da Sorrentino | Ago 19, 2016 | Politica Spaziale, Primo Piano, Servizi Satellitari
C’è il mondo, ovvero il Pianeta blu, e ci sono terzo e quarto mondo. A grandi linee pensiamo di sapere dove si concentrano le sacche di povertà, ma per definire realmente i contorni delle aree più diseredate lo strumento più idoneo è il satellite. Lo sostengono in modo convinto i ricercatori dell’Università di Stanford che, in proposito, hanno pubblicato uno studio su Science. Essi propongono un metodo per ovviare alle evidenti difficoltà di effettuare analisi meticolose, che risultano lunghe e dispendiose. Il metodo consiste, per l’appunto, nell’utilizzo dei dati satellitari, combinato ad un sofisticato algoritmo per la categorizzazione delle caratteristiche. I ricercatori hanno inoltre scelto di utilizzare dati giorno/notte combinati. Se infatti i dati notturni scremano le aree sulla base della luminosità. Aree illuminate, infatti, forniscono il dato di una zona più “ricca”, come le nostre città, con infrastrutture esistenti. Ma queste immagini restano buie se non combinate con immagini diurne, in grado di catturare caratteristiche come le strade asfaltate o i tetti delle case. Con questa nuova metodologia, i ricercatori di Stanford dimostrano, nello studio apparso su Science, che è in grado di individuare aree sotto la soglia di povertà con una percentuale superiore dell’81% alle metodologie precedenti e di ben il 99% nel caso di zone che sono due volte sotto la soglia di povertà. Tali ricerche sono fondamentali per indirizzare le politiche degli stati a tutela della popolazione che vi vive, analisi che condotte esclusivamente a terra rischiano di essere estremamente parziali considerate che alcune di quelle zone sono anche teatro di conflitti armati. A rendere la metodologia efficace e a basso costo sono i dati satellitari “open”, vale a dire accessibili a tutti.
da Sorrentino | Ago 4, 2016 | Primo Piano, Programmi, Servizi Satellitari

Agli inizi del 2018 saremo in grado di migliorare ulteriormente la conoscenza della meteorologia e dell’atmosfera della Terra, osservando i profili di velocità dei venti a livello globale. Lo strumento che lo permetterà si chiama Aladin ed è in fase di integrazione negli stabilimenti di Airbus Defence and Space sul satellite europeo ADM-Aeolus, in rampa di lancio alla fine del 2017 dallo spazioporto europeo di Kourou, in Guyana Francese. Aladin, Atmospheric LAser Doppler INstrument, incorpora due potenti laser, un grande telescopio e ricevitori molto sensibili. Il laser invierà impulsi brevi di luce intensa nell’atmosfera che verrà poi dispersa da molecole di gas, particelle di polvere e gocce d’acqua. Il telescopio del satellite raccoglierà questa luce riflessa e la invierà al ricevitore di bordo. Attraverso l’analisi del segnale, sarà quindi possibile calcolare la velocità e la direzione dell’aria in movimento ad altezze diverse nell’atmosfera e ottenere informazioni su altri elementi come le nubi e gli aerosol. I dati ottenuti verranno distribuiti ai centri meteorologici quasi in tempo reale alla stazione di terra SvalSat situata nelle Isole Svalbard, in Norvegia. Il flusso continuo di informazioni, permetterà lo sviluppo di complessi modelli climatici utilizzabili nel breve periodo per rendere più affidabili le previsioni meteorologiche e per fornire preziose informazioni per la ricerca climatica negli anni a venire. ADM-Aeolus, primo satellite in grado di effettuare osservazioni dei profili di velocità dei venti a livello globale, è il quinto satellite del Living Planet Programme dell’Agenzia Spaziale Europea ed è stato concepito come una missione apripista per i futuri satelliti meteorologici dedicati alla misura dei venti.
da Sorrentino | Mag 22, 2016 | Primo Piano, Programmi, Servizi Satellitari
A pochi mesi dal lancio dei satelliti numero 11 e 12, pronta a entrare in orbita la nuova coppia 13 e 14 della costellazione Galileo, programma europeo per la localizzazione e la navigazione satellitare, con liftoff in programma il 24 maggio 2016 dallo spazioporto di Kourou nella Guyana francese, a bordo di un vettore Soyuz. L’Agenzia Spaziale Europea ha ribattezzato Danielè e Alizée i due nuovi satelliti. L’operazione di lancio è in linea con le raccomandazioni dell’Unione Europea che spinge per velocizzare il dispiegamento della costellazione: nell’ultimo anno sono stati consegnati in orbita ben 6 satelliti ed entro la fine del 2016 dovrebbe avviarsi la nuova stagione di lancio con Ariane 5, in grado rilasciare ben 4 esemplari alla volta.
Della dozzina di satelliti già in orbita della costellazione Galileo, nove sono pienamente operativi. Entro tre mesi dopo il lancio, anche la settima coppia di satelliti potrà ritenersi pronta a entrare in servizio. Entro fine 2016 Galileo dovrebbe contare 18 satelliti sui 30 della configurazione definitiva, 24 operativi e sei di riserva. A ottobre 2016 è atteso il sì della Commissione Europea all’erogazione degli Initial services, in cui sono previsti la navigazione integrata con gli altri sistemi, il search&rescue e il servizio governativo PRS (Public Regulated Service) per gli Stati membri. La piena operatività della costellazione è prevista per il 2020.
da Sorrentino | Mag 18, 2016 | Politica Spaziale, Primo Piano, Servizi Satellitari
L’Italia e l’Argentina dello spazio rinnovano la loro collaborazione. L’accordo è stato firmato nell’ambito della missione di sistema guidata da Ivan Scalfarotto, sottosegretario al Ministero per lo Sviluppo Economico e che fa seguito alla visita del premier italiano Matteo Renzi del febbraio 2016. La delegazione italiana era composta da 120 industrie e 30 università, oltre all’Agenzia Spaziale Italiana. Alla Casa Rosada, il Presidente dell’ASI, Roberto Battiston, e il Ministro della Ricerca e Presidente dell’Agenzia Spaziale Argentina (CONAE), Lino Baranao, hanno firmato una lettera di intenti per estendere e rafforzare la collaborazione nell’ambito delle attività spaziali. In particolare è stata rinnovato ed esteso l’utilizzo del sistema di Osservazione della Terra, SIASGE (Sistema Satellitare Italo Argentino per la Gestione delle Emergenze), che risponderà alle diverse esigenze della comunità civili per i due paesi firmatari dell’accordo e per la comunità internazionale, nei settori del monitoraggio e gestione dei rischi ambientali, gestione delle emergenze, applicazioni in ambito sia scientifico sia commerciale. Nella lettera di intenti ASI e CONAE hanno sottolineato come, nell’ambito della prevenzione e gestione delle emergenze, il sistema satellitare SIASGE rappresenti una priorità assoluta in entrambi i paesi, impegnandosi a intensificare e rafforzare la cooperazione bilaterale nel settore spaziale per scopi pacifici. Le due agenzie hanno così rafforzato l’accordo firmato il 7 luglio 2005, ribadendo, inoltre, il reciproco interesse a promuovere la commercializzazione congiunta dei dati SIASGE in tutto il mondo. Infine la lettera di intenti prevede anche di a\mpliare la cooperazione SIASGE alla seconda generazione dei rispettivi sistemi satellitari, COSMO SkyMEd e SACOM.
“Questo accordo consentirà di ottenere il massimo beneficio da SIASGE, un sistema di osservazione della Terra veramente unico al mondo”, ha detto il Presidente dell’ASI, Roberto Battiston. “Si tratta di uno sforzo importante per coordinare lo sviluppo e l’utilizzo delle applicazioni derivanti dai dati di SIASGE – ha continuato – l’obiettivo finale è di avere sul proprio laptop o sul proprio smartphone i dati che servono a migliorare la nostra vita di tutti i giorni e il nostro modo di lavorare: penso alle applicazioni per l’agricoltura di precisione o a tutte quelle che, grazie ai dati satellitari, ci aiutano a prendere le decisioni migliori nell’ambito della nostra attività”.
da Sorrentino | Mag 7, 2016 | Lanci, Missioni, Primo Piano, Servizi Satellitari
Dopo lo storico atterraggio in mare aperto su una piattaforma a largo della Florida, portato a termine con successo il 9 aprile 2016, il booster del razzo vettore Falcon 9, lanciato alle 7:21 del mattino (ora italiana) del 6 maggio da Cape Canaveral per mettere in orbita il satellite per telecomunicazioni giapponese JCSAT-14 (rilasciato a una quota di a quasi 36 chilometri), è atterrato correttamente sulla piattaforma drone che lo attendeva nell’Atlantico, di fronte alla costa. Per la riuscita dell’impresa si è reso necessario attivare tre dei nove motori del sistema propulsivo per governare la fase di rientro in superficie che ha comportato una decelerazione tripla rispetto a quella che si registra in caso di rientro da un lancio diretto verso la ISS. Tre minuti dopo il lancio, il primo stadio del Falcon 9 ha iniziato la manovra di rientro effettuando l’aerofrenata e atterrando in posizione verticale sulla piattaforma galleggiante. Operazione non facile né scontata, sia perché c’era stato un fallimento in occasione di un precedente lancio effettuato il 5 marzo 2016, sia in considerazione della spinta che il razzo vettore Falcon 9 ha dovuto imprimere al satellite giapponese affinché, una volta rilasciato, potesse raggiungere nel mese di luglio la sua posizione operativa in orbita geostazionaria a 36mila km circa sopra l’equatore. La fase di rientro è iniziata a una velocità maggiore rispetto ai test precedenti, sia quello fallito che il successivo riuscito, e il primo stadio ha dovuto sopportare una temperatura più elevata in conseguenza dell’attrito maggiore in atmosfera. L’operazione si è svolta nominalmente e il primo stadio, così recuperato, sarà riportato negli stabilimenti di SpaceX per essere ricondizionato e riutilizzato.
da Sorrentino | Mag 2, 2016 | Astronomia, Eventi, Missioni, Primo Piano, Servizi Satellitari
Era il 30 aprile 1996 quando, con un lancio dalla base NASA di Cape Canaveral, veniva messo in orbita SAX, Satellite per l’Astronomia a raggi X, poi ribattezzato BeppoSAX in onore dell’astronomo milanese Giuseppe “Beppo” Occhialini. A vent’anni dall’inizio della missione l’Agenzia Spaziale Italianaha voluto ricordare i successi del satellite con un evento dedicato cui hanno preso parte i principali responsabili della missione. “Ho vissuto la missione fin dall’inizio, un’organizzazione molto complessa che ci ha portati – il 28 febbraio del 1997 – a identificare la prima emissione ritardata di un gamma ray burst – ha ricordato Enrico Costa membro del CDA ASI – siamo così riusciti a risolvere un mistero che durava da 25 anni: l’individuazione dei lampi, la natura delle loro energia e quale potrebbe essere l’origine di questa esplosione”.
Frutto della collaborazione tra l’ASI e la sua omologa olandese, il satellite ha avuto ricadute scientifiche di altissimo livello. Nello studio dello spazio profondo infatti Beppo Sax ha dato per primo una risposta ai misteriosi fenomeni celesti dei lampi gamma. L’asso nella manica del satellite era la sua copertura spettrale particolarmente ampia che gli ha permesso di osservare una grande varietà di fenomeni cosmici come sorgenti galattiche compatte, ammassi di galassie, resti di supernovae, stelle e gamma ray burst.
“Il potenziale espresso da Beppo Sax ha dato i suoi frutti in campo scientifico e indistriale – ha commentato Barbara Negri capo dell’unità Esplorazione e Osservazione dell’Universo dell’ASI – e ha messo in rilievo i meriti della comunità scientifica e l’industria italiane, diventate richieste a livello internazionale”.
Inizialmente programmato per rimanere all’opera fino al 1998, il satellite ha ampiamente superato le aspettative della comunità scientifica rimanendo attivo per sette anni fino a quando il 29 aprile del 2003, è stato fatto cadere nell’Oceano Pacifico. E anche in questo fu particolare: BeppoSAX fu il primo satellite italiano (l’unico ad oggi) che rientro nell’atmosfera bisognoso di un ferreo controllo. Infatti acune parti costruite in titanio rischiavano di non consumarsi nel rientro e la perdita dei giroscopi impediva il rientro controllato. Fu istituita una unità di crisi presso la Protezione Civile che con l’ASI in coordinamento con il CNUCE di Pisa e il NORAD statunitense fu in grado di monitorare la caduta onde evitare possibili incidenti. Ma ancor più della durata BeppoSAX ha stupito per la ricaduta scientifica della sua missione: già nel 2002 poco prima di terminare la sua vita operativa, erano oltre 1500 le pubblicazioni scientifiche basate sui dati collezionati dal satellite.
Ruolo di primo piano anche per l’industria italiana nella missione BeppoSAX attraverso Finmeccanica. Thales Alenia Space, in qualità di primo contraente per conto dell’Agenzia Spaziale Italiana, è stata responsabile del progetto, della realizzazione e del lancio del primo satellite di astrofisica costruito in Italia. Thales Alenia Alenia Space è stata inoltre responsabile dello sviluppo di importanti sottosistemi di bordo ed ha contribuito significativamente alla carico scientifico della missione con la fornitura dei strumenti di rilevazione dei raggi raggi x.
Telespazio è stata responsabile delle gestione operativa del satellite per tutta la durata della missione, dal momento del rilascio in orbita fino al termine della sua vita operativa. Inoltre, Telespazio ha avuto la responsabilità delle attività della Stazione di Malindi, in Kenya, per il rilancio dei dati di telemetria e telecomando di BeppoSAX.
Finmeccanica ha fornito inoltre un contributo determinante al successo della missione realizzando il sottosistema di alimentazione della piattaforma, costituito dalle batterie e dalle unità elettroniche di condizionamento dell’energia elettrica, i sensori stellari per il controllo d’assetto del satellite e i meccanismi di allineamento di alcune parti del telescopio.