Un buco nero supermassivo forma un’enorme bolla di plasma che avvolge la galassia M87. Come specie simbiotiche, una galassia e il buco nero supermassivo al suo centro hanno vite intimamente collegate: la galassia nutre il buco nero fornendogli gas da inghiottire, in cambio il buco nero restituisce alla galassia energia mediante getti relativistici di particelle.
Alcuni buchi neri si trovano in una fase di accrescimento. Durante questo processo però, parte della materia che è in procinto di precipitare al loro interno, viene invece proiettata a grandi distanze con velocità prossime a quella della luce. Questi getti di materia sono altamente collimati e quando rallentano formano una bolla estesa e tenue di plasma ad alta temperatura, invisibile ai telescopi ottici, ma estremamente luminosa quando osservata alle basse frequenze per cui LOFAR è stato pensato.
Utilizzando questo radio-telescopio di nuova concezione, un team internazionale di astronomi ha ottenuto una delle migliori immagini mai realizzate dell’emissione su larga scala prodotta da un buco nero supermassivo a frequenze comprese tra 20 e 160 MHz. L’immagine mostra un’enorme bolla di plasma le cui dimensioni superano quelle della galassia al cui centro si trova il buco nero stesso. “Questo risultato è estremamente importante”, dice Francesco de Gasperin, primo autore dello studio, “in quanto mostra le enormi potenzialità di LOFAR e nel contempo ci fornisce la prova inoppugnabile dell’interazione tra il buco nero supermassivo e la galassia ospitante”.
Quest’immagine è stata realizzata durante la fase di test di LOFAR. Gli scienziati hanno osservato la grande galassia ellittica M87, al centro di un ammasso di galassie nella costellazione della Vergine. Questa galassia, un vero gigante, ben 2000 volte più grande della nostra Via Lattea, ospita nel suo nucleo un buco nero tra i più massivi mai scoperti, con una massa di circa 6 miliardi di volte quella del nostro Sole. Questo buco nero inghiotte continuamente materia, al ritmo di una massa pari a quella dell’intero pianeta Terra ogni pochi minuti, e ne converte una parte in radiazione a una parte in potenti getti, i quali sono infine responsabili dell’emissione radio osservata da LOFAR.
“È la prima volta che un’immagine di tale qualità viene realizzata a frequenze così basse”, aggiunge il Prof. Heino Falcke, presidente dell’International LOFAR Telescope e co-autore del lavoro, “non ci aspettavamo di ottenere risultati di questo livello in così poco tempo”.
Le informazioni contenute nello spettro radio osservato da LOFAR forniscono indicazioni sulla storia della sorgente. I ricercatori hanno scoperto che la bolla di plasma è relativamente giovane, con i suoi 40 milioni di anni (un istante se paragonato ai tempi-scala cosmici). Inoltre non è stata rilevata traccia di emissione estesa oltre i netti confini della bolla, che si configura così, non come un eco di un passato ciclo di attività del buco nero, ma come ancora viva ed ancora irrorata di nuove particelle. “Un altro aspetto estremamente interessante”, dice Andrea Merloni del Max Planck Institute di Fisica Extraterreste e relatore di dottorato di de Gasperin, “è che grazie a questi risultati siamo stati in grado di trarre conclusioni anche sui processi violenti tramite i quali la materia viene convertita in energia nei pressi del buco nero. In questo caso specifico, per esempio, il buco nero sembra essere molto più efficiente nell’accelerare getti piuttosto che nel produrre radiazione elettromagnetica”.
Cos’è LOFAR
LOFAR è uno strumento rivoluzionario in grado di osservare onde radio con lunghezze d’onda fino a 30 metri. Queste onde sono prodotte normalmente sulla terra in diverse attività umane, come trasmissioni radio, segnali radar o comunicazioni satellitari. Le stesse onde sono però generate anche nello spazio profondo da oggetti come buchi neri in fase di accrescimento, stelle di neutroni rotanti (o pulsar) e supernovae. Per captare queste onde LOFAR sfrutta migliaia di antenne sparse per tutta Europa, e ne combina i segnali mediante un supercomputer situato in Olanda. Oltre 100 Gigabit di dati vengono prodotti da questa costellazione di antenne ogni secondo e, una volta analizzati in tempo reale, consentono di ottenere le immagini più dettagliate mai ottenute a queste frequenze.
L’autore: Francesco de Gasperin ha completato questo studio come parte del suo progetto di dottorato al Max Planck Institute di Astrofisica e all’Excellence Cluster Universe (Monaco di Baviera). De Gasperin è ora ricercatore associato all’Università di Amburgo.
La partecipazione INAF: il lavoro, pubblicato su Astronomy & Astrophysics, annovera la collaborazione di un team internazionale di ricercatori impegnati nel progetto LOFAR tra cui i due astronomi INAF Matteo Murgia (Osservatorio Astronomico di Cagliari) e Gianfranco Brunetti (Istituto di Radioastronomia di Bologna).
Caption dell’immagine: Questa immagine a falsi colori mostra la galassia M87. L’emissione ottica (SDSS) è mostrata in azzurro e bianco, mentre quella radio (LOFAR) in arancione e giallo. Al centro dell’emissione radio è presente una zona ad elevata brillanza, dovuta alla presenza del getto di particelle generato dal buco nero supermassivo.
C’è tanta acqua nella nube pre-stellare L1544, situata in direzione della costellazione del Toro. A rivelare la presenza di questo elemento fondamentale per lo sviluppo di forme di vita, per la prima volta osservato anche sotto forma di vapore in quella che può essere considerata la ‘culla’ di una nuova stella e di un futuro sistema planetario, è stato lo studio condotto da un team di ricercatori guidato da Paola Caselli dell’Università di Leeds e associata INAF a cui partecipano Claudio Codella dell’INAF-Osservatorio Astrofisico di Arcetri e Brunella Nisini dell’INAF-Osservatorio Astronomico di Roma. Determinanti per la scoperta sono state le osservazioni condotte dal satellite dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) Herschel Space Observatory e dal suo spettrometro HIFI (Heterodyne Instrument for the Far-Infrared spectrometer). Gli astronomi avevano finora tentato inutilmente di misurare l’abbondanza dell’acqua nelle nubi pre-stellari. Solo l’entrata in funzione del telescopio spaziale Herschel, lanciato nel 2009, ha permesso finalmente di rivelarne la presenza in quelle regioni dove stanno formandosi nuovi astri. “Il motivo di questa difficoltà è che l’interno delle nubi pre-stellari è troppo freddo perché l’acqua sia in forma di vapore e possa essere osservata” dice Claudio Codella. “Riteniamo che la maggior parte dell’acqua sia congelata sulla superficie dei grani di polvere che compongono le nubi, ricoprendoli con spessi mantelli di ghiaccio, dove anche altre molecole organiche (pre-biotiche) si formano e rimangono intrappolate. Questi grani di polvere sono i costituenti principali delle future comete, asteroidi, lune e pianeti”.
Stelle come il nostro Sole formano all’interno di nubi molecolari dense composte di gas e fini grani di polvere (circa 1000 volte più piccoli delle particelle di sabbia). Queste nubi pre-stellari appaiono come macchie scure in immagini ottiche del cielo, poiché assorbono tutta la luce visibile delle stelle che sono dietro di loro. Le nubi sono fredde – si trovano infatti a circa -263 gradi Celsius, vicinissime allo zero assoluto di temperatura – e contengono tutti gli ingredienti per formare una stella e un sistema planetario come il nostro. Rappresentano inoltre il punto di partenza di tutto il processo della formazione di stelle e pianeti, per cui possono dare informazioni fondamentali sulla nostra origine. È quindi estremamente importante studiare la loro composizione chimica ed in particolare la quantità dell’ingrediente cruciale per la vita: l’acqua. Le misure di Herschel non sono solo riuscite a individuare la presenza di acqua in L1544, ma sono così accurate da aver permesso agli scienziati di dare una stima affidabile della sua abbondanza. “Grazie allo strumento HIFI a bordo di Herschel, il vapor d’acqua è stato finalmente non solo rivelato in una nube pre-stellare, ma addirittura quantificato” sottolinea Brunella Nisini. “La massa totale di vapor d’acqua individuata il L1544 è corrispondente a circa 2000 oceani terrestri, mentre è presente una ben più grande riserva di acqua ghiacciata, corrispondente a circa 2,6 masse di Giove. Questo valore è stato stimato in base a modelli chimici che riproducono la quantità di vapor d’acqua osservato”.
HIFI ha identificato nello spettro della radiazione infrarossa proveniente da L1544 una riga prodotta dall’acqua sia in emissione che in assorbimento, con un profilo che indica che il collasso gravitazionale della nube è appena iniziato: le molecole di acqua osservate stanno muovendosi verso il centro della nube, la culla della futura stella. “Per mantenere l’acqua in forma di vapore nel centro freddo e denso della nube, è necessaria la presenza di particelle energetiche (raggi cosmici Galattici)”, spiega Paola Caselli, che ha guidato il lavoro i cui risultati sono in corso di pubblicazione sulla rivista The Astrophysical Journal Letters. “I raggi cosmici entrano nella nube, collidono con l’idrogeno molecolare, ovvero l’ingrediente gassoso più’ abbondante, il quale a sua volta produce una debole luce ultravioletta. Questa illumina i mantelli ghiacciati della polvere, liberando le molecole dell’acqua e mantenendo il vapor d’acqua ad un livello che solo Herschel è in grado di rivelare”.
I risultati ottenuti con le misure di Herschel rivelano la stretta connessione tra polvere e gas in una nube, appena prima la formazione di una stella e forniscono la prima osservazione dell’abbondanza di acqua all’interno di una nube genitrice di una futura stella come il nostro Sole e del suo potenziale sistema planetario. Queste fondamentali osservazioni sono tutte italiane, in quanto sono state ottenute utilizzando il tempo garantito italiano dello strumento HIFI di Herschel, ricevuto per il coinvolgimento del nostro Paese nella costruzione dello strumento. HIFI è stato progettato e costruito da un consorzio di agenzie, istituti di ricerca e dipartimenti universitari europei, canadesi e americani. Per l’Italia ha partecipato l’Agenzia Spaziale Italiana, l’INAF-IFSI e l’INAF-Osservatorio Astrofisico di Arcetri.
La scoperta di un buco nero al centro della nostra galassia è solo una delle tante risposte relative ai segreti dell’Universo, ottenute grazie all’impiego di strumenti avanzati che operano al di fuori della cortina dell’atmosfera e dell’influenza del campo magnetico terrestre. Il satellite Integral, lanciato il 17 ottobre 2002 dall’Agenzia Spaziale Europea con il razzo vettore russo Proton dalla base di Baikonour, ha permesso per l’appunto di osservare il cuore della Via Lattea e confermare la presenza del buco nero. Un risultato ottenuto grazie alla grande risoluzione spettrale consentita dalle apparecchiature di bordo, dotate di una sensibilità mai raggiunta in precedenza. Il telescopio per raggi gamma Ibis, che rappres enta la componente principale del contenuto italiano alla missione Integral, consente di puntare con estrema precisione le regioni cosmiche dove sono presenti queste sorgenti e rivelare i singoli oggetti celesti che le emettono, contribuendo ad acquisire informazioni fondamentali su natura e caratteristiche di questi fenomeni, a cominciare dalla luminescenza.
Pietro Ubertini, direttore dell’Istituto di astrofisica spaziale e fisica cosmica, intervenuto allo Space Day di BergamoScienza, ritiene indispensabile concepire nuovi e ancora più potenti strumenti di osservazione pronti a succedere a Integral, che nel frattempo continua la missione nella sua orbita eccentrica di 72 ore a 155mila km dalla Terra.
Parlare di buchi neri e lampi gamma significa fare un viaggio virtuale attraverso l’universo violento. L’identikit del buco nero presente al centro della nostra galassia è tranquillizzante dal punto di vista astrofisico. Ha una massa 3,7 volte quella del Sole e intorno a sé ha creato un vuoto cosmico. Soprattutto, corrisponde al punto matematico intorno al cui ruota la nostra galassia. Nelle altre galassie ne sono stati scoperti una dozzina, ma si pensa che ce ne siano milioni.
“Integral ha passato i primi cinque anni a osservare il centro della galassia – spiega Ubertini, principal investigator della missione – Poi si è deciso di guardare all’esterno della nostra galassia per capire come i buchi neri abbiano influito sulla formazione dell’universo. Non sono solo mostri gravitazionali, ma aiutano a capire come l’universo di idrogeno si è trasformato ed evoluto in stelle e galassie. Integral ha scoperto 700 galassie che emettono grosse quantità di raggi gamma. Se capiamo la correlazione tra collasso dell’idrogeno e momenti successivi alla formazione di un buco nero, possiamo ritenere di aver interpretato il funzionamento dell’universo”.
Finora sono stati osservati cinquemila lampi gamma ma nessuno di questi proveniente da un buco nero con massa 100 o 1000 volte più grande di quella del Sole. Nel contempo si è appurato come molti dei sistemi binari abbiano visto una delle due stelle trasformarsi in buco nero (ne sono state scoperte oltre 500). Fenomeni che si intrecciano con il grande interrogativo dell’energia e della materia oscura che compongono il 97% dell’universo, a sua volta formato da stringhe ovvero strisce di instabilità gravitazionale. Proprio nel giugno 2012 l’Agenzia Spaziale Europea ha approvato la missione Euclid, nuovo telescopio spaziale che verrà lanciato nel 2020 con un vettore Soyuz dalla Guyana Francese e, operando nel punto di equilibrio di Lagrange L2 (uno dei punti di bilanciamento delle azioni gravitazionali di Sole e Terra) avrà il compito di realizzare il censimento delle galassie fino a 10 miliardi di anni di età e rivelare le forze che accelerano l’espansione dell’universo, ovvero quella energia oscura che rappresenta oltre due terzi della massa e dell’energia dell’universo.
Ennesimo sorprendente risultato del satellite Swift della NASA, grazie al quale è stato scoperto un nuovo buco nero nella Via Lattea. La mattina del 16 settembre il satellite ha registrato un lampo di raggi X duri, provenienti da una sorgente situata in direzione del centro della nostra galassia. Molto probabilmente si tratta di una rara nova X, che segnala la presenza di un buco nero in un sistema binario. Alla missione Swift l’Italia contribuisce tramite ASI e INAF.
“La scoperta di una nuova nova nella banda X è un evento molto raro ed al massimo ci si aspetta di scoprirne una durante la vita di un satellite”, dice Neil Gehrels PI della missione Swift al Goddard Space Flight Center della NASA, “è una scoperta che stavamo aspettando ed ancora una volta Swift non ha deluso le attese”. Una nova X è una sorgente che emette raggi X per un breve lasso di tempo: compare all’improvviso nel cielo X, raggiunge il massimo della sua emissione nel giro di alcuni giorni e poi decade lentamente su tempi scala di mesi. La comparsa di una sorgente brillante di raggi X è dovuta all’improvvisa caduta di una copiosa quantità di gas che precipita su un oggetto compatto: una stella di neutroni o un buco nero. Questa nuova nova X ha “attivato” il Burst Alert Telescope a bordo di Swift due volte nella mattina di domenica 16 settembre ed un’altra volta il giorno successivo. “Questa ripetuta esplosione di raggi X e la sua posizione, situata a qualche grado dal centro della nostra galassia verso la costellazione del Sagittario, hanno fatto immediatamente capire che non si trattava di un Gamma Ray Burst” dice Gianpiero Tagliaferri dell’Istituto Nazionale di Astrofisica e Responsabile Scientifico del team Italiano nel progetto Swift. La nuova sorgente è stata chiamata Swift J1745-26, partendo dalle sue coordinate nel cielo, ed è stata successivamente rivelata anche nella banda infrarossa e radio, ma non in quella ottica probabilmente a causa del forte assorbimento dovuto a nubi di polvere che si trovano verso il centro della nostra galassia.
La nova ha raggiunto il massimo della sua emissione nella banda dei raggi X duri (ad energie sopra i 10,000 elettronvolt) il 18 settembre, quando ha raggiunto un’intensità equivalente a quella della Nebulosa del Granchio, un resto di supernova tra le sorgenti più brillanti in queste bande energetiche ed utilizzato come sorgente di calibrazione per gli esperimenti di alta energia. Mentre l’emissione della nova si affievoliva alle energie più alte, nella banda dei raggi X soffici è aumentata, come mostrato dal telescopio XRT (X-ray Telescope) di Swift. Un andamento tipico di altre nove X. Il mercoledì successivo Swift J1745-26 era diventata 30 volte più brillante nei raggi X soffici di quando era stata scoperta ed il suo flusso ha continuato a crescere.
“L’andamento che stiamo osservando nei raggi X è tipico delle nove in cui l’oggetto centrale è un buco nero. Quando l’emissione X sarà cessata speriamo di poter misurare la sua massa e confermare la presenza del buco nero” dice Boris Sbarufatti, giovane astronomo dell’Osservatorio Astronomico di Brera dell’INAF, che attualmente lavora presso il centro operativo di Swift della Penn State University, in Pennsylvania. Il buco nero deve far parte di un sistema binario con una stella compagna di tipo solare, un sistema che gli astronomi chiamano “binaria X di piccola massa” (low-mass X-ray binary: LMXB). Nelle LMXB un flusso di gas passa dalla stella normale e va a formare un disco attorno al buco nero. Nella maggior parte dei casi il gas del disco spiraleggia surriscaldandosi mentre cade verso l’oggetto compatto producendo un flusso continuo di raggi X. Ma la possibilità di avere un flusso costante entro il disco dipende dal tasso di materia che fluisce dalla stella compagna. Sotto certe condizioni il disco non mantiene un flusso costante di materia, ma oscilla tra due stati drammaticamente diversi: uno stato più freddo e meno ionizzato in cui il gas si accumula nella parte più esterna del disco, come fa l’acqua dietro ad una diga, ed uno più caldo e ionizzato che manda una forte ondata di gas verso il centro. E questo è quello che abbiamo osservato in questa nuova sorgente. Questo fenomeno, chiamato ciclo termico-viscoso, si pensa spieghi fenomeni transienti di questo tipo osservati in una varietà di sistemi.
“Swift – ricorda Barbara Negri, Responsabile ASI Esplorazione e Osservazione ell’Universo – è un satellite dedicato allo studio dei GRB a cui contribuiscono sia ASI che INAF. In particolare l’Italia ha fornito gli specchi del telescopio X (XRT) e mette a disposizione la stazione di terra di Malindi.”
“Il team italiano partecipa regolarmente alla gestione scientifica del satellite – ricorda Roberto Della Ceca, Coordinatore dell’Unità Organizzativa Attività Spaziali dell’INAF – garantendo l’immediata diffusione delle informazioni scientifiche sulle nuove sorgenti, in particolare i GRB ed i transienti appena scoperti”.
50 anni fa, il 5 ottobre del 1962, veniva ratificato l’accordo tra cinque nazioni europee che apriva di fatto l’avventura scientifica e tecnologica dell’European Southern Observatory, ESO, un consorzio per fornire agli astronomi del Vecchio continente strumenti avanzati nello studio dell’universo, da collocare nell’emisfero australe. Negli anni l’ESO, con la gestione di tre siti osservativi in Cile, unici al mondo – La Silla, Paranal e Chajnantor – è divenuto un leader nella comunità della ricerca astronomica internazionale. E il 2012 è una data altrettanto importante per l’Italia, che segna il trentennale dell’adesione del nostro Paese all’ESO. Trent’anni di successi nella ricerca astrofisica di frontiera e nuove sfide aperte, sempre più ambiziose, da affrontare nei prossimi decenni.
“L’astronomia italiana è una delle eccellenze mondiali” dice Giovanni Bignami, Presidente dell’Istituto Nazionale di Astrofisica. “Da trent’anni, da quando cioè l’Italia ha aderito all’organizzazione europea, il nostro Paese è stato tra i principali sostenitori dell’astronomia europea. L’INAF ha ora anche il compito di aumentare il proprio ruolo all’interno dell’ESO non solo dal punto di vista scientifico, cosa che fa già da tempo, ma anche dal punto di vista del ritorno industriale delle nostre aziende, spesso piccole e medie, ma la cui capacità di realizzare le idee degli astrofisici e degli ingegneri che fanno ricerca in questo avanzato settore non è seconda a nessuno”.
L’Italia sin dal suo ingresso nell’ESO ha fornito un contributo decisivo per la costruzione del New Technology Telescope, NTT, un telescopio di nuova concezione installato a La Silla. L’NTT, a sua volta ha spianato la strada alla realizzazione di un altro gioiello tecnologico: il Very Large Telescope, un sistema di quattro telescopi ottici, ciascuno con uno specchio primario di 8,2 metri di diametro, che opera all’Osservatorio di Paranal. Ed oggi, ad affiancare il VLT nella sua caccia ai segreti del cosmo, c’è un telescopio italiano: e’ il VST, ovvero VLT Survey Telescope. Ideato e progettato all’INAF-Osservatorio Astronomico di Capodimonte, VST è dotato di uno specchio principale di 2.6 metri di diametro, abbinato un sofisticato sistema di ottica “attiva” per ottimizzare la qualità delle immagini raccolte e a Omegacam, la potente camera per immagini il cui rivelatore, un mosaico di 32 CCD per complessivi 268 milioni di pixel, è capace di coprire un campo di vista nel cielo pari a un grado quadrato (equivalente alla superficie apparente di quattro lune piene). OmegaCam è stata realizzata da un consorzio internazionale di cui, oltre all’ESO, fanno parte Istituti di ricerca tedeschi, olandesi e italiani. Per il nostro Paese sono coinvolti gli Osservatori INAF di Padova e Napoli. Con questa dotazione di prim’ordine VST, fin dalle sue prime riprese astronomiche, ha mostrato tutte le sue potenzialità con scatti spettacolari e ricchi di dettagli. Caratteristiche lo rendono un eccellente strumento per l’esplorazione sistematica del cielo e una valida “spalla scientifica” del VLT, cui potrà fornire una messe di “bersagli” snidati nella vastità del cosmo.
Sulla piana di Chajnantor invece, nel nord del Cile, l’osservatorio internazionale ALMA (Atacama Large Millimeter/submillimeter Array) gestito dall’ESO sta per essere completato, ma ha già regalato agli scienziati osservazioni nella banda radio di alcuni oggetti celesti con un eccezionale livello di dettaglio. Attualmente la schiera di antenne è composta da una parte di quelle previste nella configurazione completa della struttura, che prevede 66 antenne paraboliche del diametro di 7 e 12 metri. Questi ricevitori saranno collegati tra loro come un unico, grande radiotelescopio per poter osservare contemporaneamente la stessa porzione di cielo nella banda di radiazione millimetrica e sub millimetrica, che ha una lunghezza d’onda circa 1000 volte maggiore di quella della luce visibile. Anche per ALMA l’Italia gioca un ruolo di primo piano, sia a livello scientifico che tecnologico. Ha infatti sede presso l’Istituto di Radioastronomia dell’INAF uno dei 7 ALMA Regional Center (ARCs) della rete europea. Il centro italiano ARC ha come obiettivo quello di supportare gli astronomi nella presentazione delle domande di tempo osservativo al radiotelescopio e per l’elaborazione dell’enorme mole di dati prodotti dalle campagne osservative di ALMA.
E accanto a questi gioielli già operativi, l’ESO e i suoi stati membri stanno gettando le basi per una vera a propria rivoluzione nello studio del cosmo che, secondo i piani, dovrebbe completarsi tra una decina di anni: la realizzazione dell’European Extremely Large Telescope, il mastodontico telescopio con lo specchio principale da 39 metri di diametro. E-ELT affronterà i più affascinanti ed enigmatici campi dell’astrofisica contemporanea e tra i sui obiettivi c’è anche quello di riuscire a identificare pianeti simili alla Terra nelle “zone abitabili”, cioè regioni che permettono la formazione della vita, intorno ad altre stelle. Effettuerà anche studi di “archeologia stellare” nelle galassie vicine e darà contributi fondamentali alla cosmologia, misurando le proprietà delle prime stelle e galassie, investigando la natura della materia oscura e dell’energia oscura.
L’Italia e l’INAF giocano un ruolo chiave nella realizzazione di questo ambizioso progetto, sia come contributo economico che con gli scienziati coinvolti, come Giuseppe Bono, dell’Università di Roma ‘Tor Vergata’ e associato INAF, chair dell’E-ELT Project Science Team, a cui partecipa anche Roberto Ragazzoni, dell’INAF-Osservatorio Astronomico di Padova e Isobel Hook, dell’INAF-Osservatorio Astronomico di Roma e Università di Oxford, ma anche come tecnologie che verranno implementate. Una su tutte, il sistema di ottiche adattive “made in INAF”, in grado di correggere e annullare gli effetti negativi della turbolenza atmosferica sulle immagini astronomiche.
Il 3 ottobre 2012, nella suggestiva cornice dell’Osservatorio Astronomico di Brera dell’INAF, il premio Nobel per la Fisica Riccardo Giacconi ha ripercorso, insieme al giornalista scientifico Piero Bianucci, la storia degli esordi dell’astronomia nei raggi X.
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