da Sorrentino | Ott 23, 2013 | Astronomia, Primo Piano
Ben 13,1 miliardi di anni luce ci separano dalla galassia denominata z8_GND_5296, la più remota finora conosciuta. L’ha individuata grazie ai dati raccolti dal Telescopio Spaziale della Nasa Hubble e da quello terrestre Keck I un team internazionale di astronomi, tra cui Adriano Fontana, dell’INAF-Osservatorio Astronomico di Roma.
13 miliardi e 100 milioni di anni. Dunque, la luce della più distante galassia mai scoperta finora ha viaggiato per 13 miliardi e 100 milioni di anni. Il suo cammino è iniziato circa 700 milioni di anni dopo il Big Bang, quando l’universo aveva appena il 5 per cento dell’età attuale, stimata in 13,8 miliardi di anni. Il gruppo di astronomi che è riuscito a identificare e a confermare in modo inequivocabile questo segnale è stato guidato da Steven Finkelstein, ricercatore dell’Università del Texas ad Austin e ha visto la partecipazione di Adriano Fontana, astronomo dell’INAF-Osservatorio Astronomico di Roma. Gli scienziati hanno sfruttato le più profonde osservazioni del telescopio spaziale della NASA Hubble in combinazione ai dati raccolti dallo spettrografo MOSFIRE installato al Keck I, uno dei due giganteschi telescopi gemelli da 10 metri di diametro installati sulle isole Hawaii.
“La scoperta di questa galassia rappresenta un altro passo nello studio delle epoche più remote della storia dell’universo” spiega Adriano Fontana, coautore dell’articolo sulla scoperta pubblicato nell’ultimo numero della rivista Nature. “Non solo z8_GND_5296 è la galassia più vicina al Big Bang mai scoperta, ma è anche sorprendentemente piena di elementi pesanti formati in generazioni precedenti di stelle – evidentemente, sebbene sia così vicina al Big Bang ha una storia interessante alle spalle”.
La galassia è stata selezionata dal team di Finkelstein insieme ad altre quarantadue, ritenute quelle più distanti in base ad un’analisi preliminare sul colore tra le circa 100.000 individuate nelle immagini raccolte dal programma di ricerca CANDELS di Hubble. CANDELS, acronimo di Cosmic Assembly Near-infrared Deep Extragalactic Legacy Survey, è il più esteso tra quelli finora completati dal telescopio spaziale ed ha impiegato oltre un mese di osservazioni complessive per scansionare una porzione di cielo grande all’incirca quanto la dimensione apparente della luna piena.
Tuttavia questa tecnica non può da sola confermare con sicurezza la distanza di oggetti remoti così remoti. La riprova incontrovertibile può arrivare da una tecnica di analisi più accurata della luce, ovvero dalla spettroscopia. La spettroscopia è infatti in grado di riconoscere quanto la lunghezza d’onda della luce emessa da un oggetto celeste viene stirata a causa del suo viaggio nell’universo in espansione, fenomeno noto come redshift, ovvero ‘spostamento verso il rosso’, e ricavare dalla sua misura la distanza originaria della sorgente.
Così gli scienziati sono andati a studiare ciascuna delle 43 galassie del loro campione con lo spettrometro infrarosso MOSFIRE installato al telescopio Keck I, confermando così che la luce proveniente dalla galassia denominata z8_GND_5296 è stata emessa 13,1 miliardi di anni fa, quando l’universo aveva ‘appena’ 700 milioni di anni e che all’epoca possedeva una vertiginosa velocità di formazione di nuove stelle, 150 volte maggiore di quella che osserviamo nella nostra Galassia.
“L’altro aspetto importante di questa scoperta è rappresentato dal fatto che z8_GND_5296 è l’unica tra le galassie che abbiamo osservato ad avere un’emissione nella cosiddetta riga Lyman-alfa, che è molto comune osservare nelle galassie più vicine perché viene emessa da atomi di idrogeno ad alta temperatura, di cui molte galassie sono ricche” conclude Fontana. “L’assenza di questa riga di emissione in 42 delle 43 galassie osservate è una caratteristica esclusiva dell’Universo giovane, e queste osservazioni portano sostegno all’ipotesi che in epoche così vicine al Big Bang le galassie fossero ancora circondate da gas primordiale che ne ha assorbito in gran parte la radiazione”.
da Sorrentino | Ott 4, 2013 | Biologia, Ricerca
Uno studio con partecipazione dell’Istituto di genetica e biofisica del Cnr, pubblicato su Science, rivela le regioni del genoma che non codificano per proteine varianti con un ruolo potenziale nello sviluppo di vari tipi di cancro. Lo stesso approccio potrà essere applicato per identificare mutazioni responsabili di altre patologie. A differenza della regione che codifica proteine, dove si trovano 23.000 geni, la regione non-coding che costituisce il 98% del genoma umano non è ancora ben compresa, tanto che in passato è stata considerata un ‘DNA-spazzatura’. A partire da studi recenti che hanno evidenziato la funzione di questa regione nella regolazione delle proteine, uno studio pubblicato su ‘Science’ e che conta tra i primi firmatari Vincenza Colonna dell’Istituto di genetica e biofisica del Consiglio nazionale delle ricerche (Igb-Cnr) di Napoli ha identificato le regioni del genoma che non codificano per proteine rilevanti dal punto di vista funzionale, scoprendone il ruolo potenziale nello sviluppo di vari tipi di tumore.
Le regioni del DNA che codificano proteine e contengono geni importanti per la sopravvivenza e la salute umana subiscono una selezione ‘negativa’: la loro variabilità genetica è cioè ridotta affinché la funzione di tali geni si conservi inalterata. “In questa ricerca si è cercato di identificare le regioni non codificanti del genoma definite ‘ultrasensitive’ dove, così come nelle regioni protein-coding, le mutazioni che risultano dannose vengono rimosse e le mutazioni benefiche subiscono al contrario una selezione ‘positiva’ affinché la loro frequenza aumenti nelle popolazioni”, spiega Vincenza Colonna dell’Igb-Cnr. “Tali mutazioni sottoposte a selezione positiva sono molto rare ma hanno effetti importanti: in questo lavoro dimostriamo per la prima volta che alcune di esse si trovano in regioni non-coding centrali per la regolazione genica”.
La ricerca ha identificato in queste regioni del genoma le singole basi del DNA che, se modificate, causano gravi alterazioni funzionali e che, se la regione svolge una funzione centrale in un network di geni, possono avere gravi ripercussioni e causare malattie. Queste informazioni sono state implementate in un sistema informatico che ha gerarchizzato le varianti sulla base del loro potenziale impatto patologico. Il sistema è stato applicato a 90 genomi estratti da tumori del seno, della prostata e del cervello e ha identificato 100 potenziali mutazioni in regioni non codificanti. “Ad esempio, in genomi derivanti da cellule colpite dal cancro del seno è stata identificata la mutazione di una singola base del DNA che sembra avere un grande impatto sullo sviluppo tumorale”, prosegue Colonna.
“La ricerca ha combinato la lista di varianti genetiche identificate dal 1000 Genomes Project e l’informazione sulle regioni non-coding fornita da Encode Project”, dice Ekta Kurana della Yale University. “Al di là di questa prima applicazione sui genomi del cancro, questo metodo può essere adattato a qualsiasi mutazione responsabile di malattie genetiche che si trovi in regioni non-coding”, conclude Chris Tyler-Smith del Wellcome Trust Sanger Institute. “Siamo entusiasti del potenziale di questo metodo per l’identificazione di mutazioni sia legate a malattie sia benefiche in questa parte del genoma importante e ancora non totalmente esplorata”.
da Sorrentino | Ott 4, 2013 | Eventi Scientifici e Culturali, Telescienza
Da sabato 5 a domenica 20 ottobre va in scena la mostra “La Scienza del Volo”, curata e allestita da Eugenio Sorrentino, vicepresidente Unione Giornalisti Aerospaziali Italiani, nelle sale del Museo Civico di Scienze Naturali E. Caffi di Bergamo nell’ambito della manifestazione BergamoScienza 2013 (a ingresso gratuito). All’allestimento della mostra ha fornito un contributo rilevante lo Stato Maggiore Aeronautica fornendo, in collaborazione con il Deposito AMI di Gallarate, una serie di strumenti di bordo, tra cui il cockpit dello F104, equipaggiamenti e rari modelli in configurazione sospesa come l Nieuport 27 e il Caudron GIII, i seggiolini eiettabili e le derive di G91 e F104.
Un percorso espositivo originale per impostazione e contenuti, basato sul filo sottile che lega il volo degli uccelli e gli aeromobili progettati dall’uomo. 220 milioni di anni separano le evoluzioni dello Eudimorphodon ranzii, il rettile volante vissuto nel Triassico il cui fossile è presente nell’esposizione permanente museale, dal primo volo dei fratelli Wright (17 dicembre 1903). Negli ultimi dieci anni e un secolo la scienza aeronautica si è evoluta costantemente, segnando un progresso che ha permesso di approfondire e applicare in modo sempre più efficace le leggi dell’aerodinamica.
La mostra illustra le similitudini tra uccelli e aeromobili, l’evoluzione biologica e quella tecnologica attraverso i principi e le caratteristiche del volo, gli studi e i modelli di Leonardo, le figure magistrali della pattuglia acrobatica, offrendo la possibilità di toccare con mano il cockpit di un caccia F104, eliche e profili alari, vivere l’esperienza di un simulatore di volo.
La sezione permanente del Triassico introduce alle specie volanti primordiali e all’evoluzione degli uccelli, attraverso l’illustrazione delle tecniche di volo e delle straordinarie capacità e prestazioni dei volatili, tuttora oggetto di studio per analizzarne l’efficienza e i record di autonomia in aria così come tradurne i comportamenti nella elaborazione dei sistemi complessi basati sulla logica matematica. Migrazioni come voli a lungo raggio, controllo neuronico degli uccelli paragonabile al fly-by-wire dei moderni aeromobili, la modifica dei profili aerodinamici dei volatili associati alle ali a geometria variabile dei supersonici, il parallelo tra il radar naturale dei pipistrelli e il sistema di guida e controllo del volo: sono alcuni dei suggestivi raffronti che s’incontrano lungo il percorso della mostra, corredata con i modelli degli aerei che hanno fatto la storia, dal Flyer dei fratelli Wright al Bell X1 con cui Charles Yaeger superò per la prima volta il muro del suono nel 1947.
Le pagine più emblematiche del Codice del Volo di Leonardo, con la riproduzione dell’aliante concepito dal suo genio, aprono la sezione dedicata agli studi che hanno affinato le conoscenze aerodinamiche e consentito di perfezionare le prime macchine volanti trasformandole in velivoli sempre meglio governabili ed efficienti, grazie a profili accurati e combinati con ali e impennaggi performanti, al passaggio dall’elica al motore a getto, all’utilizzo della galleria del vento. Viene spiegato in modo comprensibile come fa un aereo a volare, come si effettuano le manovre più comuni e quelle acrobatiche, le leggi che regolano il volo dell’elicottero.
La parte di allestimento curato dall’Aeronautica Militare Italiana comprende equipaggiamenti strumentali dei caccia F104 e G91 con le rispettive derive, seggiolini eiettabili, una serie di eliche e pale, caschi, paracadute eausili per i piloti, due splendidi modelli in scala sospesi del monoposto francese Nieuport 27 (1917) e del biposto Caudron G III (che effettuò il primo decollo dal ponte di una nave nel 1913), una raccolta di disegni originali del celebre progettista Giovanni Caproni che costruì e fece volare i suoi prototipi proprio alle porte di Bergamo, sugli aerocampi di Ponte San Pietro e Brembate.
All’interno della mostra è stata allestita una sezione multimediale con quattro postazioni video. La prima dedicata alla straordinaria esperienza di Angelo D’Arrigo che sorvolò l’Everest in deltaplano ed entrò in simbiosi con le aquile, perfette macchine volanti di cui vengono descritte le caratteristiche. Una sintesi del filmato “Flying over Everest”, concesso dalla Fondazione Angelo D’Arrigo, permetterà di ammirare le mirabili evoluzioni che hanno visto protagonisti l’uomo e l’aquila. Il visitatore ha la possibilità di visionare le immagini che raccontano la storia dell’elicottero e le esperienze nella galleria del vento atte a simulare il comportamento dei velivoli. La quarta sezione, decisamente suggestiva, offre un’originale ricostruzione del programma 2013 della Pattuglia Acrobatica Nazionale, con la descrizione particolareggiata delle 18 figure eseguite dai dieci velivoli MB339 che compongono la formazione.
L’ultimo quadro è dedicato al turismo spaziale, con la rappresentazione delle fasi di volo dell’aerospazioplano SpaceShipTwo che raggiungerà la quota di 100 km prima di rientrare a terra. Il percorso della mostra si conclude con l’esperienza di un vero simulatore di volo, messo a disposizione da Edetainment360, che nasce come strumento di intrattenimento culturale sia per i più piccoli che per gli adulti e come supporto per la divulgazione e la didattica della cultura aeronautica e della scienza del volo.
da Sorrentino | Ott 3, 2013 | Attualità, Politica Spaziale, Primo Piano, Stazione Spaziale
“Penso sia davvero molto importante far conoscere il ruolo dell’Italia e dell’Agenzia Spaziale Italiana in queste missioni: forse avremmo più consapevolezza e orgoglio dell’importanza del nostro paese, più il senso di quello che siamo”. Così si è espresso Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano nel corso del collegamento avuto dal Quirinale con l’astronauta italiano dell’ESA Luca Parmitano. Il Capo dello Stato ha inoltre voluto cogliere l’occasione per rivolgere un sentito ringraziamento a tutto il personale dell’Agenzia Spaziale Italiana per “il lavoro che sta facendo per il nostro paese” in un momento così delicato della sua storia.
L’inflight-call è durato venti minuti, come è prassi dei collegamenti video/audio con la Stazione Spaziale Internazionale. L’astronauta, che ha compiuto gli anni sulla ISS, si è particolarmente soffermato su un piccolo strumento scientifico italiano dedicato allo studio dell’atmosfera, in procinto di essere utilizzato. Accanto al Capo dello Stato, che non ha voluto mancare all’appuntamento nonostante fosse visibilmente scosso per i drammatici aggiornamenti di cronaca della tragedia avvenuta al largo di Lampedusa, c’erano Enrico Saggese, presidente dell’ASI, e Volker Liebig, Direttore ESA del settore Osservazione della Terra e a capo di ESRIN in Italia. ”La sua presenza in orbita – ha detto Saggese a Parmitano durante il collegamento – dà ampio significato all’Italia della tecnologia. Grazie all’Asi, l’Italia dimostra un’eccellenza tecnologica e la capacità di imporsi a livello internazionale”.
Luca Parmitano, alla sua prima esperienza sulla ISS, è partito con la qualifica di Ingegnere di Volo per la missione di lunga durata Expedition 36/37 il 29 maggio scorso e farà ritorno sulla Terra, secondo il programma, l’11 novembre prossimo. L’astronauta italiano dell’ESA, impegnato in tutte le attività di routine sulla ISS, ha già all’attivo due passeggiate spaziali (la seconda è stata interrotta per un guasto lo scorso 16 luglio) e una gran mole di lavoro scientifico sui molteplici esperimenti a bordo della Stazione. (fonte: ASI)
da Sorrentino | Ott 3, 2013 | Eventi Scientifici e Culturali, Medicina
Presentata a Milano la Proposta di Legge Regionale per la Ricerca Scientifica e la Didattica su iniziativa dell’AIBC (Associazione Italiana di Bioetica in Chirurgia) con il patrocinio della Regione Lombardia. L’Aibc, Associazione italiana di Bioetica in Chirurgia, con il supporto del Comitato nazionale di bioetica, ha elaborato una proposta di legge regionale per la Lombardia sulla disponibilità a donare alla scienza il proprio corpo post mortem. L’intenzione è quella di «inserire l’articolato di legge proposto da Aibc sotto forma di articolo unico nel progetto di riordino del sistema sanitario lombardo in discussione nelle prossime settimane», ha detto il Presidente della commissione Sanità del Consiglio regionale Fabio Rizzi, durante l’illustrazione del progetto oggi a Palazzo Pirelli, a Milano. Qualora in questo iter ci fossero degli ostacoli, Rizzi si e’ detto disposto a «depositare la proposta come disegno di legge a sé stante». Se venisse approvata, questa normativa «sarebbe la prima in Italia di questo tipo», ha specificato a margine il Presidente dell’Aibc Daniele Maggiore. Il testo prevede la libera scelta di poter compilare un modulo dal medico generale, nel quale si comunica la volontà dimettere a disposizione il proprio corpo dopo il decesso a centri di ricerca scientifica o didattica biomedica accreditati presso le Asl. Il consenso può essere ritirato o modificato da chi lo ha firmato in ogni momento e può indicare il centro di ricerca cui fare dono di se’ o anche escludere specifiche attività. Queste attività saranno svolte nelle 72 ore successive alla consegna del corpo al centro da parte dell’Asl, trascorse le quali la salma sarà restituita ai parenti. «Ognuno di noi – spiega il Presidente dell’Aibc – con le proprie conoscenze sa quali possano essere le sensibilità personali che il mettere a disposizione il proprio corpo, può attivare dentro di noi. Sinceramente, al di là del significato religioso che si potrebbe dare ma che non vogliamo mettere alla base di questo scritto, penso che si debba principalmente cogliere il significato della donazione, del dare qualcosa agli altri, qualcosa di cui noi non abbiamo più sentore, che non ci viene tolto, che non ci viene strappato. Dare il proprio corpo o renderlo disponibile è un atto che a noi non costa nulla».