Alenia Space, includeranno i più grandi componenti di piattaforma mai realizzati in Europa utilizzando la tecnica di stampa 3D nota come “processo di produzione additiva con fusione di letto di polvere”. Con dimensioni di circa 45cm x 40cm x 21 cm, questi supporti per antenne telemetriche e di comando sono realizzati in alluminio. Tali componenti, identici per i due satelliti, sono stati realizzati nel medesimo lotto dalla stessa strumentazione. Thales Alenia Space utilizza la stampante 3D Concept Laser Xline 1000R, la più grande macchina di fusione a raggio laser in Europa, di proprietà di Poly-Shape, una società francese partner di Thales Alenia Space. I due componenti dall’innovativo design “organico”, hanno già superato i test di accettazione sulle vibrazioni, dimostrando un comportamento dinamico perfettamente riproducibile. L’utilizzo della tecnica di stampa 3D per realizzare questo tipo di componenti offre una serie di vantaggi come il risparmio del 22% sul peso, la riduzione dei tempi di produzione di uno o due mesi, il 30% di costi in meno e prestazioni migliori. Un supporto per antenna di questo tipo è già in orbita dall’Aprile 2015 sul satellite TurkmenAlem, sempre realizzato da Thales Alenia Space. Il satellite Arabsat 6B, il cui lancio dal Guyana Space Center, nella Guyana francese, è programmato per Novembre 2015, integra treppiedi realizzati con stampa 3D. Uno degli obiettivi strategici primari di Thales Alenia Space è l’evoluzione delle proprie capacità industriali, un elemento indispensabile per soddisfare le richieste di un mercato in continuo cambiamento in termini di costi e scadenze. Thales Alenia Space sta implementando tecnologie innovative come parte fondante della sua strategia generale, considerando sempre le persone al centro del processo produttivo. Questo approccio si riflette anche nell’uso crescente di processi di produzione additiva, così come nell’utilizzo della robotica e della robotica collaborativa (“cobotica”).
da Sorrentino | Ott 8, 2015 | Politica Spaziale, Primo Piano, Stazione Spaziale
L’equipaggio di Expedition 42/43, composto da Samantha Cristoforetti, da Terry Virts della NASA e Anton Shkaplerov dell’agenzia Roscosmos, ha portato a termine la tappa milanese del Post Flight Tour iniziato a Trento, terra adottiva della nostra astronauta, e destinato a concludersi dopo una settimana a Napoli, luogo di formazione aeronautica, dopo i passaggi a Bologna e Roma a bordo del treno Frecciarossa. Evento clou della tappa milanese la visita all’esposizione dedicata allo Spazio del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia, dove sono custoditi un frammento di roccia lunare portato a terra dall’ultima missione umana sulla Luna e una tuta uguale a quella che hanno indossato a bordo della navicella spaziale Soyuz, e alla mostra “Il mio Pianeta dallo Spazio – Fragilità e Bellezza”, aperta al pubblico fino al 10 gennaio 2016. A seguire l’incontro nell’Auditorium del Museo con studenti, sostenitori della campagna di crowdfunding per l’esposizione del frammento di Luna, docenti universitari, ricercatori e alcuni fortunati visitatori che hanno ascoltato con attenzione Samantha Cristoforetti raccontare la sua esperienza di 200 giorni a 400 chilometri di altezza a bordo della Stazione Spaziale Internazionale.
Prima della ripartenza a bordo del Frecciarossa che trasporta astronauti e seguito lungo l’itinerario del Post Flight Tour, si è svolta una conferenza nella Sala Reale della stazione di Milano Centrale, all’inizio della quale il presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, Roberto Battiston, ha ricordato i 50 anni dell’Italia nello Spazio e come e quanto le tecnologie spaziali pervasive, efficienti e utili siano entrate nella vita quotidiana, citando ad esempio il recente proposito, manifestato dal ministro delle infrastrutture e dei trasporti Del Rio, di affidarsi a Cosmo Skymed per monitorare lo stato delle infrastrutture sul territorio. Battiston ha sottolineato la complessità delle attività spaziali che richiede al nostro Paese e in generale di lavorare in un contesto di collaborazione internazionale, interpretato da astronauti che hanno dimostrato le loro eccellenti qualità. “Il 50% della parte abitata della ISS è stata costruita dall’industria spaziale italiana – ha affermato Battiston – Ciò permette, in base a un accordo bilaterale ESA-NASA, di portare in orbita gli astronauti italiani mediamente a cadenza biennale”.
Franco Bonacina, portavoce del direttore generale dell’ESA, si è soffermato sulla frase che campeggia nella home page del sito web dell’ASI: “la strada che porta allo Spazio passa per il nostro Paese”. Ben 350 italiani, infatti, lavorano nei centri dell’ESA. Quest’anno si è parlato molto italiano sulla ISS, ma anche danese e tra poco in inglese con l’accento del Sussex. Non solo astronauti nell’Europa spaziale, evidentemente. La cronologia degli eventi è iniziata con la missione di IXV, proseguita con la quinta e ultima missione di ATV, prosegue con il previsto lancio di altri sei satelliti Galileo, la cui costellazione salirà a 12 strumenti in orbita, e del terzo satellite Sentinel dal poligono russo di Plesetsk. Il Generale di Divisione Aerea Settimo Caputo ha ricordato come il progetto San Marco dell’ing. Broglio ha permesso all’Italia, attraverso il contributo fondamentale dell’Aeronautica Militare, di diventare il terzo Paese spaziale. E quattro dei sette astronauti italiani andati in orbita appartengono all’Arma Azzurra. Ultima in ordine di tempo il capitano Samantha Cristoforetti, la quale ha raccontato l’impatto positivo con i giovani e giovanissimi, che con il loro entusiasmo si lasciano affascinare dallo Spazio e dall’avventura in orbita. La classifica dei mezzi di trasporto preferiti dalla nostra astronauta è basata sulle alte velocità: al primo posto la navicella spaziale, al secondo il jet militare, poi il treno. Tra le tante curiosità, una riguarda l’olfatto. L’ambiente spaziale è inodore – spiega Samantha – ma qualcosa si manifesta (odore di bruciato o stantio) quando un veicolo di rifornimento attracca o quando i colleghi astronauti rientrano da attività extraveicolare. Tornare nello spazio? “Sarebbe una grande gioia e un privilegio “, facendo riferimento alla possibilità di effettuare una passeggiata spaziale e ancor più alla partecipazione allo sviluppo dei nuovi veicoli spaziali.
Sull’attività legata alla ricerca scientifica in orbita, Samantha Cristoforetti si dilunga volentieri. “La maggior parte del tempo è dedicato agli esperimenti di fisiologia umana, come lo studio della circolazione venosa, con l’obiettivo di contribuire da un lato a gestire la vita e il lavoro in assenza di gravità nelle missioni di lunga durata e dall’altro allo sviluppo di tecnologie diagnostiche non invasive – ha spiegato, portando l’esempio di una particolare ricerca sui meccanismi del sonno, promossa dalla Fondazione Don Gnocchi e svolto in collaborazione con l’Istituto Auxologico Italiano, condotta indossando una maglia dotata di un piccolo accelerometro sullo sterno per studiare le piccole accelerazioni valvolari cardiache e l’attività elettrica e meccanica del cuore, dei livelli di attivazione del sistema nervoso autonomo, della respirazione e della temperatura. Uno studio ha riguardato l’adattamento neurologico all’assenza di peso per una corretta gestione dell’equilibrio e del movimento. Molti dei 200 esperimenti svolti durante la missione si sono svolti con processi di background, ma grande interesse riservano le colture cellulari in vitro, come quelle che hanno permesso di osservare come la microgravità influenzi la forma delle cellule. Detto della macchina da caffè, che ha regalato a Samantha Cristoforetti e per la prima volta in assoluto il gusto dell’espresso in orbita, un occhio particolare è stato dedicato alla osteoporosi, attraverso un esperimento basato sull’aggiunta di nanoparticelle al tessuto osseo con l’obiettivo di inibirne la degradazione. A tale proposito, Battiston ha sottolineato come gli astronauti tornano con una massa ossea uguale a quella con cui sono partiti grazie a particolari tecniche di nutrizione e ginnastica attiva che possono essere traslate nella clinica quotidiana. La tappa milanese di Expedition 42/43 si conclude con un invito alla consapevolezza circa l’importanza delle ricadute scientifiche e tecnologiche delle attività spaziale e di considerare lo Spazio una dimensione da gestire per non rischiare di perderne le straordinarie opportunità che ci riserva.
da Sorrentino | Ott 7, 2015 | Astronomia, Primo Piano
Nella stagione autunnale, volgendo lo sguardo a Sud e guardando verso il basso sull’orizzonte, si nota la piccola e debole costellazione del Microscopio, situata tra il Capricorno e il Sagittario. Nella zona di cielo che essa occupa, a una distanza relativamente piccola dalla Terra (30 anni luce), c’è AU Microscopii (AU Mic), una stella molto giovane, attiva e contornata da un disco di polveri e detriti che da diverso tempo è oggetto di studio da parte degli astronomi. Infatti fin dalle prime osservazioni AU Mic ha mostrato strutture asimmetriche lungo il piano mediano del disco alla distanza di circa 20 unità astronomiche dalla stella (a una distanza cioè pari a 20 volte la distanza della Terra dal Sole).
Grazie allo strumento SPHERE (Spectro-Polarimetric High-contrast Exoplanet REsearch) montato sul Very Large Telescope dell’ESO che utilizza la tecnica dell’imaging ad alto contrasto, gli astronomi hanno avuto conferma di una serie di strutture nella regione a sud-est del disco di AU Mic, già osservate con l’Hubble Space Telescope nel 2010 e 2011. SPHERE è, infatti, uno strumento in grado di rilevare deboli pianeti nelle immediate vicinanze di stelle diverse dal nostro Sole, attraverso tecniche in grado di isolare la luce proveniente dal pianeta oscurando quella della stella centrale. In questo modo è possibile ottenerne una vera e propria immagine diretta del pianeta. E l’analisi dei dati di SPHERE. assieme a un riesame accurato delle osservazioni del telescopio spaziale Hubble, ha confermato che tutte le strutture presenti nelle riprese del 2010 e 2011 sull’ala sud-est del disco si sono allontanate dalla stella in maniera coerente, diventando più deboli e larghe, e avvicinandosi sempre più al piano del disco. Tali dischi di detriti sono ciò che resta del disco da cui si è formata la stella centrale e, come sappiamo oggi, anche eventuali pianeti. Essi mostrano spesso delle asimmetrie sia morfologiche sia di luminosità che possono essere il risultato delle perturbazioni gravitazionali indotte dai pianeti presenti.

Secondo Massimo Turatto, direttore dell’INAF – Osservatorio Astronomico di Padova e co-investigator dello strumento SPHERE «le immagini ottenute con SPHERE permettono di avere la visione di tutto il disco con un dettaglio senza precedenti. Nella parte sud-est del disco, vicino alla stella centrale si possono vedere le strutture ad arco già identificate da Hubble nel 2010 e 2011. Il disco è chiaramente visibile fino a 0.17 secondi d’arco dalla stella centrale (1.7 Unità Astronomiche) con una qualità addirittura superiore a quella di Hubble.
La cosa più sensazionale è che, dal confronto temporale tra le nostre immagini e quelle di Hubble, si è potuto notare che tali strutture si muovono. Le loro velocità sono molto elevate tanto che le strutture più esterne sembrano muoversi di moto non-Kepleriano, associato al disco. Estrapolando le osservazioni indietro nel tempo sembra di poter trovare un’origine di tali strutture circa 15 anni fa».
da Sorrentino | Ott 7, 2015 | Industria, Politica Spaziale, Primo Piano
Lo Spazio, un tempo sinonimo di esplorazione e tecnologia, è oggi divenuto un settore strategico in cui si incontrano la competitività industriale e la capacità di offrire servizi. Questo binomio ha creato una connotazione socio economica dello spazio e ha attirato l’attenzione di Paesi e di imprese che, sempre più numerosi, hanno iniziato ad investire sviluppando una vera e propria “economia dello Spazio”. Questa la tesi sviluppata da Lanfranco Zucconi, Presidente AIPAS (associazione delle imprese per le attività spaziali), al convegno promosso da Space Renaissance al Politecnico di Torino.
Zucconi ha ricordato che, secondo l’ultimo rapporto OCSE 2014, lo Spazio occupa circa 900.000 addetti in tutto il mondo, che generano un fatturato di 256 Miliardi di dollari, dei quali 150 miliardi per servizi, telecomunicazioni, e televisione, navigazione osservazione della terra. Sebbene lo Spazio sia ritenuto una attività costosa la spesa pro-capite degli Stati è molto bassa. Il governo USA che guida la classifica con un investimento nelle attività spaziali di circa 50 miliardi di dollari l’anno, spende in realtà lo 0,3% del suo PIL. In realtà lo Spazio non è cambiato molto negli ultimi anni, con una crescita lenta se paragonata ad altri settori ad alta tecnologia come ad esempio l’informatica o la telefonia mobile. In particolare lo Spazio istituzionale nelle sue articolazioni non ha subito nel tempo un significativo cambiamento, rimanendo conservativo in un settore che tutti ritengono istintivamente ai confini dell’innovazione. Pochi esempi negli USA, in Europa e pochissimi in Italia stanno dimostrando che è possibile anzi necessario introdurre dei cambiamenti per ricercare una dimensione efficace per rendere sostenibili le attività spaziali. Purtroppo, nonostante alcune iniziative di promozione di investimenti privati negli USA, lo Spazio ha ancora bisogno di uno stato orientato a sostenerne lo sviluppo con concreti investimenti. Nonostante le difficoltà economiche degli ultimi anni le attività spaziali sono destinate a crescere e svilupparsi, rappresentando “una grande opportunità per i giovani”. Attraverso l’inserimento dei giovani nelle aziende ma anche nelle istituzioni preposte alle attività spaziali – ha concluso Zucconi – sarà possibile introdurre quei cambiamenti necessari per lo sviluppo di infrastrutture spaziali sostenibili e di servizi che il mercato del futuro richiederà.