da Sorrentino | Nov 13, 2015 | Astronomia, Primo Piano
Per la prima volta è stato registrato un intenso flusso di raggi gamma provenienti da una pulsar, una stella di neutroni in rapida rotazione, che si trova al di fuori della nostra Galassia. La brillante sorgente gamma è situata all’interno della Grande Nube di Magellano, una galassia satellite della Via Lattea, ed è stata individuata grazie allo strumento LAT (Large Area Telescope) dell’osservatorio spaziale Fermi della NASA, missione a cui l’Italia contribuisce con l’Istituto Nazionale di Astrofisica, l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e l’Agenzia Spaziale Italiana. La scoperta viene riportata oggi in un articolo pubblicato sulla rivista Science e realizzato dai ricercatori appartenenti al team internazionale dello strumento LAT.
«Nella sua scansione continua del cielo gamma, Fermi ha un’ottima copertura della Nube di Magellano» dice Patrizia Caraveo, responsabile per INAF dello sfruttamento scientifico dei dati Fermi LAT. «Inizialmente i dati della missione indicavano una emissione diffusa dalla Grande Nube di Magellano. La situazione è cambiata di recente con la disponibilità di più anni di dati che sono stati riprocessati con un nuovo software (noto come Pass 8) che permette una migliore ricostruzione degli eventi gamma».
La pulsar, denominata J0540-6919, è situata all’interno di una regione ricca di stelle, polveri e gas denominata ‘Nebulosa della Tarantola’ (anche nota come 30 Doradus), distante circa 160.000 anni luce da noi. Ad oggi è l’oggetto celeste della sua classe più luminoso nei raggi gamma, emettendo una quantità di radiazione circa venti volte maggiore della pulsar al centro della Nebulosa Granchio, la più studiata dagli astrofisici, con la quale condivide proprietà simili. Tra queste ci sono l’intensità del campo magnetico, la velocità di rotazione – compiendo un giro completo attorno al proprio asse in appena cinque centesimi di secondo – e l’età, stimata in circa 1.100 anni. Per questo motivo J0540-6919 è stata ribattezzata la “gemella” della Pulsar Granchio.
«La nuova generazione di algoritmi è in grado di ricostruire con grande accuratezza l’energia e la direzione di provenienza di ogni fotone che attraversa il telescopio, – spiega Luca Latronico, responsabile per l’INFN del progetto Fermi – pertanto cominciamo a risolvere le singole sorgenti e le strutture morfologiche complesse dentro la Grande Nube di Magellano». «Ora dunque riusciamo a isolare sorgenti con caratteristiche eccezionali, come la pulsar J0540−6919, e a verificare la nostra comprensione dei meccanismi di accelerazione e propagazione dei raggi cosmici, osservando una galassia a noi vicina ma diversa dalla nostra», conclude Latronico.
La sorgente è stata osservata anche con altri strumenti, da terra e dallo spazio, in altre bande di radiazione, dai raggi X con il satellite RXTE fino alle onde radio, grazie al telescopio Parkes in Australia. Una serie di accurate e innovative osservazioni nella banda della luce visibile sono state condotte anche al telescopio NTT dell’ESO a La Silla, in Cile, con lo strumento Iqueye (Italian QUantum EYE), un fotometro quantistico messo a punto dai ricercatori dell’Università di Padova e dell’INAF-Osservatorio Astronomico di Padova. «Iqueye ha consentito di rivelare alcuni straordinari dettagli della curva di luce di J0540-6919» commenta Luca Zampieri, astronomo della struttura INAF patavina, che ha partecipato alle indagini sulla pulsar. «Uno studio così accurato a lunghezze d’onda molto diverse è possibile solo in rari casi ed è cruciale per comprendere la forma del campo magnetico in queste potenti ‘calamite’ cosmiche»
«Il Large Aera Telescope (LAT) a bordo della missione Fermi della NASA, costruito con un fortissimo contributo italiano, continua a riservare soprese eccezionali» afferma Elisabetta Cavazzuti, Responsabile della missione Fermi per l’Agenzia Spaziale Italiana. «La scoperta della prima Pulsar che emette raggi gamma e si trova al di fuori della nostra Galassia» prosegue «pone nuova luce su queste sorgenti. La scoperta è stata possibile anche grazie ai continui sforzi della collaborazione del LAT nel migliorare costantemente la lettura dello strumento e l’analisi dei dati provenienti dal telescopio. Proprio a giugno di quest’anno, infatti, la collaborazione del LAT ha reso disponibile a tutta la comunità scientifica internazionale un nuovo modo di guardare i dati provenienti dal telescopio che ha reso possibile la scoperta della Pulsar J0540-6919».
FERMI (già GLAST, Gamma-Ray Large Area Telescope) è una missione internazionale ideata con lo scopo di esplorare il cielo ad altissime energie. Si tratta di un telescopio spaziale in grado di rivelare fotoni nel range gamma che va da 30 MeV ad 300 GeV. L’osservatorio spaziale Fermi, lanciato l’11 giugno 2008 con un Delta II, è una missione NASA con ampia collaborazione internazionale (Italia, Giappone, Francia, Svezia). Dopo l’attivazione in orbita, la missione è stata dedicata ad Enrico Fermi ed è ora nota come Fermi Gamma-Ray Telescope. La partecipazione Italiana alla missione Fermi si articola su un importante contributo di INFN e ASI alla progettazione e costruzione del tracker del LAT, e sulla gestione della missione in orbita e sull’analisi scientifica dei dati, compiti ai quali contribuiscono INAF, INFN ed ASI-ASD.
La scoperta viene presentata nell’articolo “An extremely bright gamma-ray pulsar in the Large Magellanic Cloud” della Collaborazione Fermi LAT, pubblicato nel numero del 13 novembre 2015 della rivista Science
da Sorrentino | Nov 11, 2015 | Industria, Primo Piano, Servizi Satellitari

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Thales Alenia Space ha siglato un contratto con BTRC (Bangladesh Telecom Regulatory Commission) per la costruzione del satellite per telecomunicazioni Bangabandhu, che diminuirà il divario digitale, diffondendo servizi di trasmissione e telecomunicazione alle aree rurali e introducendo servizi redditizi, come quelli direct-to-home, in tutto il paese e la regione. In quanto prime contractor di questo programma chiavi in mano, Thales Alenia Space sarà responsabile della progettazione, produzione, test e consegna in orbita del satellite.
Il satellite è basato su una piattaforma derivante dall’esperienza di Thales Alenia Space, con 81 Spacebus già ordinati e più di 600 anni accumulati in orbita. Realizzato sulla versione aggiornata della piattaforma Spacebus 4000B2, Bangagandhu sarà dotato di 27 trasponditori in banda Ku e 14 in banda C. L’area di copertura del satellite includerà il Bangladesh e la regione circostante. Questo sistema offrirà capacità in banda Ku al Bangladesh e alle sue acque territoriali sul Golfo del Bengala, India, Nepal, Bhutan, Sri Lanka, Filippine e Indonesia, fornendo inoltre capacità in banda C a tutta la regione.
Thales Alenia Space si occuperà inoltre del segmento di terra, che sfrutterà gli strumenti SpaceOps di Thales Alenia Space per la pianificazione e monitoraggio della missione: includerà due strutture a terra per la gestione del satellite e il Network Operations Center, basato sulla soluzione globale SpaceGate di Thales Alenia Space. Spectra Ltd Company, partner di Thales in Bangladesh, si occuperà delle attività civili delle strutture di terra. Il lancio è previsto per il 2017 e questo primo satellite del Bangladesh sarà posizionato a 119,1° est.
“Questo satellite, denominato Bangabandhu come il famoso padre della Nazione, è una milestone chiave per lo sviluppo delle telecomunicazioni in Bangladesh e costituirà anche un notevole supporto alla crescita dell’economica nazionale e al riconoscimento della regione asiatica,” ha affermato Jean Loïc Galle, CEO di Thales Alenia Space.
“Una svolta significativa nella storia del Bangladesh, non solo perché riduce il divario digitale, ma anche perché in grado di generare business e posti di lavoro” ha affermato Md Golam Razzaque, Direttore del progetto Bangabandhu, il quale si augura di eseguire il lancio il 16 dicembre 2017m in concomitanza del 46⁰ anniversario dell’indipendenza del Paese.
da Sorrentino | Nov 9, 2015 | Industria, Primo Piano, Programmi
Giunto alla NASA, proveniente dallo stabilimento di Torino di Thales Alenia Space, il modello di prova strutturale del Modulo di Servizio della capsula Orion, il nuovo veicolo NASA per il trasporto di equipaggio per l’esplorazione dello spazio profondo. Lockheed Martin Space System sta sviluppando e costruendo la capsula spaziale per quattro o più astronauti in qualità di prime contractor per conto di Nasa, mentre Airbus Defence and Space sta sviluppando e costruendo il Modulo di Servizio Europeo (ESM) per la capsula di Orion in qualità di prime contractor per conto dell’Agenzia Spaziale Europea. L’unità STA (Structural Test Article) riproduce esattamente quella che sarà la struttura di volo del Modulo di Servizio di Orion nella missione del 2018.
Dopo aver eseguito una prima campagna di test strutturali nello stabilimento di Torino, l’unità, partita dall’aeroporto di Caselle di Torino, è giunta presso il centro di prove NASA di Plum Brook (Ohio, USA), dove la campagna di test continuerà per verificare l’adeguatezza del progetto strutturale del Modulo di Servizio. Il modulo di servizio di Orion, in corso di realizzazione sotto contratto dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA), fornirà la propulsione, l’alimentazione elettrica, il controllo termico e gli elementi chiave del sistema di sopravvivenza della capsula statunitense. Thales Alenia Space ha recentemente siglato il contratto con Airbus Defence and Space, per la progettazione e la produzione dei sistemi termomeccanici quali la struttura, lo scudo di protezione dai micro-meteoriti, il controllo termico, lo stivaggio e la distribuzione di acqua e gas.
“La consegna del primo modello di prova dell’European Service Module della capsula Orion – ha affermato Luigi Maria Quaglino Senior Vice President Exploration and Science di Thales Alenia Space – rappresenta il segno tangibile di continuità con il nostro ruolo di leader nel campo della progettazione e produzione dei sistemi logistici di supporto alla Stazione Spaziale e dell’esplorazione spaziale. Grazie alla sua comprovata esperienza e competenza Thales Alenia Space contribuisce ad espandere la presenza del genere umano oltre l’’orbita bassa abitativa e partecipare all’avventura dell’esplorazione dello spazio profondo.”
Il progetto ambizioso è quello di utilizzare la capsula Orion per missioni umane oltre l’orbitabassa terrestre verso molteplici destinazioni quali la Luna, gli asteroidi e lo Spazio profondo. La prima missione di Orion, “Exploration Mission 1”, nella quale l’Europa sarà impegnata, è programmata per il 2018 e consisterà nella circumnavigazione della Luna e nel ritorno sulla Terra. Scopo di questa prima missione senza equipaggio sarà testare le prestazioni della navicella spaziale prima del suo utilizzo con esseri umani a bordo e di qualificare il nuovo sistema di lancio della NASA. La missione successiva di Orion, “Exploration Mission 2”, con astronauti a bordo, è prevista intorno al 2021.
da Sorrentino | Nov 3, 2015 | Astronomia, Primo Piano
Sono di un’intensità senza precedenti le esplosioni cosmiche che a partire dal 15 giugno 2015 sono state rivelate dal satellite Swift della NASA. Ad indagarle è stato un team internazionale di ricercatori tra cui alcuni dell’INAF, soprattutto grazie alle ulteriori osservazioni dell’osservatorio orbitante per l’astrofisica delle alte energie INTEGRAL dell’ESA. Le potentissime esplosioni sono state prodotte da V404 Cygni, una sorgente di alta energia nella costellazione del Cigno. Gli astrofisici ne hanno identificato la natura: è un buco nero di massa stellare, cioè generato dal collasso di una stella massiccia avvenuto al termine del suo ciclo evolutivo, che ora detiene il record dell’intensità del flusso di alta energia, mai registrata prima da una sorgente cosmica. Questo è in parte dovuto alla sua vicinanza, trovandosi a circa 8000 anni luce da noi.
V404 Cygni ha una massa di circa 10 volte quella del Sole ed è legato gravitazionalmente ad una stella “normale”, simile al nostro Sole, da cui sta risucchiando parte del materiale di cui è costituita. Nel suo viaggio verso il buco nero, questa materia cade con un moto spiraleggiante formando attorno ad esso quello che prende il nome di disco di accrescimento, delle dimensioni dell’ordine delle migliaia di km. In questo precipitare, la materia si surriscalda e nella corona calda che si forma nella vicinanze del buco nero essa puo’ raggiungere temperature fino a centinaia di milioni di gradi, emettendo radiazione di alta energia, sotto forma di raggi X e gamma. Il materiale viene quindi in parte espulso attraverso due getti che si allontanano in direzioni opposte con velocità prossime a quella della luce.
“La forte intensità di questi getti, che in un solo minuto possono trasportare l’energia prodotta dal Sole in diversi mesi, ci permette di studiare con una sensibilità senza precedenti la fisica dei fenomeni estremamente energetici che avvengono in prossimità dell’orizzonte degli eventi di un buco nero” dice il primo autore dello studio, apparso su Astrophysical Journal Letters, Lorenzo Natalucci, dell’INAF-IAPS. E l’indagine condotta dai ricercatori mette in evidenza un’emissione estremamente variabile a tutte le lunghezze d’onda, un po’ come fuochi d’artificio. Mentre nella banda radio si vedono chiaramente i getti quando sono a una certa distanza dal buco nero, nei raggi X e gamma si può vedere il momento in cui i blob di materia vengono espulsi, in prossimità dell’orizzonte degli eventi. Un risultato assai importante per lo studio di questi fenomeni, ottenuto grazie all’eccezionale qualità dei dati prodotti da INTEGRAL, che non ha rivali come sensibilità delle osservazioni nei raggi gamma. Questi processi di accrescimento ed espulsione di materia funzionano anche su scala molto più grande, quella dei buchi neri cosiddetti “supermassicci”, aventi una massa da milioni a miliardi di volte maggiore e che si trovano al centro delle galassie.
La fisica di questi buchi neri è molto difficile da studiare perché il moto della materia e i parametri fisici della regione vicina al buco nero variano con cicli di centinaia o migliaia di anni, quindi inaccessibili all’osservazione diretta. D’altra parte è dimostrato che i buchi neri supermassicci influenzano l’evoluzione delle galassie e dell’Universo su larga scala, e quindi è fondamentale capire come funzionano.
“Nei microquasar come V404 Cygni questi cicli avvengono su tempi scala di minuti o anche meno, ed è quindi possibile studiare in dettaglio gli effetti legati al rilascio di energia gravitazionale in condizioni estreme. I microquasar sono quindi dei “laboratori” ideali per studiare questi fenomeni, che non potrebbero essere mai riprodotti in un sito terrestre” aggiunge Pietro Ubertini, direttore dell’Istituto INAF/IAPS di Roma e co-autore dello studio.
da Sorrentino | Nov 2, 2015 | Primo Piano
2 novembre 2000 – 2 novembre 2015: la stazione spaziale internazionale, il condominio orbitale più longevo, ha festeggiato 15 anni di attività. I primi ad abitarla sono stati i componenti di Expedition 1: l’americano William Shepherd in veste di comandante e i cosmonauti russi Sergej Krikalev (che ha accumulato 803 giorni di permanenza in orbita in varie missioni, anche sulla stazione russa Mir durante gli stravolgimenti geopolitici dell’ex Unione Sovietica) e Jurij Gidzenko, partiti dal cosmodromo russo di Baikonur, nel Kazakhstan, il 31 ottobre a bordo della navetta TM-31 lanciata con un razzo Soyuz. Allo stato attuale le spedizioni impiegano sei ore per agganciare la ISS, ma allora (il complesso orbitale era composto da soli tre moduli, i due russi Zvezda e Zarja e l’americano Unity) e per la maggior parte delle volte successive ci vollero due giorni per arrivare al docking.
Alla prima spedizione ne sono seguite finora altre 44, che hanno visto protagonisti 206 astronauti. Tra essi Umberto Guidoni, (nella foto) primo italiano e primo europeo a bordo della ISS nel 2001, poi Roberto Vittori con ben tre missioni all’attivo, Paolo Nespoli che dopo essere stato il primo italiano a compiere una missione di lunga durata tornerà a bordo nel 2017, Luca Parmitano, primo italiano impegnato in una delle 189 “passeggiate spaziali”, e infine Samantha Cristoforetti che ha trascorso 200 giorni in orbita segnando il record assoluto femminile.
Il programma della ISS è gestito dalle agenzie spaziali americana NASA, russa RKA, europea ESA, giapponese JAXA e canadese CSA, e l’Italia, con l’ASI e l’industria aerospaziale italiana, ha contribuito alla costruzione del complesso orbitale fornendo il 50% del volume abitabile totale.
L’avamposto spaziale permanente ha consentito di svolgere 1.800 esperimenti di varia natura, molti nel campo della biologia e fisiologia, della chimica dei materiali e delle tecniche di crescita delle colture in microgravità. Alle missioni di lunga durata (sei mesi) cominciano a seguire quelle di permanenza annuale, come quella che vede impegnati Scott Kelly e Mikhail Kornienko, partiti dal cosmodromo di Baikonur il 28 marzo 2015 con Expedition 43. Una missione che aiuterà gli scienziati a comprendere meglio come il corpo umano reagisca e si adatti alle peculiarità dell’ambiente spaziale.
La stazione spaziale internazionale è formata da componenti che, al momento del lancio, assommano a 345 tonnellate, e sono stati assemblati in orbita costituendo una struttura lunga 73 metri e con un volume abitabile di circa 400 metri cubi. La ISS dovrebbe rimanere in funzione sino al 2024.
da Sorrentino | Ott 30, 2015 | Missioni, Primo Piano
Passaggio ravvicinatissimo della sonda euroamericana Cassini a Encelado, la luna di Saturno visitata per la seconda volta in 15 giorni. Il 28 ottobre 2015 si è avvicinata a soli 50 km dalla calotta polare raccogliendo immagini straordinarie in attesa di processare i dati scientifici. Entusiasmo nel team della missione Cassini al Jet Propulsion Laboratory della NASA, pronto ad analizzare le informazioni raccolte dall’analizzatore di gas e dal rivelatore di polvere (un sofisticato strumento in grado di rilevare fino a 10.000 particelle al secondo) a bordo della sonda Cassini, per conoscere la composizione dei getti dei geyser, già fotografati nei precedenti flyby e considerati la cartina di tornasole per avere maggiori indicazioni sull’oceano di acqua presente sotto la superficie e su cosa genera le attività idrotermali su Encelado. In particolare, si attende di riscontrare la presenza di idrogeno a livello molecolare nelle nubi emesse dai geyser, segnale di possibile sviluppo di forme biochimiche elementari. Gli scienziati ritengono che le caratteristiche dell’oceano di Encèlado e la probabile presenza nei suoi fondali di sistemi idrotermali facciano ipotizzare che la piccola luna di Saturno sia potenzialmente in grado di ospitare condizioni ambientali simili a quelle presenti sul fondo dei mari del nostro pianeta. Il terzo e ultimo sorvolo ravvicinato su Encèlado è previsto 19 dicembre 2015, ma a circa 5.000 km di distanza dalla superficie. La missione di Cassini, lanciata il 15 ottobre 1997 ed entrata nell’orbita di Saturno il 1º luglio 2004 per poi rilasciare il lander Huygens sulla superficie di Titano, terminerà nel 2017, quando il carburante si esaurirà.