da Sorrentino | Mar 24, 2017 | Astronomia, Primo Piano
In una lontana galassia, distante da noi 8 miliardi di anni luce, un gruppo di astronomi guidato dal ricercatore Marco Chiaberge e di cui fa parte anche Alessandro Capetti, dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), ha scoperto un buco nero supermassivo che sta letteralmente schizzando via dal centro galattico, a una velocità di 7,5 milioni di chilometri all’ora. Secondo i ricercatori, questo buco nero “in fuga” è stato accelerato dalla enorme energia delle onde gravitazionali emesse durante la fusione dei due buchi neri che lo hanno generato.
I ricercatori stimano che per spingere a una velocità così elevata un oggetto celeste della massa pari a un miliardo di volte quella del Sole, come il buco nero da loro individuato, sia stata necessaria un’energia pari a quella rilasciata da 100 milioni di supernove. La spiegazione più plausibile per giustificare questo gigantesco valore è che l’energia richiesta sia stata fornita proprio dalle onde gravitazionali prodotte nella fusione di due buchi neri massicci avvenuta nella zona centrale della galassia ospite, che hanno profondamente incurvato lo spazio-tempo in quella regione, spingendo verso l’esterno il buco nero risultante. Un po’ come quando scrolliamo una tovaglia per far cadere da essa le briciole.
La scoperta, pubblicata sulla rivista Astronomy&Astrophysics, è stata ottenuta grazie alle riprese del telescopio spaziale Hubble di NASA ed ESA in luce visibile e nel vicino infrarosso di un remoto ammasso di galassie distante 8 miliardi di anni luce, che hanno messo in evidenza la particolarità di una di esse. Le immagini hanno rivelato all’interno di una galassia un quasar luminoso, denominato 3C 186, ovvero la firma energetica prodotta da un buco nero, collocato però sorprendentemente a una notevole distanza dal nucleo galattico.
“Appena ho guardato le immagini di Hubble, ho pensato che ci trovavamo davanti a qualcosa di veramente particolare” dice Chiaberge, in forza allo Space Telescope Science Institute (STScI) e alla Johns Hopkins University a Baltimora, nel Maryland (USA), primo autore dell’articolo che descrive la scoperta in pubblicazione sulla rivista Astronomy&Astrophysics. “Mi aspettavo di vedere molte galassie nell’atto di fondersi e altre dalle strutture irregolari circondare quasar brillanti, ma non di vedere un quasar così lontano dal nucleo di una galassia di forma regolare. I buchi neri si trovano nel centro delle galassie, ed è quindi raro trovare un quasar così defilato”.
Gli scienziati hanno calcolato che il buco nero si è spostato di più di 35 mila anni luce dal centro della galassia confrontando la distribuzione della luce delle stelle nella galassia ospite con quella di una galassia ellittica normale ricostruita al calcolatore: una distanza che è maggiore di quella che separa il nostro Sole dal centro della Via Lattea.
“Grazie alle osservazioni spettroscopiche siamo riusciti a stimare la massa del buco nero e la velocità del gas intrappolato attorno ad esso” dice Capetti. “Con nostra sorpresa, abbiamo scoperto che quel gas stava muovendosi alla straordinaria velocità di 7, 5 milioni di chilometri all’ora. Tanto che, per coprire la distanza tra la Terra e la Luna ci impiegherebbe appena 3 minuti. A questo ritmo il buco nero sfuggirà definitivamente alla galassia in 20 milioni di anni, vagando per sempre nello spazio”.
Il team propone anche una ricostruzione di come questo buco nero sia stato accelerato alla sua velocità attuale. La storia inizia con la fusione di due galassie, i cui rispettivi buchi neri si risistemano nella zona centrale della galassia ellittica formata alla fine del processo. I buchi neri spiraleggiano l’uno attorno all’altro e si avvicinano, emettendo una grande quantità di energia sotto forma di onde gravitazionali. Se i due buchi neri non hanno la stessa massa e velocità di rotazione, emettono onde gravitazionali con più intensità lungo una specifica direzione. Quando i due buchi neri si scontrano, smettono di produrre onde gravitazionali e il buco nero risultante dalla fusione “rimbalza” in direzione opposta a quella dove si propagano le onde gravitazionali più intense, accelerando come un razzo. Una spiegazione alternativa, anche se improbabile, propone che il quasar osservato non si trovi nella galassia, ma in un’altra dell’ammasso, più distante e quasi allineata con essa. L’immagine di Hubble darebbe quindi l’illusione prospettica del quasar distante dal centro della galassia in primo piano.
In evidenza: l’immagine ottenuta dal telescopio spaziale Hubble di Nasa ed Esa mostra un quasar in fuga dal centro della galassia che lo ospita. I quasar sono le controparti luminose dei buchi neri, che non possono essere osservati direttamente. Il profilo ellittico con tratteggio verde delimita i confini della galassia. Il quasar denominato 3C 186 appare come una stella brillante leggermente decentrata rispetto alla galassia, che si trova a 8 miliardi di anni luce da noi. (Crediti: NASA, ESA, e M. Chiaberge – STScI and JHU)
Nella seconda immagine: la sequenza mostra le onde gravitazionali che allontanano un buco nero dal centro della galassia. (1) Due galassie, ognuna con un buco nero centrale sono nell’atto di fondersi. (2) I due buchi neri all’interno della nuova galassia risultante si dispongono nella regione centrale e cominciano a ruotare uno attorno all’altro, emettendo energia sotto formna di onde gravitazionali ed avvicinandosi sempre più tra loro (3). Se i buchi neri non hanno la stessa massa e velocità di rotazione, emettono onde gravitazionali con più intensità in una specifica direzione. (4) I buchi neri alla fine si fondono per formarne uno supermassivo. L’energia emessa della fusione spinge via, con un vero e proprio “effetto razzo”, il buco nero in direzione opposta a quella del treno di onde gravitazionali più intense. (Crediti: NASA, ESA, e A. Feild – STScI)
da Sorrentino | Mar 23, 2017 | Astronomia, Primo Piano
Negli spettri dell’emissione X della pulsar doppia Psr J0737-3039 è stata scoperta una riga di emissione del ferro a 6-7 keV. I risultati, pubblicati su ApJ, sono stati ottenuti da un team guidato da Alberto Pellizzoni e composto dalle astrofisiche Elise Egron e Maria Noemi Iacolina dell’INAF Cagliari. Che la Sardegna fosse una terra di miniere e minatori era cosa nota, ma oggi, dopo la crisi del settore, la ricerca di metalli resta solo sui libri di storia. Nel prossimo futuro, tuttavia, il Sardinia Radio Telescope (Srt) potrebbe diventare un nuovo strumento di “follow up” (ovvero di completamento del monitoraggio della sorgente) di programmi di ricerca di metalli in stelle lontane dal Sistema solare. È questo, infatti, l’obiettivo del progetto dell’Istituto nazionale di astrofisica che ha osservato un sistema binario di pulsar con Xmm-Newton (X ray Multi-Mirror, in italiano “multi-specchio ai raggi X”), un telescopio satellitare per raggi X.
A oltre 14 anni dalla sua scoperta alle radio-frequenze da parte dei ricercatori dell’Osservatorio astronomico dell’Inaf di Cagliari, la pulsar doppia Psr J0737-3039 non finisce di stupire, e rimane il più estremo e compatto tra i rari sistemi binari con due stelle di neutroni. Estremo perché permette di testare a fondo le teorie gravitazionali in campo forte (come la relatività generale), ed è l’unico caso in cui si osservano segnali da due pulsar orbitanti tra loro, separate da meno di un milione di km (percorsi in 3 secondi alla velocità della luce, un’inezia rispetto alle tipiche distanze cosmiche). Una sorgente astrofisica molto studiata, ma che può ancora riservare interessanti sorprese, in particolare nei raggi X.
Due pulsar così vicine interagiscono tra di loro producendo radiazione alle alte energie, svelando interessanti peculiarità della loro struttura, sia sui processi di emissione che sull’ambiente circostante. Grazie al monitoraggio eseguito tramite lunghe osservazioni nel corso degli anni con il satellite Xmm-Newton, si è compreso come la pulsar più brillante riesca ad attivare l’emissione X della pulsar compagna più lenta e “pigra”, anche quando questa non è più osservabile in banda radio: è scomparsa, infatti, alla vista dei radiotelescopi nel 2008.
Sembra esserci un vero e proprio trasferimento di energia da una pulsar all’altra anche se non sembra presente trasferimento di materia. Tuttavia, con enorme sorpresa, nell’ambito delle analisi spettrali si è trovata una riga di emissione del ferro a 6-7 keV (kilo-elettronvolt, unità di misura dell’energia che moltiplica mille volt per la carica degli elettroni) nei dati Xmm-Newton. Tale ritrovamento testimonia la presenza di materiale circumstellare, forse legato ai resti di un disco di accrescimento sopravvissuto a ben due esplosioni di supernova che tra 50 e 200 milioni di anni fa hanno posto fine alla vita delle stelle progenitrici delle due pulsar. Tale emissione, associata alla presenza di ferro, è tipica dei sistemi binari con stelle di neutroni o buchi neri che accrescono materia da una compagna, ma era un processo finora sconosciuto nelle pulsar isolate o binarie. La presenza di questa “miniera di ferro”, di questo “relitto archeologico”, rinforza le speculazioni riguardo a strutture simili che potrebbero essere presenti in altri sistemi peculiari di stelle di neutroni che si suppone non accrescano materia, fornendo preziose informazioni sul loro passato e sui relativi progenitori.
A firmare i due articoli che descrivono queste scoperte –uno pubblicato nel 2016, l’altro in corso di pubblicazione, entrambi su ApJ – è un team dell’Osservatorio astronomico di Cagliari, guidato da Alberto Pellizzoni e composto dalle astrofisiche Elise Egron dell’Inaf e Maria Noemi Iacolina (ora in forze all’Asi), entrambe impegnate nello sviluppo e operazioni del Sardinia Radio Telescope, il radiotelescopio sardo che permetterà di proseguire il lavoro di monitoraggio della doppia pulsar nei prossimi anni sotto l’aspetto radio. «Senza le idee e il paziente, lungo e minuzioso lavoro di queste ricercatrici», dice Pellizzoni, «sarebbe stato difficile portare a termine il nostro progetto osservativo nella banda X, che ha richiesto tra le altre cose l’adozione di tecniche di analisi innovative che combinano analisi spettrale e imaging, per poter confermare l’effettiva presenza della riga del ferro».
da Sorrentino | Mar 23, 2017 | Attualità, Eventi, Eventi Scientifici e Culturali, Primo Piano, Recensioni
C’è vita su Marte, ma si scopre che essa ci è ostile. Una trama che richiama la saga di Alien, pellicola fantascientifica cult degli anni ’80 firmata da Ridley Scott, quella del film “Life – Non oltrepassare il limite”, in uscita il 23 marzo nelle sale cinematografiche, proiettato in anteprima nell’auditorium dell’Agenzia Spaziale Italiana a Roma e servito soprattutto a fare il punto sui programmi di ricerca della vita al di fuori della terra e la vita terrestre nello spazio, in un dibattito che ha preceduto la visione e ha visto protagonisti l’astronauta Paolo Nespoli, in collegamento da Houston dove sta preparando la missione VITA, Barbara Negri, responsabile dell’Osservazione dell’Universo, e Gabriele Mascetti, responsabile del Volo Umano dell’ASI, coordinati da Andrea Zanini. I contenuti reali di natura scientifica fanno i conti con la trama del film, per la regia di Daniel Espinosa, regista svedese trapiantato a Hollywood, inserito nelle categorie thriller e fantascienza.
L’equipaggio di una stazione spaziale internazionale sta per tornare sulla terra, forte di una scoperta sensazionale: un campione che prova l’esistenza della vita extraterrestre su Marte. Al sicuro in una “incubatrice”, la neonata forma di vita raccolta sul pianeta rosso cresce a vista d’occhio, rivelandosi più intelligente e pericolosa di quanto il gruppo di astronauti pensasse. Di fronte alla minaccia che l’organismo alieno, battezzato Calvin, inizia a rappresentare per l’umanità intera, un pugno di uomini alla deriva nello spazio si prepara ad annientarlo prima che sbarchi sulla Terra. L’idea di base del film è nata il giorno in cui Mars Curiosity è atterrato su Marte, a partire dalla domanda: “cosa sarebbe successo se il rover avesse scoperto un organismo monocellulare vivente e lo avesse riportato nella Stazione Spaziale Internazionale per analizzarla?”. Per ricreare il mondo realistico della stazione spaziale internazionale, e per fare in modo che la nuova forma di vita fosse originale ma verosimile, sono stati consultati esperti di medicina spaziale e altri scienziati. In particolare il Dott. Adam Rutherford, genetista che ha pubblicato importanti libri sull’argomento, sebbene abbia escluso la possibilità della presenza di vita su Marte, ha suggerito l’idea di un alieno ibernato sotto la superficie del pianeta stesso. Per lo sviluppo della creatura “Calvin”, sempre Rutherford ha pensato a un fungo mucillaginoso, struttura monocellulare che si moltiplica e stratifica. Molte delle persone che si sono occupate degli effetti e delle scenografie avevano già lavorato per Gravity, Interstellar e Sopravvissuto – The Martian. L’elemento forse più fantascientifico del film è la creazione del modulo Harmony, un dormitorio spaziale con brandine personalizzate per i singoli componenti dell’equipaggio. In realtà, gli astronauti della stazione spaziale internazionale dormono in un sacco a pelo attaccato al muro con il velcro. Per imparare a “fluttuare”, prima dell’inizio delle riprese gli attori si sono allenati ogni giorno con la squadra stunt a utilizzare il sistema di cavi e imbracature con i quali si sarebbero dovuti muovere, ma hanno usato anche diversi attrezzi e modi per imitare al meglio l’assenza di gravità.
da Sorrentino | Mar 23, 2017 | Astronomia, Industria, Primo Piano

Allo IASF di Bologna, una delle strutture dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, è stato siglato il contratto di appalto relativo alla progettazione esecutiva e lavori per la realizzazione della sala di integrazione di MAORY, il sistema di ottica adattiva che costituirà cuore del grande telescopio europeo E-ELT, in costruzione sulle Ande cilene. Il contratto è stato firmato dal direttore dell’INAF IASF di Bologna Giuseppe Malaguti con la Società Thermofrigor Sud (Napoli) ed ha avuto a base di gara il progetto definitivo realizzato dal raggruppamento temporaneo costituito da Studio Tecnico Pentium Associati e Studio di Ingegneria Bolli (Arezzo). I lavori trasformeranno un locale di grandi dimensioni (m 18 x 12 x 12), già esistente all’interno della Struttura di Bologna, per adeguarlo ai requisiti ambientali, climatici, funzionali e infrastrutturali, necessari per le attività di assemblaggio, integrazione e verifica di MAORY, uno strumento di grandi dimensioni, avendo una struttura approssimativamente cubica con uno spigolo di oltre 8 metri. Una volta completato, MAORY da qui sarà successivamente spedito in Cile per essere installato su quello che sarà il più grande telescopio ottico e nel vicino infrarosso mai costruito.
MAORY – Multi-conjugate Adaptive Optics RelaY è uno degli strumenti di prima luce di E-ELT (European Extremely Large Telescope), il telescopio da 39 metri di apertura che ESO (European Southern Observatory) sta costruendo sul Cerro Armazones. La progettazione e realizzazione di MAORY è stata assegnata all’INAF dall’ESO attraverso un finanziamento di 18.5 milioni di euro preso in carico da un’altra delle strutture INAF bolognesi, l’Osservatorio Astronomico di Bologna, che ha elaborato il progetto e ne curerà la realizzazione insieme all’INAF IASF Bologna e agli Osservatori INAF di Arcetri, Brera, Capodimonte e Padova. Nichi D’Amico, presidente dell’Istituto Nazionale di Astrofisica sottolinea come MAORY sia uno dei fiori all’occhiello della partecipazione a E-ELT dell’Italia e in particolare dell’INAF, che è l’Ente italiano alla guida del progetto. Grazie a MAORY, gli strumenti per le osservazioni nel vicino infrarosso di E-ELT (primo fra tutti MICADO, la fotocamera di prima generazione di E-ELT) potranno avvalersi dell’ottica adattiva multi-coniugata con “stelle-guida” artificiali generate da fasci laser. Analizzando accuratamente la luce proveniente da sei stelle-guida laser e da tre stelle-guida naturali, MAORY è in grado di calcolare l’esatta conformazione che devono assumere gli specchi adattivi situati lungo il percorso ottico fra l’oggetto celeste osservato e gli strumenti scientifici. Mediante questi dispositivi – particolari specchi dalla superficie deformabile – è possibile compensare in tempo reale i disturbi dovuti a fenomeni quali la turbolenza atmosferica e l’effetto del vento sul telescopio, che altrimenti degraderebbero la qualità dell’immagine limitando fortemente le prestazioni di E-ELT e dei suoi strumenti scientifici. La copertura finanziaria per l’intervento di adeguamento del laboratorio ricade interamente sul Progetto Premiale MIUR di E-ELT (“T-REX”), coordinato a livello nazionale da Monica Tosi, con Emiliano Diolaiti (Principal Investigator di MAORY), che ha curato le attività tecnico-scientifiche.
da Sorrentino | Mar 21, 2017 | Politica Spaziale, Primo Piano
La notizia dei finanziamenti concessi dall’amministrazione Trump alla NASA per il 2017, sull’onda del voto unanime del congresso, è stata commentata da Orbiter con un titolo contentente soggetto, predicato e complemento oggetto. Esso conteneva un sottile doppio senso, forse non colto immediatamente: “Trump supporta la Nasa”. Abbiamo lasciato passare qualche giorno e, anche secondo l’analisi oggettiva dell’Agenzia Spaziale Italiana, lo schema del documento di bilancio per il 2018 rilasciato dall’amministrazione Trump cancellerebbe – secondo quanto riportato da Space News – l’Asteroid Redirect Mission e alcuni programmi di Osservazione della Terra. La missione ARM, articolata in più fasi, prevede il recupero di un asteroide vicino alla Terra con l’ausilio di una sonda dotata di un braccio robotico. Successivamente, l’oggetto verrebbe trasportato in un’orbita lunare stabile, dove verrebbe analizzato da due astronauti giunti a destinazione con una capsula Orion.
Il documento di bilancio non fornisce dettagli sul motivo della cancellazione di ARM, ma viene solo citata la necessità di mettere a disposizione fondi sempre più consistenti per il settore dell’esplorazione spaziale. Non molla Robert Lightfoot, amministratore ad interim della NASA, che ha dichiarato di voler continuare a lavorare sulla propulsione elettrica solare, tecnologia chiave di ARM, per fare in modo che venga utilizzata in iniziative future. Un ammainabandiera preventivo. Anche le modalità di annullamento della missione non sono state al momento specificate: in particolare, non è chiaro se vi saranno delle immediate ripercussioni anche sulle procedure di selezione del produttore della struttura principale della sonda, attualmente in corso. I tagli riguarderebbero anche la divisione Scienze della Terra che si è aggiudicata un sovvenzionamento pari a 1,8 miliardi di dollari, circa il 5% in meno di quello stanziato nel 2016. Le missioni candidate alla cancellazione sono quattro: PACE, CLARREO, OCO, un set di tre strumenti da inviare sulla Stazione Spaziale Internazionale e il DSCOVR Earth-viewing instruments dell’omonima missione lanciata nel 2015. Un settore che, invece, è destinato a beneficiare di un aumento del bilancio è quello riguardante le scienze planetarie, che riceverà 1,9 miliardi. In particolare, a supporto al rover della missione Mars 2020 e a quella di Europa Clipper, che studierà la luna di Giove con una serie di passaggi ravvicinati. La stessa missione, però, è al momento orfana del lander da inviare su Europa. Il documento sui programmi futuri della NASA, nella sua versione definitiva, è atteso a maggio 2017. Ma già trapela la volontà di intraprendere una nuova corsa alla Luna, facendo salire subito un equipaggio a bordo della missione circumlunare. Per la serie: ritorno al passato, ovvero “dove eravamo rimasti?”.
da Sorrentino | Mar 21, 2017 | Astronomia, Missioni, Primo Piano
La missione Rosetta non smette di regalare nuove straordinarie scoperte su quanto avviene nei corpi cometari. Molte delle importanti scoperte scientifiche, relative all’osservazione diretta della cometa 67P Churyumov-Gerasimenko, sono avvenute attraverso lo strumento OSIRIS dedicato all’acquisizione delle immagini, posizionato a bordo della sonda interplanetaria, che ha concluso il suo lungo viaggio il 30 settembre 2016, dopo aver stazionato per oltre due anni intorno al nucleo.
E’ del 21 marzo 2017 la pubblicazione sulla prestigiosa rivista scientifica Nature Astronomy di un articolo, che ha come primo autore Maurizio Pajola, giovane ricercatore dell’Università di Padova attualmente alla NASA, il quale descriva eventi che hanno modificato la superficie del nucleo durante il passaggio della cometa al perielio, il punto della sua orbita più vicino al Sole. In sostanza, le osservazioni hanno rivelato come l’esplosione e il crollo contemporanei della parete di Aswan, di un “precipizio” di circa 150 m di altezza, abbia mostrato l’interno incontaminato della cometa 67P.
L’evento catastrofico si è verificato il 10 luglio 2015 nella cosiddetta regione di Seth, dove era stata osservata in precedenza una frattura larga più di un metro e lunga oltre 70. Si è trattato di un crollo delle dimensioni di circa 60x80x12 m3 di materiale, pari a circa 11000 tonnellate. Considerando che la gravità sulla cometa 67P è a circa 2 decimillesimi di quella terrestre, il peso del materiale equivale a meno di 50 kg.
Il crollo, che ha generato una nube di polvere e gas, è stato osservato con la Navigation Camera, un altro strumento ottico di Rosetta. Cinque giorni dopo la stessa zona è stata osservata con OSIRIS verificando che un pezzo della scarpata era crollata con conseguente esposizione della zona più interna del nucleo, mai osservata finora. La brillantezza della zona interna, sei volte più della restante superficie cometaria che tipicamente è molto scura, sarebbe dovuta all’esposizione del ghiaccio racchiuso nel nucleo.
Il motivo di questo crollo è stato attribuito agli enormi stress termici cui è stato sottoposto il materiale nella zona di Aswan, che passa in meno di 20 minuti da una temperatura “notturna” di –140°C ad una temperatura “diurna” di quasi 50°C. Peraltro, durante la fase di osservazione, il periodo di illuminazione di quella parete era di soli 90 minuti sulle 12 ore e 40 minuti del giorno cometario. In pratica, i continui balzi di temperatura hanno prodotto delle fratture interne che hanno portato al collasso della struttura.
L’altro risultato scientifico è riferito al ghiaccio portato in superficie nella zona del crollo, che ha impiegato circa 5 mesi a dimezzarsi, ma ancora presente in minima quantità un anno dopo. Un fenomeno rimasto al momento senza una spiegazione, perché la sublimazione dovrebbe asportarlo del tutto.
I risultati che continuano a pervenire dall’analisi delle immagini della cometa 67P esaltano una volta di più il contributo italiano. Lo strumento OSIRIS è composto di due piccoli telescopi, uno dei quali, la Wide Angle Camera, è stato realizzato quasi interamente nei laboratori dell’Università di Padova. Le attività collegate alla missione Rosetta vedono a Padova il coinvolgimento di vari Dipartimenti, quali Fisica e Astronomia, Geoscienze, Ingegneria Industriale, Ingegneria dell’Informazione, oltre al Centro di Ateneo di Studi e Attività Spaziali “Giuseppe Colombo” – CISAS. Alle attività di ricerca anche l’Osservatorio Astronomico di Padova e l’Istituto di Fotonica e Nanotecnologie del CNR.