da Sorrentino | Mar 5, 2017 | Astronomia, Primo Piano

Secondo uno studio della Planetary Science Division della NASA, un scudo magnetico tra Marte e il Sole permetterebbe al Pianeta Rosso di ricostituire e conservare la propria atmosfera, innescando gradualmente le condizioni per l’abitabilità. L’idea, illustrata da Jim Green, direttore della Planetary Science Division NASA, in occasione del workshopPlanetary Science Vision 2050 tenutosi a Washington dal 27 al 1° marzo, consiste nel posizionare uno scudo magnetico dipolare nel punto di Lagrange L1 di Marte per creare una magnetosfera artificiale attorno al pianeta in grado di contrastare il vento solare. Ciò permetterebbe a Marte di conservare la propria atmosfera innescando una serie di effetti a catena ‘positivi’ per l’abitabilità. La teoria, scientificamente accettata, fa leva su quanto confermato anche dalle sonde Mars Express e MAVEN, ovvero che Marte, come la Terra, in origine possedesse un proprio campo magnetico, scomparso improvvisamente 4,2 miliardi di anni fa. Ciò avrebbe causato la graduale e inesorabile fuga di atmosfera sul pianeta, processo che nel giro di 500 milioni di anni ha trasformato un Marte caldo e umido nel luogo freddo e inospitale che conosciamo oggi. Un mondo in cui la vita non può prosperare, estremamente difficile da conquistare e colonizzare per l’uomo anche a causa delle forti radiazioni a cui questo sarebbe esposto. Secondo il team di Green, la soluzione per portare in sicurezza l’uomo su Marte, permettergli di vivervi come in una “seconda casa”, passa per la creazione di una magnetosfera artificiale generata da uno scudo dipolare magnetico, abbastanza forte da contrastare il vento solare. Secondo le simulazioni effettuate in laboratorio dagli scienziati del team della Planetary Science Division NASA , una struttura gonfiabile potrebbe essere in grado di generare un campo magnetico dipolare di 1 o 2 Tesla, funzionando come uno scudo attivo contro il vento solare. Come risultato, l’atmosfera di Marte troverebbe un nuovo equilibrio. In primo luogo, secondo i calcoli, si registrerebbe un aumento medio della temperatura superficiale di circa 4 gradi centigradi. Ciò sarebbe sufficiente a sciogliere il rivestimento di ghiaccio di anidride carbonica sopra la calotta polare settentrionale. L’evaporazione della CO2 innescherebbe un effetto serra, riscaldando ulteriormente l’atmosfera e causando lo scioglimento dell’acqua ghiacciata nelle calotte polari, dove si stima sia imprigionato circa un settimo degli oceani che una volta scorrevano su Marte. Il team di Green si appresta ora a produrre una valutazione sui tempi necessari a innescare questi cambiamenti e, allo stesso tempo, avviare uno studio di fattibilità per la realizzazione dello scudo.
(fonte: ASI)
da Sorrentino | Mar 5, 2017 | Missioni, Primo Piano
Lunedì 6 marzo avrebbe potuto segnare la data della prima collisione non voluta tra un veicolo artificiale costruito dall’uomo e un corpo celeste. Scontro scongiurato, grazie all’operazione di correzione della traiettoria di volo, per mezzo della quale è stato impedito l’impatto tra la sonda Maven (Mars Atmosphere and Volatile mission Evolution) della NASA, e la luna Phobos di Marte.Maven sta svolgendo un prolifico programma di osservazione del Pianeta rosso, acquisendo dati su atmosfera e ionosfera, sulle conseguenze prodotte dal vento solare e in generale sull’ambiente. La manovra di correzione è stata eseguita il 28 febbraio, quando la sonda ha attivato uno dei razzi del motore che ha fatto aumentare la sua velocità di 0,4 metri al secondo, un delta ufficiente a evitare il rendez- vous che gli scienziati del Jet Propulsion Laboratory avevano calcolato con precisione sarebbe avvenuto il 6 marzo. Le orbite di Phobos e Maven si incrociano diverse volte durante l’anno e, grazie ai dati raccolti, è stato facile prevedere quando si sarebbe verificato lo scontro. In realtà c’era un piccolo margine, ma essendo di soli 7 secondi, il rischio che Maven impattasse su Phobos era elevato. Eseguita la manovra sulla sonda, Phobos e Maven transiteranno nell’ipotetico punto di collisione a un intervello di due minuti e mezzo l’una dall’altra.
da Sorrentino | Mar 3, 2017 | Astronomia, Primo Piano
Le onde di Alfvén, teorizzate circa settant’anni fa, hanno catalizzato l’attenzione dei fisici solari di tutto il mondo, in quanto la loro energia contribuirebbe in modo decisivo al riscaldamento della corona solare – lo strato più esterno dell’atmosfera del Sole – fino a milioni di gradi, rispetto alla più “fredda” e interna zona visibile, che raggiunge valori di circa 6000 gradi. Un team internazionale coordinato Gerard Doyle dell’Armagh Observatory and Planetarium nel Regno Unito, e a cui ha partecipato Marco Stangalini, ricercatore dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) a Roma, annuncia in un lavoro in pubblicazione nell’ultimo numero della rivista Scientific Reports, la scoperta di onde torsionali di Alfvén di alta frequenza – con periodo di circa 30 secondi – in sottili tubi di flusso magnetici nell’atmosfera del Sole. Tali onde sono in grado di trasportare una grande quantità di energia negli gli strati più esterni dell’atmosfera della stella e di agire da sorgente di energia non solo per il riscaldamento della corona, ma anche per l’accelerazione del vento solare.
I fenomeni che avvengono nell’atmosfera solare sono dominati dai meccanismi che coinvolgono i campi magnetici del Sole e la loro evoluzione dinamica. Le complesse configurazioni dei campi magnetici, che possono attorcigliarsi tra loro come giganteschi, invisibili elastici, portano enormi accumuli di energia. Questa energia può essere rilasciata in modo impulsivo, come nel caso dei brillamenti solari nelle regioni della corona, o in modo più graduale, attraverso il processo di riscaldamento dovuto all’energia trasportata da oscillazioni di campi magnetici, ovvero le onde di Alfvén. Grazie alla combinazione di sofisticate simulazioni numeriche e immagini ad altissima risoluzione spaziale, ottenute dal telescopio solare svedese SST situato a La Palma (Isole Canarie), il team di ricercatori è finalmente riuscito a identificare la presenza di onde di Alfvén nell’atmosfera solare e quindi la possibile origine del riscaldamento coronale.
«Questo nuovo risultato fornisce una risposta a un enigma di lunga data riguardante il riscaldamento della corona solare» dice Stangalini, coautore dello studio su Scientific Reports a prima firma di Abhishek Kumar Srivastava, dell’Istituto Indiano di Tecnologia a Varanasi. «La scoperta del meccanismo di riscaldamento della corona fornirà un nuovo orizzonte per la comprensione dei processi fisici nell’atmosfera solare, che sarà oggetto di studio sia delle prossime missioni spaziali, sia delle grandi infrastrutture di Terra, come ad esempio il Telescopio Solare Europeo (EST), attualmente in fase avanzata di progettazione, che fornirà immagini del Sole con un dettaglio senza precedenti, riuscendo a identificare strutture di appena 25-30 km sulla superficie del Sole».
Il lavoro rappresenta un passo importante nella comprensione dei processi fisici alla base del trasporto di energia nell’atmosfera della nostra stella e suggerisce la necessità di spingere la risoluzione spaziale oltre i limiti attuali, per studiare processi di fisica del plasma su scale spaziali molto piccole. Queste indagini sulle onde di Alfvén, inoltre, possono avere importanti ricadute in una serie di ambiti di ricerca che vanno ben oltre la fisica solare come, ad esempio, una migliore comprensione dei meccanismi di confinamento magnetico utilizzati nella fusione nucleare controllata.
da Sorrentino | Mar 3, 2017 | Eventi, Eventi Scientifici e Culturali, Primo Piano
L’Aeroporto di Torino ospita un percorso espositivo su programmi spaziali di successo, realizzato in collaborazione con Thales Alenia Space. In questo modo si vuole celebrare Torino come città dello Spazio. Nell’aerostazione sono esposti IXV (Intermediate Experimental Vehicle), il dimostratore di rientro atmosferico europeo ed ExoMars, il programma europeo di esplorazione del pianeta Marte. Il percorso espositivo, inaugurato venerdì 3 marzo alla presenza degli amministratori delegati di Thales Alenia Space Italia, Donato Amoroso, e di SAGAT, Roberto Barbieri, e del Sindaco di Torino, Chiara Appendino, mira ad esaltare la vocazione scientifico-tecnologica patrimonio della città della Mole Antonelliana, passa attraverso il veicolo sperimentale di IXV, che ha realmente testato in volo il rientro atmosferico e si conclude nell’area interamente dedicata a Marte, dove è riprodotta la missione ExoMars che ha portato l’Europa e l’Italia sul pianeta rosso. I modelli in esposizione sono esempi di sfide di successo nelle quali Thales Alenia Space ha, e continuerà ad avere in futuro, un ruolo di primo piano, grazie all’esperienza e all’alta tecnologia che più la caratterizza. “Sono particolarmente orgoglioso di celebrare, oggi, il profondo legame tra la nostra azienda e Torino – ha affermato Donato Amoroso, Amministratore Delegato di Thales Alenia Space Italia – “L’idea di installare un percorso espositivo in uno dei punti nevralgici e strategici della città come l’aeroporto, nasce proprio con l’obiettivo di raccontare quanto l’industria spaziale sia una realtà industriale perfettamente inserita nel tessuto produttivo, economico e sociale del capoluogo piemontese”. Radicato nel territorio da oltre quarant’anni, lo stabilimento Thales Alenia Space di Torino, con un’area di oltre 50.000 metri quadrati tra laboratori, camere pulite ed aree di produzione, vanta un alto livello produttivo testimoniato dalla partecipazione alle maggiori missioni scientifiche e d’esplorazione del Sistema Solare, alla costruzione dei moduli della Stazione Spaziale Internazionale, e allo sviluppo dei veicoli da rientro atmosferico europei.
Presente nel capoluogo piemontese anche ALTEC – Aerospace Logistics Technology EngineeringCompany – Thales Alenia Space Italia (63,75%) e Agenzia Spaziale Italiana (36,25%), il centro di eccellenza italiano per la fornitura di servizi ingegneristici e logistici a supporto delle operazioni e dell’utilizzazione della Stazione Spaziale Internazionale e dello sviluppo e della realizzazione delle missioni di esplorazione planetaria. ExoMars è il programma frutto della cooperazione tra l’Agenzia Spaziale Europea (ESA) l’Agenzia Spaziale Russa (Roscosmos) e l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI). Thales Alenia Space Italia è Prime Contractor del Programma responsabile dell’ intera progettazione delle due missioni 2016 – 2020, a capo di un consorzio industriale europeo. Nel 2020 sarà inviato sul pianeta rosso un rover che esplorerà la superficie marziana per 218 giorni marziani, circa 230 giorni terrestri e attraverso una speciale trivella, realizzata da Leonardo sarà possibile scavare nel sottosuolo del pianeta ad una profondità di due metri alla ricerca di tracce vita passate o presenti. Per la missione 2020 la società ALTEC è responsabile della progettazione, sviluppo e manutenzione del ROCC (Rover Operation Center) e del controllo di tutte le operazioni del Rover sulla superficie di Marte. IXV, è il dimostratore di rientro atmosferico dell’ESA sviluppato da Thales Alenia Space, lanciato con successo nel 2015, con il vettore europeo VEGA. La missione IXV ha previsto anche lo sviluppo del Mission Control Center presso il centro Altec di Torino. Grazie alle tecnologie testate con IXV, Thales Alenia Space sta lavorando alla realizzazione del suo successore, Space Rider, una sorta di mini shuttle automatico in grado di essere recuperato insieme al suo carico utile e riutilizzati nelle successive missioni.
da Sorrentino | Feb 28, 2017 | Industria, Politica Spaziale, Primo Piano, Programmi
Lo Spazio è invasa da annunci a sensazione. Sul palcoscenico dei viaggi fuori della Terra c’è ancora Elon Musk, già protagonista dell’edizione 2016 del Congresso Internazionale di Astronautica svoltosi a a settembre in Messico, dove annunciò tempi ridotti per la prima missione umana su Marte, e reduce dal successo del lancio della capsula cargo Dragon diretta alla stazione spaziale internazionale con recupero del primo stadio del razzo vettore di SpaceX. Musk ha annunciato di volere programmare il primo volo per due turisti spaziali in orbita circumlunare nel 2018. I due candidati hanno già versato un acconto del biglietto, la cui entità non è stata resa nota, ma sicuramente ingente. Musk prova a sorpassare la Virgin Galactic di Richard Branson, che vuole portare in orbita terrestre a 100 km di quota la sua SpaceShipTwo con a bordo sei turisti e due membri dell’equipaggio e sta scegliendo, con l’aiuto di Altec Torino, una base idonea da cui decollare anche dall’Italia, ma non prima del 2020. Musk promette di regalare un viaggio di una settimana per oltre 680mila chilometri, più simile ai racconti di Jules Verne che alle missioni del programma Apollo. Ma ciò segnerebbe il superamento dei programmi spaziali in orbita bassa, dove gli astronauti sono confinati da quando l’equipaggio di Apollo 17 lasciò definitivamente la Luna nel 1972. SpaceX, che pure è partner della NASA, anticipa i tempi e anche le decisioni che l’amministrazione Trump è chiamata ad assumere per i futuri programmi di esplorazione umana, che comprendono l’approdo sul Pianeta Rosso. Il presidente Trump avrebbe fatto capire di essere propenso ad accelerare sul programma legato allo sviluppo dello Space Launch System e della capsula Orion, destinata a una missione di test con equipaggio proprio in orbita circumlunare nei prossimi anni.