da Sorrentino | Feb 27, 2016 | Missioni, Primo Piano, Stazione Spaziale
L’astronauta americano Scott Kelly e il cosmonauta Mikhail Kornienko sono giunto a conclusione della One Year Mission a bordo della stazione spaziale internazionale, dedicata alla comprensione delle reazioni del corpo umano nell’ambiente spaziale con l’obiettivo di ridurre sempre più i rischi per gli astronauti impegnati nelle future missioni di esplorazione verso Marte. Il rientro sulla Terra è stato fissato alle 6.25 antimeridiane (ora italiana) del 1 marzo 2016. Kelly e Kornienko erano partiti dal cosmodromo di Baikonour in Kazakstan il 28 marzo 2015 con la Expedition 43, successiva a quella di Samantha Cristoforetti, con la quale hanno condiviso due mesi di permanenza in orbita.
Kelly ha tenuto la sua ultima inflight call dalla ISS dichiarando di sentirsi un privilegiato, poiché ha potuto lavorare per un lungo periodo in una struttura scientifica unica al mondo: ”Da qui ti rendi conto dell’impatto dell’inquinamento sul nostro pianeta e quando sarò a casa spero di poter fare di più per aiutare a proteggere l’ambiente”.
La particolarità di questa spedizione è che Scott Kelly ha un fratello gemello, Mark Kelly, anche lui astronauta: gli studi compiuti nei 340 giorni a bordo della Stazione Spaziale comprendono anche la comparazione di dati dai due gemelli, al fine di identificare eventuali piccoli cambiamenti causati dalla microgravità. La One Year Mission prevedeva sette aree di studio: funzionale, salute comportamentale, disabilità visive, metabolismo,prestazioni fisiche, microbica e fattori umani per un totale di400 esperimenti effettuati con decine di ore di sperimentazioni nei laboratori della ISS e sugli astronauti stessi.
Kelly ha anche assistito alla fioritura delle zinnie nella “serra cosmica”– la facility Veggie – l’8 gennaio 2016 con un esperimento ideato per verificare il comportamento delle piante da fiore in condizioni di microgravità, soprattutto in rapporto a paramenti ambientali di particolare criticità come l’illuminazione, e per studiare le modalità di conservazione dei semi in orbita.
Il 2 febbraio poi l’astronauta americano ha attivato per la prima volta la Portable on Board Printer, la stampante tridimensionale progettata e realizzata in Italia che ha l’obiettivo di creare pezzi di ricambio e strumenti di lavoro direttamente in orbita. Una missione ricca di successi scientifici che fanno ben sperare per il futuro dell’esplorazione umana nello spazio: ”Ciò che abbiamo fatto dimostra che possiamo superare le sfide. Se possiamo sognarlo, possiamo farlo, se lo vogliamo veramente – ha sottolineato l’astronauta – una delle sfide più difficili da superare, anche in vista delle missioni su Marte è quella psicologica, il dover stare isolati e lontani dalle persone a cui si vuol bene. Non si può mai uscire, ogni giorno è uguale all’altro per un tempo lungo, ma è una cosa che possiamo affrontare”.
da Sorrentino | Feb 26, 2016 | Politica Spaziale, Primo Piano, Servizi Satellitari
Entro l’estate 2016 il sistema europeo di navigazione Galileo potrà contare su 14 satelliti in orbita. La Commissione europea – Program Manager del Programma – ha deciso, infatti, di accelerare il dispiegamento del segmento spaziale anticipando a maggio il lancio della nuova coppia di satelliti con il razzo vettore Soyuz che era previsto a inizio 2017. La decisione è stata presa anche in conseguenza della piena disponibilità dei satelliti 13 e 14 realizzati dalla tedesca OHB: si tratta di satelliti FOC (Full operational capability), che hanno completato tutti i test previsti in Germania che in ESTEC.
Il lancio, seguito come sempre da Arianespace, sarà effettuato dal centro spaziale di Kourou dell’Agenzia Spaziale Europea nella Guyana francese, da dove a dicembre 2015 erano stati lanciati gli ultimi due satelliti della costellazione che è arrivava a disporre di 12 satelliti in orbita, di cui 9 pienamente operativi.
Prosegue su questi ultimi, intanto, l’intensa campagna di test finalizzata all’avvio della fase Initial Services, prevista entro la fine del 2016. E resta ancora programmato per fine 2016 anche l’avvio della nuova fase di lancio col vettore Ariane 5, che porterà in orbita 4 satelliti per volta (contro i due del più piccolo Soyuz).
E’ dunque ragionevole prevedere che la costellazione arrivi entro l’inizio del prossimo anno a quota 18, avvicinandosi in modo significativo alla configurazione definitiva di 30 satelliti, di cui 27 operativi e 3 di riserva. (fonte: Asi)
da Sorrentino | Feb 24, 2016 | Astronomia, Primo Piano
Un gruppo internazionale di astronomi, tra cui Marta Burgay, Delphine Perrodin e Andrea Possenti dell’INAF, ha individuato per la prima volta il luogo d’origine di un lampo radio (Fast Radio Burst, FRB), una categoria di enigmatici segnali radio, della durata di appena qualche millisecondo, che appaiono senza preavviso nel cielo. Il risultato è stato ottenuto grazie alle osservazioni condotte con telescopi ottici e radiotelescopi e ha permesso di confermare l’attuale modello cosmologico che descrive la distribuzione della materia nell’universo. Tutto inizia il 18 aprile 2015, quando il tipico segnale di un FRB viene rilevato a Parkes (in Australia), dal radiotelescopio da 64 m del Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation (CSIRO). «Nel giro di poche ore è stato diramato un allerta internazionale – spiega Evan Keane, Project Scientist presso la Square Kilometre Array Organisation, primo autore dell’articolo che descrive la scoperta, pubblicato sull’ultimo numero della rivista Nature – e vari telescopi in tutto il mondo sono stati coinvolti nella ricerca del “seguito” di quel segnale».
Fra gli strumenti coinvolti c’è stato anche il Sardinia Radio Telescope (SRT) dell’INAF. «Nell’aprile 2015, SRT non era ancora operativo al 100% come è oggi. Grazie al grande lavoro dell’equipe INAF di validazione scientifica del radiotelescopio, SRT ha però potuto prendere parte con prontezza alla campagna internazionale», spiega Burgay. «Le osservazioni di SRT, combinate con quelle degli altri radiotelescopi a disco singolo, hanno permesso di escludere che questo FRB sia associato a un fenomeno cosmico ripetitivo».
La velocità della risposta di scienziati e telescopi nell’individuare il lampo radio ha permesso di puntare rapidamente anche le sei parabole da 22 metri che compongono l’Australian Telescope Compact Array (ATCA) e rilevare così un segnale radio che, pur affievolendosi progressivamente, è stato registrato per circa 6 giorni. Grazie a queste informazioni i ricercatori sono riusciti a individuare la posizione del FRB con una precisione circa 1000 volte migliore rispetto agli eventi precedenti.
Per raccogliere indizi ulteriori era necessario esaminare quale tipo di corpi celesti fossero presenti in quella posizione del cielo. Il telescopio Subaru dell’Osservatorio Nazionale del Giappone (NAOJ), sulle isole Hawaii, è stato dunque puntato nella direzione sospetta dove ha identificato una remota galassia ellittica, distante circa 6 miliardi di anni luce da noi. «A 8 anni dalla identificazione del primo lampo radio – dice Andrea Possenti, direttore dell’Osservatorio Astronomico di Cagliari – è stato finalmente possibile stabilire il luogo di nascita di uno di questi eventi. Grazie a ciò, l’identikit dei possibili “genitori” può essere circoscritto a eventi catastrofici, altamente energetici e non ripetitivi».
I lampi radio sono registrati prima alle frequenze di osservazione più elevate e solo in seguito a quelle inferiori: tale fenomeno, noto come dispersione, è legato alla quantità di materia ordinaria che il segnale ha attraversato prima di giungere fino a noi. Per il lampo radio del 18 aprile 2015 i ricercatori hanno avuto simultaneamente a disposizione una misura della massa totale attraversata e della distanza percorsa dal lampo. Informazioni che, combinate, hanno permesso di “pesare” la materia ordinaria presente nell’Universo.
Oggi i modelli teorici predicono che l’universo sia composto per il 70% di energia oscura, per il 25% di materia oscura e per il 5% di materia ordinaria, quella di cui facciamo esperienza quotidiana. Tuttavia gli astronomi, pur facendo la lista di tutta la materia ordinaria che osserviamo nelle stelle, nelle galassie e nelle vaste regioni permeate di idrogeno diffuso, erano riusciti finora a identificare solo circa la metà della materia ordinaria attesa: il resto non poteva essere visto direttamente, ed è stato dunque denominato come “materia mancante”.
«La buona notizia è che le nostre osservazioni sono in accordo col modello teorico: abbiamo trovato la materia mancante» spiega Keane. «È la prima volta che un lampo radio viene utilizzato per condurre una misura cosmologica». «La conferma – aggiunge Possenti – che almeno una frazione di FRB proviene da distanze lontanissime certifica l’apertura di una nuova era nella cosmologia osservativa, in cui gli FRB potranno giocare un ruolo complementare a quello di altri indicatori cosmologici, come le supernovae».
Nel futuro, lo Square Kilometre Array (SKA), il grande radiotelescopio che verrà costruito in Sud Africa e in Australia, con la sua elevatissima sensibilità, risoluzione e ampio campo visivo, sarà in grado di rilevare centinaia di FRB e di individuare le galassie ospiti. Con un campione molto più ampio di questi eventi, gli astronomi potranno condurre misure assai più precise di quelle attuali dei parametri cosmologici e della distribuzione della materia nell’Universo, e ottenere così una accurata comprensione anche delle proprietà dell’energia oscura.
La ricerca viene pubblicata nell’articolo “The host galaxy of a fast radio burst” del 25 febbraio 2016 su Nature
da Sorrentino | Feb 22, 2016 | Industria, Missioni, Primo Piano, Servizi Satellitari
Lo specchio primario di volo di CHEOPS, la piccola missione dell’Agenzia Spaziale Europea per lo studio dei pianeti extrasolari, ha iniziato il processo di finitura della superficie e di lucidatura. CHEOPS è il primo satellite completamente dedicato alla caratterizzazione dei pianeti di piccole dimensioni. Punterà stelle già note per ospitare pianeti, misurando ad altissima precisione la variazione di luminosità stellare prodotta quando il pianeta si trova a transitare davanti alla stella riuscendo quindi a misurarne la dimensione ed altre caratteristiche con alta precisione. Grazie al supporto dell’Agenzia Spaziale Italiana, il telescopio di CHEOPS, un riflettore di 320mm di diametro, molto compatto (è di solo 300 mm la lunghezza del tubo ottico principale), e ottimizzato per misure fotometriche ad altissima precisione, è stato progettato dai ricercatori dell’INAF di Padova e Catania, ed è in fase di realizzazione presso gli stabilimenti dellaDivisione Sistemi Avionici e Spaziali di Finmeccanica a Campi Bisenzio alle porte di Firenze. Le operazioni di finitura della superficie riflettente sono state affidate alla Media Lario S.R.L., una PMI che ha sede a Bosisio Parini in provincia di Lecco. Lo specchio, costruito in ZERODUR®, un materiale in vetroceramica, è stato precedentemente lavorato in modo da rimuovere massa non necessaria, conservando la robustezza per consentirne il volo nello spazio.
“CHEOPS è il primo satellite completamente dedicato alla caratterizzazione dei pianeti di piccole dimensioni” dice Isabella Pagano, dell’INAF di Catania e responsabile scientifico in Italia del progetto. “La gran parte dei pianeti oggetto di studio saranno quelli per cui la massa è già stata misurata grazie all’uso di strumenti ad altissima precisione disponibili presso i grandi telescopi di cui disponiamo a Terra (es. il cacciatore di pianeti HARPSN al Telescopio Nazionale Galileo). CHEOPS cercherà di determinarne la dimensione, che unita alla massa, ci informa sulla struttura, se rocciosa o gassosa, del pianeta”.
“La realizzazione del telescopio di CHEOPS è un riconoscimento della leadership italiana nel campo dell’ottica raggiunta in questi anni dalla comunità scientifica e dall’industria del nostro Paese. L’ASI considera che la missione CHEOPS, in aggiunta all’importante tematica scientifica dello studio dei pianeti extrasolari, rivesta una particolare importanza strategica per gli aspetti tecnologici, anche in vista della realizzazione dei 34 Telescopi che saranno forniti dall’Italia per la missione PLATO” aggiunge Barbara Negri Responsabile dell’Unità Osservazione e Esplorazione dell’Universo dell’ASI e advisor del Science Programme Board dell’ESA che ha selezionato la missione.
“Un pezzo di eccellenza italiana sarà a bordo di CHEOPS” dice ancora Roberto Ragazzoni, ricercatore dell’INAF responsabile del sistema ottico del satellite. “Questo sistema ottico è il frutto del lavoro di una squadra che unisce astronomi ed ingegneri degli Osservatori Astronomici, Università e l’industria Italiana in primis. Garantisce una focalizzazione della luce stellare particolarmente stabile anche nell’ostile ambiente dello spazio circumterrestre”.
Il progetto ottico del telescopio è stato guidato dalla necessità di produrre fotometria stabile e ad altissima precisione. Oltre la progettazione ottica degli specchi e dell’ottica di piano focale, i ricercatori impegnati nel progetto hanno anche curato l’analisi della luce diffusa.
da Sorrentino | Feb 22, 2016 | Eventi, Missioni, Primo Piano
Il 22 febbraio 1996 due astronauti italiani venivano lanciati a bordo dello Space Shuttle Columbia per la missione STS-75: Maurizio Cheli, colonnello dell’Aeronautica Militare, con il ruolo di specialista di missione, e Umberto Guidoni, specialista di carico utile rappresentato dal satellite a filo Tethered di progettazione italiana (che aveva già volato nella missione del primo italiano in orbita, Franco Malerba, nel 1992) e da una serie di esperimenti sulla microgravità. L’equipaggio del Columbia STS-75 era composto da: Andrew M. Allen (comandante), Scott J. Horowitz (pilota), Franklin R. Chang-Diaz (Comandante del Carico Utile), Maurizio Cheli (Specialista di Missione con il logo ESA), Jeffrey A. Hoffman (Specialista di Missione), lo svizzero Claude Nicollier (Specialista di Missione), Umberto Guidoni (Specialista del Carico Utile con il logo ASI).
Il lancio avvenne alle 21:18 (ora italiana) del 22 febbraio 1996 e il rientro alle 14:58 del 9 marzo 1996, per una durata di 15 giorni, 17 ore, 41 minuti e 25 secondi. In totale 251 orbite che corrispondono a oltre 10 milioni di km percorsi. L’obiettivo principale della missione era il portare in orbita il satellite italiano a filo TSS (Tethered Satellite System Reflight) e lo USMP-3 (United States Microgravity Payload) ideato per sperimentare in assenza di gravità. Il TSS-1R fu il secondo volo del satellite TSS-1, che avvenne nella missione STS-46 nel luglio/agosto 1992 e durante la quale il cavo a cui è appeso il satellite si srotolò di solo 250 metri circa contro i 20,7 chilometri previsti. Mentre il satellite orbita attorno alla Terra il lungo cavo taglia il campo magnetico del nostro pianeta e crea una corrente elettrica rilevabile con gli strumenti posti nel vano di carico della navetta. Questi studi si sono rivelati importanti per lo studio del campo magnetico e per le possibili applicazioni spaziali future quali produzione di corrente elettrica per stazioni spaziali. A bordo del Columbia, inoltre, c’erano vari esperimenti con i quali studiare la fusione dei metalli in microgravità, la crescita di cristalli e le accelerazioni a cui vengono esposti gli esperimenti a bordo della navetta.
In occasione del ventennale della missione STS-75, il Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, Generale Squadra Aerea Pasquale Preziosa, ha incontrato Maurizio Cheli, primo dei quattro Ufficiali dell’Aeronautica Militare ad aver volato nello spazio testimonia l’interesse della Forza Armata per le attività del volo umano spaziale e sub-orbitale che rappresentano il nostro futuro. Un cammino cominciato più di 50 anni fa, grazie al genio e all’impegno del Generale Luigi Broglio, ingegnere dell’Aeronautica Militare, che permise all’Italia di accedere allo Spazio con un proprio satellite, il “San Marco”. Un successo che nel 1964 potevano condividere solo Unione Sovietica e Stati Uniti”. Maurizio Cheli non ha più volato nello spazio. Umberto Guidoni vi è tornato del 2001 a bordo dello Space Shuttle Endeavour, diventando il primo astronauta europeo a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (ISS), nella missione coincisa con il volo inaugurale del modulo italiano Raffaello.