da Sorrentino | Mag 6, 2013 | Astronomia, Primo Piano, Programmi
ESRIN, il Centro dell’Agenzia Spaziale Europea per l’Osservazione della Terra situato a Frascati, ospita il 22 maggio, alla presenza degli esperti ESA e dei partner principali dell’industria e della ricerca europei, la cerimonia di inaugurazione del ‘Near Earth Object Coordination Centre’, il nuovo sistema di avvertimento per la ricerca di asteroidi e meteoriti.
Il NEO-CC sarà il punto centrale di accesso ad una rete europea di sorgenti dati NEO (Near Earth Object, oggetti vicini alla Terra) e di fornitori di informazioni in corso di formazione all’interno del Programma SSA (Space Situational Awareness) dell’ESA. Gli scienziati stimano che ci siano oltre 600.000 asteroidi nel nostro sistema solare, circa 10.000 dei quali sono oggetti vicini alla Terra (NEO), ad esempio la loro orbita si avvicina a quella della Terra ed un impatto con il nostro pianeta non può essere escluso. Prova drammatica che ciascuno di questi può colpire la Terra si è avuta il 15 febbraio 2013, quando un oggetto non identificato che viaggiava a 67.000 km orari e che si pensa avesse un diametro di 17-20mt è esploso sopra Chelyabinsk, Russia, con un’energia 20-30 volte quella della bomba atomica di Hiroshima. La risultante onda ha causato danni estesi e feriti.
Il NEO-CC dell’ESA fungerà da Centro dati pre-operativo per migliorare l’avvertimento di impatto e darà supporto agli esperti nel campo unendo gli assetti europei nuovi ed esistenti, i sistemi ed i sensori; sosterrà l’integrazione e le operazioni iniziali della rete di distribuzione delle informazioni del Centro NEO dell’Agenzia. Il Centro servirà anche come punto focale per gli studi scientifici necessari per migliorare i servizi di allerta NEO e fornire dati quasi in tempo reale agli utenti europei ed internazionali, compresi organi scientifici, organizzazioni internazionali ed agli organi decisionali governativi.
Maggiori informazioni sul Programma SSA dell’ESA
https://www.esa.int/ssa
https://www.esa.int/ssa_neo
Pagine web NEO-CC
https://neo.ssa.esa.int/
da Sorrentino | Mag 6, 2013 | Astronomia, Eventi, Primo Piano
Bologna ospita l’appuntamento annuale della SAIt, la Società Astronomica Italiana, evoluzione della Società Spettroscopisti Italiana fondata dall’astronomo Pietro Tacchini nel 1871. Il 57° Congresso della SAIt, organizzato con la collaborazione e il supporto dell’INAF, rappresenta una autorevole occasione di presentazione, approfondimento e discussione di temi e risultati scientifici, progetti ed attività di grande impatto ed attualità o prospettiva per l’intera comunità, includendo in questo sia il mondo della ricerca professionale, sia quello didattico e formativo, sia quello della comunicazione e della divulgazione. Ovviamente con uno sguardo alla ricerca e alla scienza nel complesso, per l’importanza che la cultura scientifica rappresenta nella crescita di un Paese. E proprio a richiamare lo sforzo comune che deve essere fatto per difendere questo importante ambito culturale, l’apertura del congresso è stata dedicata alla Città della Scienza di Napoli e alla sua futura ricostruzione. La SAIt, infatti, svolge un ruolo di istituzione aperta alla intera comunità scientifica, didattica e di divulgazione offrendo una “palestra” di incontro e confronto fra tutti coloro che, a qualunque titolo, si occupano o anche solo si interessano di astronomia.
Con tale intento SAIt e INAF hanno organizzato il congresso, pianificando un ricco programma di informazione e discussione su un ampio spettro di problematiche legate alle eccellenze scientifiche e ai grandi progetti, oltre a due workshop dedicati a didattica, divulgazione, outreach, conservazione e valorizzazione del patrimonio storico e museale.
L’intento è quello di illustrare lo stato di avanzamento di molti progetti, i problemi ad essi connessi e le opportunità che possono offrire. In questo quadro, la giornata finale è stata dedicata alla rimodulazione del piano di attività decennale, redatto nel 2006, alla luce da una parte dei continui, spettacolari sviluppi della ricerca e, dall’altra, di una indispensabile realistica valutazione delle risorse scientifiche, economiche e umane in un contesto nazionale particolarmente difficile.
Per offrire ai partecipanti un’adeguata panoramica della ricerca astronomica italiana, è stato dato ampio spazio ai risultati conseguiti dai giovani ricercatori, coinvolti in prima persona nella presentazione dei propri lavori. La loro presenza e il naturale bisogno di reclutarne sempre di nuovi così da garantire all’astrofisica il necessario apporto di nuove idee, spiega la decisione di dedicare un workshop specifico alla didattica ed alla formazione.
da Sorrentino | Mag 6, 2013 | Attualità, Eventi, Politica Spaziale, Primo Piano
Gli effetti delle grandi tempeste solari, l’impatto con la Terra di meteoriti e asteroidi, l’aumento dei detriti spaziali in orbita e gli attacchi del cyber-terrorismo. Questi i temi al centro della 17th International Space Conference, ospitata a Roma sul tema: “The impact of Space Weather and Space Exploitation on modern society – Hazards’ forecasting, prevention, mitigation and insurance at international level”. L’evento, organizzato da Pagnanelli Risk Solutions Ltd, vede la presenza di circa 300 esperti provenienti da 21 Paesi del mondo, tra cui tutta l’Europa (Italia compresa), Stati Uniti, Canada, Federazione Russa, Ucraina, Giappone, Cina, Hong Kong, Singapore, Corea del Sud, India e Arabia Saudita. In particolare, valutati i rischi per la popolazione civile e per le grandi reti ed infrastrutture a terra dovuti agli “space storms” e alla crescente presenza di “space debris” in orbita terrestre, oltre ad illustrare quali sono le contromisure adottate nel mondo, le procedure di protezione civile e le coperture assicurative. “Il nostro scopo è di estendere le conoscenze su quei rischi, di origine naturale o umana, che potrebbero avere effetti anche catastrofici sulle nuove tecnologie e sulle grandi reti”, ha spiegato Benito Pagnanelli, fondatore e presidente dell’International Space Conference. “Questa Conferenza è anche l’occasione per favorire un migliore coordinamento tra i vari Paesi del mondo per affrontare questo genere di rischi e per valutare l’opportunità di costituire un Ente internazionale, di cui faccia parte anche l’Italia, per la sorveglianza di questi fenomeni e la gestione delle grandi emergenze”.
Alla Conferenza partecipano i rappresentanti delle maggiori Organizzazioni e Agenzie spaziali internazionali (Nasa, Esa, Inmarsat, Arianespace, la francese Cnes, la tedesca Dlr, la britannica Uk Space Agency e la norvegese Nsc). Presenti anche esponenti del Parlamento e della Commissione Europea e alcune primarie compagnie di assicurazione e riassicurazione, come Swiss Re, Munich Re, AIG, PICC cinese, Mitsui giapponese, Samsung coreana, Partner Re, XL Insurance, Aspen, Brit Insurance e Insurance Center Sputnik russo. Nutrita pure la partecipazione da parte dell’Italia: Agenzia Spaziale Italiana (ASI), Dipartimento della Protezione Civile, Aeronautica Militare, Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), industrie specializzate come Thales Alenia Space e Telespazio.
Il programma dell’International Space Conference prevede due sessioni. La prima dedicata ai “rischi di origine naturale”, come i pericoli dovuti all’esposizione alle tempeste spaziali di origine solare degli organismi viventi (passeggeri ed equipaggi di aeroplani e astronauti) e anche di complessi sistemi tecnologici in orbita (satelliti, stazioni spaziali, ecc.) e sulla Terra (sistemi di fornitura di energia elettrica, trasporti, banche, ecc.). Sul tavolo anche gli effetti dell’eventuale impatto catastrofico sulla superficie terrestre di meteoriti e asteroidi. La seconda sessione della Conferenza è dedicata ai “rischi di origine umana”, tra cui i pericoli relativi al gran numero di “detriti spaziali” (vecchi satelliti, frammenti di satelliti e di vettori, ecc.) presenti intorno alla Terra, oltre ai rischi dovuti al cyber-terrorismo. A conclusione della Conferenza, venerdì 10 maggio, prevista una tavola rotonda dal titolo “Oltre i confini della Terra. Vivere e viaggiare nel Sistema Solare”, aperta al pubblico. Altre informazioni su www.prsforspace.com.
da Sorrentino | Apr 30, 2013 | Astronomia, Missioni, Primo Piano
Dopo quasi quattro anni di osservazioni, la missione Herschel dell’Agenzia Spaziale Europea si è conclusa: è terminata la scorta di elio superfluido, indispensabile per il raffreddamento degli strumenti scientifici di bordo e per il loro corretto funzionamento. La contenuta evaporazione dell’elio ha consentito di osservare il cielo per alcuni mesi in più rispetto a quanto stabilito dalle più rosee previsioni, superando le 22.000 ore complessive di osservazioni, ovvero più del 10 per cento di quanto inizialmente programmato. Questo inaspettato traguardo è solo un altro dei successi della missione che è divenuta una pietra miliare dell’astrofisica del secondo millennio.
Successi in cui l’Italia ha avuto un ruolo determinate: attraverso un supporto importante dell’ASI, Agenzia Spaziale Italiana, il nostro Paese ha partecipato alla costruzione di tutti e tre gli strumenti a bordo della missione, fornendo contributi tecnologici d’avanguardia che hanno visto coinvolti alcuni istituti di ricerca dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e due tra le industrie italiane aerospaziali più importanti, la Carlo Gavazzi Space S.p.A. (ora Compagnia Generale dello Spazio), e la Galileo Avionica (ora Selex Galileo S.p.A.).
“L’alto livello scientifico e tecnologico del contributo italiano alla missione è basato sull’esperienza maturata nella partecipazione a precedenti missioni spaziali per l’astronomia infrarossa, esperienza poi continuamente arricchita con l’impegno quotidiano che ricercatori e tecnici hanno dedicato a Herschel” dice Elisabetta Tommasi, dell’Unità Osservazione dell’Universo dell’Agenzia Spaziale Italiana. “L’ASI ha seguito e supportato costantemente questo cammino, che ha portato alla costituzione di un grande ‘capitale’ da mantenere e potenziare in prospettiva futura”.
L’Istituto di Astrofisica e Planetologia Spaziali (IAPS) di Roma dell’INAF ha fornito i sistemi software di controllo dei tre strumenti di bordo, l’INAF-Osservatorio Astrofisico di Arcetri, l’INAF-Osservatorio Astronomico di Trieste e il dipartimento di Astronomia dell’Università di Padova hanno collaborato fornendo personale altamente qualificato per i centri di controllo degli strumenti, che hanno seguito la missione sin dalle prime fasi di assemblaggio a Terra fino agli ultimi giorni di operazione, contribuendo all’aggiornamento e miglioramento continuo delle procedure di calibrazione. “La comunità italiana ha partecipato con entusiasmo alla missione, contribuendo significativamente sia alla realizzazione degli strumenti che alla definizione e all’analisi scientifica dei più importanti programmi osservativi” sottolinea Anna Maria di Giorgio, dell’INAF-IAPS, responsabile delle attività scientifiche italiane per la missione Herschel. “È quindi con grande emozione che abbiamo accolto la notizia dell’esaurimento della riserva di elio a bordo e della conclusione della fase operativa. Oggi si chiude un pezzo importante della nostra vita – intendo quella di tutti noi che abbiamo lavorato per oltre 15 anni alla missione e ai suoi Key project scientifici. Ma c’è ancora così tanto da fare per lo sfruttamento dei dati che non possiamo permetterci di sederci sugli allori!”
Molta infatti è l’attesa per i risultati scientifici che potranno ancora arrivare dalle future analisi dell’enorme mole di dati raccolti e grazie ai quali è già stata scoperta l’esistenza di onnipresenti strutture filamentari nelle regioni di formazione stellare contenute all’interno delle grandi nubi molecolari della nostra galassia, esplorate con una risoluzione spaziale senza precedenti. I filamenti osservati svolgono un ruolo chiave nel processo di formazione delle stelle. Le bellissime immagini di Herschel, così ricche di dettagli, mostrano come alcune nubi abbiano sviluppato filamenti così densi che stanno collassando sotto l’effetto della loro stessa gravità e aprono di fatto un nuovo capitolo sulla comprensione dei meccanismi della formazione stellare galattica.
Lo studio spettroscopico nell’infrarosso con Herschel dei sistemi stellari in formazione ha, poi, permesso di osservare per la prima volta strutture ancora in fase di contrazione gravitazionale. Herschel ha rivelato in alcune di esse una quantità di vapor d’acqua sufficiente a riempire più di 2000 volte tutti gli oceani della Terra. Questa scoperta è stata ottenuta all’interno di un’altro dei grandi progetti scientifici della missione, quello di seguire le tracce della presenza di acqua, una molecola cruciale per la vita, a partire dalle nubi di formazione stellare sino alla sua osservazione nei dischi protoplanetari che circondano le stelle appena formate.
Ma l’alta sensibilità degli strumenti a bordo di Herschel ha permesso anche di osservare la formazione di stelle nelle altre galassie, partendo da quelle vicine, come Andromeda, fino a galassie situate a miliardi di anni luce lontano da noi. Si è scoperto che molte tra quelle più distanti, più di 10 miliardi di anni luce, hanno un tasso di formazione stellare elevatissimo, producendo centinaia di migliaia di stelle all’anno.
Herschel è stato il più grande osservatorio astronomico orbitante mai costruito dall’uomo. Il suo telescopio ha uno specchio primario del diametro di 3.5 m, pari a una volta e mezzo il diametro del telescopio spaziale Hubble, progettato per operare nell’intervallo spettrale che va dal lontano infrarosso al submillimetrico, una banda di radiazione inaccessibile ai telescopi terrestri.
Herschel continuerà le comunicazioni con la Terra per qualche tempo, permettendo agli ingegneri dell’ESA di condurre tutta una serie di test tecnici soltanto alla fine dei quali il satellite verrà spedito verso una orbita stabile “di parcheggio” intorno al Sole, simile a quella di un asteroide o di una cometa.
da Sorrentino | Apr 30, 2013 | Attualità, Lanci, Primo Piano
Tutto pronto per la seconda missione di Vega, il lanciatore dell’Agenzia Spaziale Europea frutto della tecnologia italiana, la cui partenza dallo spazioporto di Kourou, nella Guyana Francese, è fissata nella notte tra il 3 e il 4 maggio 2013. Si tratta del primo dei cinque lanci di test che fanno parte del programma VERTA (VEga Research and Technology Accompaniment) e hanno valore propedeutico rispetto all’inizio delle missioni commerciali. Il primo volo con payload era stato previsto inizialmente il 19 aprile, ma si è preferito rimandare per consentire una serie di verifiche di funzionamento di alcuni sistemi che regolano il controllo dei flussi di propellente. In particolare si è provveduto alla sostituzione di un regolatore di pressione. Quindici mesi dopo il successo del lancio dimostrativo, avvenuto il 13 febbraio 2012, Vega porterà in orbita tre carichi commerciali: il satellite Proba-V dell’Esa, il satellite vietnamita Vnredsat e il mini-satellite dell’Estonia ESTCube-1. Due i payload principali: Proba-V, satellite dell’ESA che trasporta la versione ridotta dello strumento Vegetation dedicato al monitoraggio della crescita mondiale della vegetazione e destinato a integrare la missione pluriennale dei satelliti francesi Spot, e VNREDSAT (Vietnam Natural Resources Environment and Disaster Monitoring Satellite) satellite ottico, in grado di riprendere immagini con risoluzione di 2,5 metri, dedicato al monitoraggio delle risorse naturali e dei disastri costruita da Astrium per conto del governo vietnamita. Il terzo carico è il minisatellite ESTCube-1 progettato in Estonia, un cubo di 10 cm di lato pesante un chilo e mezzo di peso), costruito con il concorso di Tartu University, Estonian Aviation Academy, Tallinn University of Technology e University of Life Sciences, con l’obiettivo di testare la propulsione a mezzo di vela solare. Vega i suoi due carichi principali su due orbite con orientamenti diversi e a quote differenti: il satellite vietnamita in orbita sincrona a 660 km di altezza, quello dell’ESA a 800 km. Il software di volo di VEGA è stato sviluppato interamente in Italia da ELV (società che gestisce i lanci, partecipata al 70% da Avio e 30% da ASI) e aziende aerospaziali italiane. L’Italia contribuisce al programma Vega con una quota del 65%, seguita da Francia con il 12 e Spagna con il 7 per cento. AVIO, che costruisce i due grandi booster a combustibile solido e i principali componenti del propulsore a combustibile liquido “Vulcain” del razzo Ariane 5, ha un ruolo fondamentale nello sviluppo di Vega. Alto 30 metri e con un diametro alla base di 3 metri, il lanciatore europeo di piccoli satelliti pesa 137 tonnellate sulla rampa, può trasportare fino a 2.000 kg di carico utile e parte alla piattaforma 1 di Kourou, che tenne a battesimo il primo Ariane nel dicembre 1979. Il primo stadio di Vega, denominato p-80, è un autentico gioiello tecnologico, costituito dal più grande cilindro in composito a base di fibra di carbonio per uso spaziale. I primi tre motori spingono il razzo fino all’orbita, dove il quarto stadio Zefiro 9, in grado di essere spento e riacceso fino a cinque volte, provvede al corretto assetto per consentire la precisa collocazione dei satelliti alla quota prevista.