L’Agenzia SPaziale Europea invita le squadre di studenti europei che stanno costruendo un CubeSat principalmente con un obiettivo didattico, a proporre il proprio satellite per il nuovo programma “Fly Your Satellite!”.
“Fly Your Satellite” è un’emozionante nuova iniziativa dell’ESA Education and Knowledge Management Office. Focalizzata ai progetti Cubesat svolti dagli studenti universitari, si basa sul successo del programma pilota “CubeSats for the Vega Maiden Flight”, culminato nel 2012 con il lancio, a bordo del volo inaugurale di Vega, di sette CubeSats costruiti dagli studenti universitari. Questa iniziativa, in futuro, intende coprire il processo completo di sviluppo di un satellite, dal concetto al lancio. Tuttavia, l’edizione 2013 sarà dedicata alle squadre i cui satelliti sono già ad uno stadio avanzato di sviluppo e in grado di completare il montaggio del Modello di Volo per giugno 2013. Possono partecipare CubeSats da una, due o tre unità. I Cubesats devono avere dimensioni massime di 10 cm per lato con un peso non superiore a 1 kg. Il programma “Fly Your Satellite!” prevede tre fasi attive consecutive, con revisioni intermedie che le squadre di studenti devono superare per essere accettate alla fase successiva.
Missioni CubeSat che possono candidarsi
Le missioni CubeSat proposte devono essere abbastanza flessibili da adattarsi ad una varietà di diverse possibili orbite basse terrestri in quanto le opportunità finali di lancio non sono ancora state determinate.
Norme di partecipazione
La scadenza per sottoporre le proposte è il 1 marzo 2013. La partecipazione è aperta alle squadre universitarie europee degli Stati Membri e degli stati Cooperanti dell’ESA.
Dal Dicembre 2009 è operativo il progetto italiano COSMIC, finanziato dall’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) con 500 mila euro, volto allo studio di nuovi processi per l’esplorazione umana e robotica dello spazio. Il progetto, coordinato dal Prof. Giacomo Cao docente del Dip. di Ingegneria Meccanica, Chimica e dei Materiali dell’Università di Cagliari e ricercatore del CRS4 (il Centro di ricerca del Parco tecnologico della Sardegna presso la sede di Pula), coinvolge, oltre all’Università di Cagliari e al CRS4, il Dipartimento Energia e Trasporti del CNR e la COREM Srl. Tale progetto si inserisce naturalmente nelle prossime scelte strategiche che l’umanità dovrà compiere tra cui quella connessa con il reperimento di nuovi spazi fuori dalla Terra e con la ricerca di punti di appoggio e soluzioni di sopravvivenza per la futura colonizzazione di queste nuove dimore per l’uomo. Per questo motivo la ricerca si sta muovendo e studiosi italiani hanno già sviluppato nuove tecnologie per affrontare questa nuova sfida.
La domanda di brevetto 10453PTWO, “Fabrication process of physical assets for civil and/or industrial structures on the surface of Moon, Mars and/or asteroids”, i cui inventori designati sono Giacomo CAO, Alessandro CONCAS, Gianluca CORRIAS, Roberta LICHERI, Roberto ORRÙ, Massimo PISU e Claudio ZANOTTI, a suo tempo giudicata completamente inventiva e brevettabile dal preposto ufficio brevettuale con riferimento a tutte le rivendicazioni, è stata nazionalizzata a livello europeo, come pure negli Stati Uniti d’America, Cina, India, Giappone e Russia. Il brevetto riguarda la realizzazione di elementi strutturali utili al sostentamento di missioni spaziali permanenti su Luna, Marte e/o asteroidi mediante l’utilizzo di risorse reperibili in situ. Due delle tecnologie contemplate nel brevetto appena nazionalizzato sono tra quelle prese in considerazione per i futuri scenari di esplorazione robotica ed umana dello spazio da parte della NASA nell’ambito dell’ISECG (International Space Exploration Coordination Group), a cui partecipano 14 Agenzie Spaziali.
Oltre mezzo secolo dopo l’invio dei primi animali nello spazio, nelle missioni propedeutiche alle missioni umane in orbita, l’Iran lanciato un veicolo che, spinto da un razzo vettore che celerebbe le capacità balistiche raggiunte dal Paese, ha raggiunto la quota di 120 km prima di fare rientro e riportare a terra la scimmia che era a bordo. Il primo mammifero a volare nello spazio fu la cagnetta Laika, lanciata dall’Unione Sovietica il 3 novembre 1957. Secondo i programmi di Teheran, i primi astronauti iraniani dovrebbero volare entro la fine di questo decennio. Il razzo Kavoshghar 5 che ha spinto la capsula Pishgam (Pioniere) del peso di 285 kg con la scimmia oltre l’atmosfera avrebbe tutte le caratteristiche del missile a lungo raggio impiegabili per recare nell’ogiva una testata nucleare. Un sospetto che da solo basta per alzare il livello di attenzione sui programmi dell’Iran in campo spaziale e missilistico. Nel 2011 un’analoga missione era fallita, ma il Paese arabo ha allenato cinque scimmie da impiegare in missioni propedeutiche al lancio di astronauti. Il programma spaziale iraniano è diretto da Hamid Fazeli, il quale ritiene che la prima missione umana potrebbe svolgersi nel 2018. Dopo Russia, Stati Uniti, Unione Europea, Cina e India, anche l’Iran aspira e si appresta a entrare nel rispetto club delle potenze spaziali.
L’asteroide 4179 Toutatis è a una distanza di assoluta sicurezza dalla Terra. La distanza minima che lo separa dalla Terra al momento del passaggio ravvicinato, alle ore 7:40 del mattino di mercoledì 12 Dicembre 2012, è stata calcolata in 6,9 milioni di chilometri. Dunque, nessun rischio di impatto. L’asteroide, che ha una lunghezza di 4,6 chilometri ed è largo 2,4, è stato avvistato la prima volta il 10 febbraio 1934 e poi nuovamente il 4 gennaio 1989. Il suo nome deriva dalla divinità della guerra, della fertilità e della ricchezza, appartenente della mitologia celtica. Ha un periodo di rotazione attorno al suo asse lungo di 5,38 giorni. All’epoca del suo riavvistamento nel 1989 gli astronomi lo classificarono tra quelli potenzialmente pericolosi. Sono considerati tali, infatti, quelli che si trovano ad una distanza minima dalla Terra inferiore a 7,4 milioni di chilometri e con un diametro superiore a 150 metri. Il 29 settembre 2004 si è registrato il passaggio più vicino al nostro pianeta, circa 1,5 milioni di chilometri. Secondo i calcoli, nei prossimi 600 anni le probabilità di impatto di Toutatis con la Terra sono pressoché nulle.
Il passaggio dell’asteroide sarà osservato dalla sonda cinese Chang’e 2, che si trova in orbita lunare ed è stata spostata per consentire di fotografarlo.
Chi possiede telescopio, nuvole permettendo, può puntare lo strumento ottico verso sud, fra le costellazioni dei Pesci e della Balena.
Il transito di Toutatis può essere seguito in diretta su VIRTUAL TELESCOPE
In un video di circa mezz’ora la NASA raccolta l’ultima volta dell’uomo sulla Luna. La missione Apollo 17 venne lanciata il 7 dicembre 1972 dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral in Florida, con a bordo gli astronauti Eugene Cernan, Ron Evans e Jack Schmitt, geologo e unico scienziato a partecipare al programma di esplorazione lunare. Cernan e Schmitt sbarcarono nella valle Taurus-Littrow, vicino al mare della Serenità, sulla faccia visibile del nostro satellite naturale. Il sito di allunaggio venne scelto perché i depositi rocciosi furono ritenuti più interessanti, per la presenza sia di materiale risalente all’epoca di formazione che più recente.
Mentre Evans rimase in orbita lunare a bordo del Modulo di Comando, Cernan e Schmitt si fermarono poco più di tre giorni sulla superficie lunare, impiegando il rover lunare come nelle precedenti missioni Apollo 15 e 16 e percorrendo 33 km e 800 metri sulle quattro ruote. Quella di Apollo 17 è considerata la missione più interessante dal punto di vista scientifico, tra le sei che hanno trasportato uomini sulla Luna (Apollo 13 fallì con il rientro fortunoso dell’equipaggio, mentre le prime quattro del programma furono propedeutiche alla serie di allunaggi). Gli astronauti riportarono a terra oltre 110 kg di campioni lunari, stabilirono il record di permanenza sulla superficie selenita con un totale di 75 ore, di cui 22 ore e 4 minuti di attività extraveicolare.
Una misura difficilissima per la quale è stato necessario utilizzare la strumentazione più avanzata in abbinamento ad una tecnica assai originale, che ha addirittura coinvolto la Luna come specchio astronomico naturale. È quella dell’effetto, verificatosi durante il transito di Venere davanti al Sole lo scorso 6 giugno, denominato Rossiter-McLaughlin. Un fenomeno che avviene quando un corpo celeste si trova a passare davanti a una stella, andandone a occultare una parte della sua superficie in rotazione e che si manifesta come una distorsione temporanea nei profili delle righe dello spettro di luce proveniente dalla stella eclissata. A riuscire nell’impresa di osservare e misurare l’entità dell’effetto è stata una equipe di astronomi italiani guidata da Paolo Molaro, dell’Osservatorio Astronomico di Trieste dell’INAF, i cui risultati sono pubblicati online in un articolo della rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society Letters, edito dalla Oxford University Press. Questo fenomeno è stato già osservato in sistemi composti da due stelle che si eclissano vicendevolmente, ma diventa via via sempre più difficile da osservare quando il corpo celeste è della taglia di un pianeta, per giunta non così grande come ad esempio Giove ma piuttosto analogo per dimensioni alla Terra, proprio come è stato nel caso del transito di Venere. La misura di questo debole effetto rilevabile nella luce proveniente da altri sistemi planetari grazie ai telescopi della prossima generazione come E-ELT (European Extremely Large Telescope) sarà un utile strumento nell’ambito della ricerca dei pianeti extrasolari. Gli astronomi potranno infatti conoscere importanti parametri orbitali in quei sistemi, in grado di migliorare anche le nostre conoscenze sulla storia della loro formazione.
“Fondamentale per il successo di questa missione è stato l’utilizzo dello spettrografo HARPS dell’ESO che ora, insieme al suo gemello installato al Telescopio Nazionale Galileo dell’INAF rappresenta lo stato dell’arte per le misure di velocità radiali degli oggetti celesti e il miglior cacciatore di sistemi planetari attorno ad altre stelle. L’entità dell’effetto misurato è comparabile al riuscire a registrare la velocità di una persona che cammina a passo lento alla distanza di 150 milioni di chilometri, tanto quanto lo spazio che ci separa dal Sole. Non ci sono strumenti al mondo in grado di registrare variazioni così minuscole e in particolare se si hanno solo poche ore per poterle misurare” commenta Lorenzo Monaco, astronomo italiano in forza all’ESO.
Ma il solo utilizzo di HARPS non sarebbe stato sufficiente per raggiungere questo risultato. Le osservazioni della luce integrata del Sole ad alta risoluzione sono infatti estremamente difficili da condurre e per superare questo problema gli astronomi hanno puntato il loro strumento verso la Luna per captare la luce solare da essa riflessa. Per questo motivo il transito è stato osservato dagli astronomi in Cile quando in realtà non sarebbe stato possibile farlo, dato che in quella zona del pianeta era notte. Questa inusuale strategia ha imposto calcoli particolari per raggiungere i risultati sperati. “Il transito di Venere visto dalla Luna ha una tempistica leggermente differente rispetto a quello che si è osservato sulla Terra” commenta Simone Zaggia dell’Osservatorio Astronomico INAF di Padova, che ha partecipato alla missione. “La Luna era infatti 8 gradi davanti alla Terra e Venere ha raggiunto l’allineamento con il Sole e la Luna con circa due ore di ritardo. Il transito inoltre è stato leggermente più lungo di quanto osservato sulla Terra perché la Luna si trovava al di sopra del piano di rotazione della Terra attorno al Sole”.
Le osservazioni mostrano che l’eclisse parziale prodotta sul disco solare dal transito di Venere ha generato una modulazione nella velocità radiale del Sole di meno di un metro al secondo, ovvero appena 3 chilometri all’ora. “L’accordo con i modelli teorici è dell’ordine di pochi centimetri al secondo ed è un risultato strabiliante mai raggiunto prima” sottolinea Mauro Barbieri, dell’Università di Padova, che fa parte del team. “Tra l’altro questa variazione di velocità è comparabile con quella dovuta alle naturali espansioni e contrazioni della nostra stella, ma le nostre osservazioni ci hanno permesso comunque di rilevare chiaramente l’effetto Rossiter-McLaughlin durante il transito”.
I risultati ottenuti da queste osservazioni, le uniche di tipo puramente scientifico che siano state condotte sulla Terra in occasione dell’ultimo transito di Venere, saranno di grande aiuto per gli astronomi, che potranno misurare questo fenomeno in sistemi extrasolari, sfruttando appieno le potenzialità dei telescopi di nuova generazione come l’E-ELT. “Questa misurazione – dice Paolo Molaro – preannuncia i clamorosi risultati che tra alcuni anni potranno ottenere i telescopi della classe di 40 metri dotati di spettrografi ad altissima risoluzione, aprendo di fatto un nuovo orizzonte nello studio delle proprietà orbitali di altri pianeti simili alla Terra che si trovano attorno ad altre stelle nella nostra Galassia”.
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