da Sorrentino | Gen 26, 2016 | Missioni, Primo Piano
La sonda euroamericana Cassini, in orbita dal 2004 intorno a Saturno, sta effettuando una serie di manovre propulsive in attesa dell’atto finale della missione previsto nel 2017. Il programma prevede un’intensa attività nel corso del 2016 con una serie di cinque manovre propulsive, la seconda delle quali compiuta il 23 gennaio. L’obiettivo è inclinarne progressivamene l’orbita al di fuori del piano degli anelli di Saturno. Ognuna delle manovre è propedeutica a una successiva ‘fionda gravitazionale’ di Titano che servirà a modificare l’orbita di Cassini, portandola a un’inclinazione maggiore rispetto al piano equatoriale di Saturno. In questo modo la velocità orbitale della sonda intorno a Saturno è stata variata di 6,8 metri al secondo. Le prossime manovre sono schedulate per Il 1 febbraio, con un cambiamento di velocità di 774 metri per secondo, e per il 25 marzo: quest’ultima sarà preparatoria per il fly-by di Titano del 4 aprile.
«Il nostro obiettivo è quello di portare Cassini a una precisa altitudine/latitudine in un tempo specifico sopra Titano – ha commentato Earl Maize, project manager di Cassini al Jet Propulsion Laboratory della NASA – e queste grandi manovre propulsive ci portano dritti all’obiettivo».
Cassini non farà più ritorno in un’orbita vicina al piano degli anelli di Saturno. Il team della sonda sta aumentando lentamente l’inclinazione del percorso rispetto all’equatore di Saturno per preparare Cassini al momento finale della sua missione.
A fine novembre 2016 la sonda aumenterà gradualmente l’inclinazione della sua orbita, portandosi sempre più al di sopra dei poli di Saturno: questa fase è denominata dagli scienziati ‘F-Ring orbit’. Successivamente Cassini sonda si immergerà tra gli anelli interni di Saturno ben 22 volte, per poi tuffarsi definitivamente – a settembre 2017 – nell’atmosfera del gigante ad anelli.
Lanciata nel 1997 da Cape Canaveral, la missione Cassini-Huygens di NASA, ESA e ASI, ha raggiunto Saturno inserendosi in orbita il 1° luglio 2004. La durata nominale della missione era inizialmente di quattro anni. Un tempo triplicato. Lo studio di Saturno e del suo sistema di satelliti ed anelli è un elemento cardine per la decodifica di alcuni dei processi primari dell’evoluzione di un sistema planetario ed in particolare di quello che è il più complesso dei pianeti gassosi. La missione Cassini con i suoi strumenti scientifici sta consentendo di approfondire la conoscenza della composizione, della struttura e delle proprietà fisiche e dinamiche dei corpi che costituiscono il sistema di Saturno.
(fonti: ASI-INAF)
da Sorrentino | Gen 22, 2016 | Missioni, Primo Piano
Nessuna speranza di riprendere contatto con Philae, il lander della missione Rosetta scesa sul nucleo della cometa 67/P Churyumov-Gerasimenko il 12 novembre 2014. Il 10 gennaio 2016 proprio dalla sonda è partito un segnale che avrebbe dovuto impartire al lander un comando di riattivazione della cosiddetta flywheel (la ruota di inerzia). Non c’è stata risposta, e il silenzio iniziato dopo il contatto stabilito per l’ultima volta il 9 luglio 2015 è destinato a perdurare. Ormai il progressivo allontanamento della cometa dal Sole impedisce a Philae di ricevere sui proprio panelli solari l’energia luminosa necessaria a generare la potenza elettrica minima per riattivare il computer di bordo. Dal 22 gennaio 2015, in funzione della nuova posizione assunta, Rosetta, che si è spostata nell’emisfero sud della cometa, non è in grado di “vedere” Philae per inviare nuovi segnali ed eventualmente riceverne. Il comando di attivazione non funziona esattamente come un semplice interruttore, ma è concepito in modo che, mettendo in rotazione la ruota d’inerzia presente a bordo del lander, si possa innescare un leggero sollevamento consentendo, nella migliore delle ipotesi, una esposizione più favorevole dei pannelli alla luce del Sole. Mario Salatti, co-program manager del lander Philae per l’Agenzia Spaziale Italiana, ha spiegato, nei giorni in cui si sono susseguiti i tentativi di contatto di Rosetta con il lander, che anche un solo piccolo sussulto avrebbe potuto rimuovere la polvere depositatasi sui pannelli solari per ripristinare le condizioni di generazione di potenza elettrica. D’ora in avanti i responsabili della missione Rosetta, che vede coinvolti l’Agenzia Spaziale Europea, Agenzia Spaziale Italiana, DLR tedesce e il CNES francese, saranno chiamati a valutare la fattibilità e l’opportunità di ulteriori tentativi o considerare la missione definitivamente conclusa. Restano, in ogni caso, il successo della storica discesa di una sonda automatica su un corpo cometario e l’acquisizione di dati su materia cosmica risalente alla fase di formazione del sistema solare.
da Sorrentino | Gen 20, 2016 | Missioni, Primo Piano
L’Agenzia Spaziale Italiana ha pubblicato un report sulla missione che due sonde gemelle della NASA, Van Allen Radiation Belt Storm Probes, stanno conducendo dal 2012 sulla natura dei due anelli energetici che circondano la Terra. Le fasce di Van Allen, due gigantesche “ciambelle” di gas elettrificato che circondano la Terra, sono da molto tempo al centro dell’attenzione degli scienziati che cercano di comprenderne il comportamento. Scoperte negli anni cinquanta, sono formate da una fascia interna più piccola e da una esterna più ampia e più dinamica, separate da una regione di vuoto.
Si trovano tra la cosiddetta orbita geostazionaria (quella utilizzata dai dei satelliti per telecomunicazioni) e l’orbita bassa (quella della Stazione Spaziale Internazionale) e intrappolano il plasma, che entra ed esce da esse ma non raggiunge la Terra. Un nuovo studio pubblicato dal Journal of Geophysical Research lo scorso dicembre condotto sulle osservazioni delle due sonde gemelle della NASA Van Allen Radiation Belt Storm Probes, ha svelato alcuni misteri riguardanti la forma delle due fasce.”La forma delle fasce è in realtà molto diversa a seconda del tipo di elettroni che si sta guardando – ha detto Geoff Reeves dal Los Alamos National Laboratory – e gli elettroni a differenti livelli di energia sono distribuiti diversamente in queste regioni”.
Se consideriamo i differenti livelli di energia separatamente passiamo dall’osservazione di una fascia unica priva di interruzioni e regioni intermedie, a una più larga fino ad una interna, del tutto assente. Se analizzata facendo attenzione alla presenza di elettroni poco energetici la fascia più interna, finora considerata la minore, è invece più ampia di quella esterna mentre le grandezze risultano invertite se osserviamo gli elettroni più carichi di energia.
Anche le tempeste geomagnetiche contribuiscono ad alterare le strutture delle fasce: quando le espulsioni di massa coronale provenienti dal Sole interagiscono con il campo magnetico terrestre, gli elettroni a determinate energie possono variare e di conseguenza cambiare la forma delle fasce. Nonostante si tratti di fenomeni poco prevedibili, è possibile notare un comportamento comune degli elettroni in alcune zone: in quella intermedia, si disperdono velocemente dopo una tempesta magnetica e spesso durante questo tipo di eventi, la zona esterna si espande verso quella interna andando a formare un’unica fascia.
La comprensione delle fasce di Van Allen e la realizzazione di modelli in grado di speigarne il comportamento è di vitale importanza per una serie di attività cruciali per l’uomo quali l’operatività e la progettazione dei satelliti, la programmazione delle missioni spaziali e la sicurezza degli astronauti.
da Sorrentino | Gen 18, 2016 | Lanci, Missioni, Primo Piano

Niente da fare per l’operazione di rientro del primo stadio del razzo Falcon 9, lanciato con successo dall’agenzia spaziale privata SpaceX dalla base di Vandenberg in California e destinato ad atterrare su una piattaforma marina ancorata nel Pacifico. Dopo che il secondo stadio del Falcon 9 ha messo regolarmente in orbita il satellite meteorologico Jason 3, destinato a una missione di monitoraggio degli oceani per conto di NASA, NOAA e CNES, il primo stadio si è separato dalla parte superiore del razzo vettore di Space X per procedere alla prevista manovra di atterraggio su una chiatta robotica che però non è andata a buon fine. Ciò che era riuscito il 21 dicembre 2015 in Florida, quando il primo stadio si era posato con successo sulla terra rientrando dall’atmosfera, non è stato replicato in mare aperto, circa 300 chilometri al largo delle coste californiane, con onde alte fino a sei metri che però non sarebbero la causa del fallimento.
Il primo stadio ha eseguito quattro manovre, attivando prima i propulsioni di controllo dell’assetto ad azoto per allontanarsi dal secondo stadio e poi utilizzando tre dei nove motori principali per indirizzare lo stadio verso la chiatta robotica, “Just Read The Instructions”. In seguito i motori hanno funzionato per rallentarne la discesa e infine procedendo all’atterraggio, attraverso l’impiego del solo propulsore centrale.
Elon Musk, fondatore della SpaceX, Elon Musk, attribuisce il fallimento a una delle quattro gambe robotiche del primo stadio. Il primo stadio avrebbe impattato duramente impattato sulla chiatta, abbattendosi lateralmente a causa del cedimento di una delle gambe robotiche.”Atterrare su una barca è molto più difficile che atterrare sulla terraferma. È un po’ come atterrare su una portaerei: il bersaglio è molto più piccolo, e in più si muove in tre dimensioni,” ha scritto Musk su Twitter. “Tuttavia, non è stato questo a rovinare il tentativo di oggi: la velocità di atterraggio era perfetta, ma una gamba non si è spiegata correttamente, portando al ribaltamento del razzo.” La manovra è stata seguita in diretta video dalla Nasa e la trasmissione si è interrotta al momento dell’esplosione del primo stadio del Falcon 9 sulla piattaforma marina. «First stage on target at droneship but looks like hard landing; broke landing leg» – ha dichiarato il centro di controllo della missione. L’insuccesso segue i due atterraggi falliti nel 2015 da Space X sempre sulla chiatta robotica.
Tutto bene, per fortuna, per Jason 3: lanciato alle 19:42 ora italiana, il satellite si è separato 56 minuti dopo dal secondo stadio del Falcon 9 e ha raggiunto la sua orbita di attesa di 1305 per 1320 chilometri con inclinazione di 66.05 gradi. Dopo l’apertura dei pannelli solari, il satellite è entrato in comunicazione con le stazioni di controllo di terra della NASA, predisponendosi a spostarsi nella sua orbita definitiva di 1328 per 1380 chilometri.
da Sorrentino | Gen 14, 2016 | Missioni, Primo Piano
Alle 19 in punto di mercoledì 13 gennaio (ora di Greenwich), Juno ha toccato i 793 milioni di chilometri di distanza dal Sole, record assoluto per un manufatto terrestre alimentato a energia solare, togliendo per un ‘solo’ milione la pole position alla ‘collega’ Rosetta (che nel 2012 era arrivata al ragguardevole risultato di quota 792). Lanciata il 5 agosto 2011 per studiare Giove, Juno è la prima sonda ad energia solare progettata per svolgere la propria attività di ricerca in una zona dello spazio così lontana dal centro del nostro sistema solare. Emblema di questa sua peculiarità è l’ampiezza della superficie dei suoi pannelli solari: 9 metri ciascuno per un totale di 18.698 celle. Un simile apparato, ad una distanza Terra – Sole, può sviluppare potenzialmente circa 14 kilowatt di elettricità che, nel momento in cui la sonda arriverà a destinazione, si ridurranno a soli 500 watt. Juno quindi è stata progettata per essere particolarmente efficiente e il traguardo che ha ottenuto è frutto dei progressi nella tecnologia delle celle solari e nell’ottimizzazione dei consumi energetici della sonda stessa e dei suoi strumenti. Inoltre, per facilitarle il cammino, il suo tragitto è stato studiato per minimizzare la radiazione totale ed evitare l’ombra di Giove.
“Il risultato di Juno è stato possibile grazie al suo particolare progetto – ha commentato Enrico Flamini, Chief Scientist dell’Agenzia Spaziale Italiana – che vede tre grandissimi pannelli solari che puntano costantemente il Sole. I pannelli sono disposti ‘a stella’ intorno al corpo centrale di Juno stessa che ruota per mantenere la stabilità. Quindi è una grande girandolache guarda costantemente il Sole, massimizzando in questa maniera la quantità di energia che arriva sulla missione”.
Prima di Juno, solo otto sonde si sono inoltrate nelle regioni remote dello spazio profondo e, per ragioni tecniche, tutte hanno utilizzato l’energia nucleare per raggiungere i loro obiettivi. L’arrivo di Juno nell’orbita di Giove è previsto il 4 luglio 2016. Durante la sua missione scientifica, che durerà 16 mesi, la sonda si troverà a 832 milioni di chilometri dal Sole e potrà quindi aspirare ad un ulteriore record. Per 33 volte Juno orbiterà intorno al ‘gigante gassoso’, passando rasente le nuvole del pianeta. Questi flyby, previsti ogni 14 giorni, permetteranno agli strumenti a bordo di studiarestruttura, atmosfera e magnetosfera di Giove. La missione, infatti, fa parte del programma New Frontiers dellaNASA ed è stata ideata per comprendere l’origine e l’evoluzione del pianeta gigante.
“Ci stiamo avvicinando sempre più a Giove – conclude Flamini – che è l’obiettivo finale e che ha ancora molti misteri da farci scoprire, capire per esempio per quale motivo un pianeta gassoso abbia un campo magnetico così potente o il motivo per cui Giove è il più potente emettitore di segnali radio del Sistema Solare”.
da Sorrentino | Gen 14, 2016 | Astronomia, Missioni, Primo Piano
Ghiaccio sulla cometa 67P Churyumov-Gerasimenko. A confermarlo sono stati i dati dello strumento VIRTIS, lo spettrometro dell’Agenzia Spaziale Italiana ideato dall’Istituto Nazionale di Astrofisica e realizzato da Finmeccanica Selex-Es. Il ghiaccio è stato rilevato in due diversi punti della regione denominata Imhotep, fornendoci importanti informazioni sui processi di creazione degli strati di ghiaccio all’interno della cometa. Infatti, anche se il vapore acqueo è il principale gas sprigionato da 67P, le chiazze di ghiaccio sono rare sulla sua superficie. Due aree nella regione di Imhotep che misurano oltre 50 metri appaiono però agli occhi dello strumento come macchie brillanti composte da ghiaccio. Le zone ricoperte da ghiaccio sono associate con le pareti verticali e le zone di accumulo sottostanti dove è stata misurata una temperatura di -120°C. Il ghiaccio puro rappresenta circa il 5% di ciascuna zona campionata, il resto comprende materiale di colore scuro. Lo studio ha anche fatto luce sulle diverse dimensioni dei granelli di ghiaccio sulla cometa: vanno da diverse decine di micrometri a circa 2 millimetri di diametro. Queste dimensioni contrastano molto con quelle rilevate grazie a una precedente osservazione di VIRTIS che si era concentrato sulla regione di Hapi sulla parte attiva di 67P. Lì i cristalli misuravano solo pochi micrometri di diametro.
“Le due diverse popolazioni di grani di ghiaccio d’acqua implicano un diverso processo di formazione” spiega Gianrico Filacchione dell’INAF-IAPS e autore principale dello studio pubblicato sulla rivista Nature. Su Hapi, i grani molto piccoli sono associati a un sottile strato di ghiaccio che si forma a seguito della rapida condensazione del vapor d’acqua durante le ore notturne. “I grani su Imhotep invece – continua Filacchione – hanno subìto un’evoluzione più complessa: probabilmente si sono formati più lentamente e sono occasionalmente esposti a seguito dell’erosione degli strati esterni”. “Se dunque gli strati di ghiaccio sottile rivelati sulla superficie della cometa sono il risultato dell’attività, essi non necessariamente si sono creati al tempo di formazione nucleo” aggiunge Fabrizio Capaccioni, dell’INAF-IAPS e Principal Investigator di VIRTIS.
Se assumiamo come dimensione tipica dei granelli quella che misura qualche decina di micron possiamo desumere che i grani di dimensioni maggiori si siano formati dall’accrescimento dei cristalli di ghiaccio secondari.
Un’ipotesi plausibile è che i cristalli vengano accorpati attraverso il processo di sinterizzazione. Un’altra, supportata anche da esperimenti di laboratorio, vede implicata la sublimazione del ghiaccio sepolto: mentre parte del vapore acqueo sprigionato fuoriesce dal nucleo, una porzione significativa si ricondensa fino a formare vari strati. L’energia supplementare richiesta per il processo di sublimazione potrebbe essere poi fornita da una trasformazione molecolare della struttura microscopica del ghiaccio, dallo stato amorfo a quello cristallino, dovuta alle basse temperature riscontrate sulle comete.
“È straordinario vedere come la missione Rosetta continui a fornirci dati sempre più interessanti sugli elementi dei corpi celesti” commenta il presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, Roberto Battiston. “Le comete sono tra gli oggetti più antichi del nostro Sistema Solare, veri e propri messaggeri di materia primordiale, la cui decodificazione – grazie alla tecnologia e alla scienza italiana – è fondamentale per capire molti segreti sulla sua nascita”. “Grande soddisfazione per L’INAF – dice Nicolò D’Amico, presidente dell’Istituto Nazionale di Astrofisica – che ha investito notevoli risorse e intellettualità su questo ambizioso progetto internazionale”.