da Sorrentino | Giu 4, 2013 | Eventi, Missioni, Primo Piano
Lo European Space Operations Centre (ESOC) dell’ESA a Darmstadt, in Germania, ha celebrato il decennale della missione Mars Express. La sonda europea, lanciata il 2 giugno del 2003 da Baikonour, in Kazakistan, con il razzo Soyouz/Fregat, ha svolto osservazioni fondamentali per approfondire la conoscenza del Pianeta Rosso. La due giorni celebrativa, che ha riunito i membri scientifici del Team di Mars Express, è stata l’occasione per presentare l’ultima e più completa mappa mineralogica di Marte, che riassume la storia della presenza dell’acqua su Marte e rappresenta lo strumento di supporto per la scelta dei luoghi di atterraggio della futura missione Exomars. Domani, 4 giugno, i festeggiamenti cederanno il passo a un Meeting scientifico riservato ai membri del Team di Mars Express.
La missione Mars Express fu proposta dall’Agenzia Spaziale Europea dopo il fallimento dellamissione russa Mars ’96, inserita nel programma Horizon 2000 e realizzata e lanciata in soli sei anni. L’Agenzia Spaziale Italiana ha contribuito in modo sostanziale al programma e ai risultati scientifici che hanno straordinario valore propedeutico all’esplorazione presente e futura di Marte. Dei sette strumenti imbarcati su Mars Express – come ricorda Enrico Flamini, Chief Scientist dell’ASI – l’Italia ha fornito due strumenti: lo spettrometro di Fourier PFS per lo studio dell’atmosfera (per il quale è principal investigator il Prof. Vittorio Formisano dell’INAF) e il radar subsuperficiale MARSIS (Mars Advanced Radar for Subsurface and Ionosphere Sounding), realizzato con il contributo della NASA/JPL (principal investigator il Prof. Giovanni Picardi dell’Università “La Sapienza”). Il contributo italiano alla missione include anche lo spettrometro ad immagini VNIR per lo strumento OMEGA; il sensore di atomi neutri per l’esperimento ASPERA, e la partecipazione all’analisi scientifica dei dati della telecamera stereo HRSC.
Roberto Orosei dello INAF-IAPS, Deputy Principal Investigator del radar MARSIS, sottolinea come la missione Mars Express abbia fornito la prima evidenza incontrovertibile dell’esistenza di minerali che si formano solo in presenza di acqua liquida e rivelato per la prima volta un gas, il metano, che sulla Terra è prodotto soprattutto dall’attività biologica. Ha reso possibile misurare la quantità di ghiaccio presente nelle calotte polari, e osservare l’erosione dell’atmosfera da parte del vento solare, un processo che ha contribuito a trasformare il pianeta da un luogo dove esistevano laghi e fiumi all’arido e gelido deserto di oggi.
La missione di Mars Express non era iniziata nel migliore dei modi. Il lander Beagle 2 che doveva atterrare sulla superficie del Pianeta, una volta staccatosi dalla navicella madre il 19 dicembre del 2003, è andato disperso. L’orbiter invece, ha svolto alla perfezione la sua attività scientifica, che ha consentito di realizzare la caratterizzazione mineralogica completa della superficie di Marte, studiarne l’atmosfera e le sue interazioni con il vento solare, completare la mappatura fotografica ad alta risoluzione del pianeta e infine studiare la composizione della superficie e dello strato sottostante per la ricerca di acqua o ghiaccio.
Dopo dieci anni l’attività di Mars Express è ancora piena di appuntamenti. Dopo il flyby molto ravvicinato di fine 2013 a Phobos, che vedrà Mars Express sfiorare letteralmente la superficie della luna principale di Marte, raggiungendo la distanza minima di soli 45 km, nel 2014 è in programma un altro flyby di Phobos preceduto di qualche giorno dal passaggio della cometa C/2013 A1, che il 19 ottobre raggiungerà la sua distanza minima da Marte, sfilando a circa 100.000 chilometri dalla superficie del pianeta. Mars Express aspetterà poi l’arrivo a Marte dell’orbiter e del rover che comporranno la missione ExoMars, in partenza, secondo i programmi attuali, rispettivamente nel 2016 e 2018. Mars Express fungerà da ‘ponte radio’ per raccogliere e re inviare a Terra i dati raccolti.
da Sorrentino | Giu 2, 2013 | Geologia, Telescienza
L’oceanografia operativa è al centro del convegno ospitato a Oristano (3-5 giugno 2013) che offre una panoramica dei più avanzati strumenti operativi e strategici per il monitoraggio e le previsioni del mare e serve a fare il punto sullo stato di sviluppo delle previsioni a livello globale e di Mare Mediterraneo, dei Mari Italiani e sulle applicazioni che ne derivano per la gestione delle emergenze e lo sviluppo sostenibile delle attività. Riunito il Gruppo nazionale di oceanografia operativa (Gnoo), organo di coordinamento nazionale dell’Ingv, di cui fanno parte Consiglio nazionale delle ricerche, Enea,Ogs, Arpa dell’Emilia Romagna e della Liguria, Conisma, Cmcc, Istituto idrografico della Marina, Centro nazionale di meteorologia e climatologia dell’Aeronautica Militare (Cnmca), Ufficio spazio aereo e meteorologia (Usam) e Comando generale delle capitanerie di porto.
“L’oceanografia operativa è una disciplina che si propone di realizzare un sistema integrato di dati osservativi in tempo reale e di modelli previsionali, allo scopo di valutare con accuratezza lo stato dei mari e degli oceani per lo sviluppo sostenibile delle attività e per la protezione dell’ambiente”, spiega Roberto Sorgente, ricercatore del Cnr e responsabile del Gruppo di oceanografia operativa di Oristano. “La scienza e la tecnologia sviluppate in oceanografia negli scorsi venti anni hanno dimostrato che oggi è possibile monitorare il mare con satelliti e misure in situ che possono arrivare in tempi strettissimi ai centri di previsione delle condizioni del mare così permettere di usare modelli per la previsione del mare e delle sue condizioni, dalle correnti alla biochimica marina”, dichiara Nadia Pinardi, docente di oceanografia presso l’Università di Bologna, direttore del Gnoo e associato di ricerca dell’Ingv.
Il convegno di Oristano mira a divulgare, sia al grande pubblico che agli studiosi, lo stato di avanzamento dell’oceanografia operativa in Italia ed i corrispondenti sviluppi a livello europeo ed internazionale, in un legame sempre più stretto con l’industria e con chi opera in mare sia a livello pubblico che privato. A livello internazionale le attività del Gruppo nazionale di oceanografia operativa fanno riferimento al programma Goos dell’Unesco, alle Partnership delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile, alla Direttiva europea sulle acque (Wfd), alla Direttiva quadro sulla strategia integrata per l’ambiente marino (Mfsd), Horizon 2020, e al programma europeo per il monitoraggio globale dell’ambiente e la sicurezza (Copernicus, ex Gmes).
Intanto si è conclusa la campagna di misure denominata RICAMAR 2013 che ha avuto come obiettivo la caratterizzazione del fondale marino del Golfo di Pozzuoli per la realizzazione, in prospettiva, di una rete di monitoraggio a mare. L’Unità Idro-oceanografica d’altura della Marina Militare, Nave Ammiraglio Magnaghi, ha lasciato il Porto di Pozzuoli per una nuova destinazione; sempre impegnata nello studio del mare e dei suoi fondali. Prossima tappa: le Isole Eolie, una delle quali, Stromboli, funge da teatro di un esperimento unico per lo studio dell’attività esplosiva dei vulcani. Nell’ambito del progetto europeo NEMOH 15 ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Roma e Catania, insieme a colleghi provenienti dalle Universita’ di Palermo, Berlino, Monaco di Baviera e Lancaster, sono impegnati nella raccolta di dati relativi alle esplosioni del vulcano, utilizzando le tecnologie piu’ avanzate applicate in campo vulcanologico. Microfoni, telecamere termiche e ad alta velocita’, sismografi e camere a ultravioletti di ultima generazione sono state installate sul vulcano e stanno registrando simultaneamente ogni tipo di segnale emesso dal vulcano durante le esplosioni. I dati, una volta elaborati e confrontati con quelli raccolti su altri vulcani del mondo, contribuiranno a migliorare le conoscenze sui meccanismi eruttivi dello Stromboli contribuendone alla valutazione della sua pericolosità.
da Sorrentino | Giu 2, 2013 | Attualità, Missioni, Primo Piano
La ricerca spaziale italiana continua a farsi valere in campo internazionale, nonostante la tendenza drammaticamente calante delle fonti di finanziamento. Sulla scia della pluriennale storia più volte sottolineata ed ancora proprio oggi esaltata dalla presenza di un astronauta italiano sulla Stazione Spaziale Internazionale, il 19 maggio 2013 è rientrata a terra la capsula russa Photon BION- M1, dopo circa un mese di permanenza in orbita a 575 km di quota, per eseguire diversi esperimenti nei campi della biologia, fisiologia, biotecnologia e scienza dei materiali. Proprio per la fase del rientro in atmosfera, è stato condotto un esperimento tecnologico rivolto allo studio di materiali ceramici della classe ultra-refrattari per temperature estreme, meglio noti nella comunità scientifica come “Ultra-High Temperature Ceramics UHTC”. L’esperimento è stato concepito e progettato dal gruppo della Sezione Aerospaziale del Dipartimento di Ingegneria Industriale (DII) dell’Università di Napoli “Federico II”, guidato dal prof. Raffaele Savino, e dall’Istituto di Scienza e Tecnologia dei Materiali Ceramici (ISTEC) di Faenza afferente al Consiglio Nazionale delle Ricerche, sotto la supervisione del Dr. F. Monteverde.
La capsula russa è rimasta in orbita intorno alla Terra, per circa un mese. Durante la missione sono stati effettuati numerosi esperimenti, prevalentemente nei campi della biologia, fisiologia, biotecnologia e scienza dei materiali. La capsula è poi rientrata attraversando l’atmosfera terrestre ed è quindi atterrata nella regione russa di Orenburg, vicino al confine con il Kazakistan.
Grazie al supporto dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) ed alla collaborazione con il “Department of Sanitary Chemical and Microbial Safety (IMBP) con sede a Mosca afferente all’Accademia Russa delle Scienze, DII e ISTEC hanno progettato e sviluppato in auto-finanziamento due componenti realizzati in UHTC con funzione di “holder” opportunamente installati sulla parte anteriore esterna dello scudo termico della suddetta capsula. All’interno dei due “holders” in UHTC, alloggiati appunto sulla superficie esterna della capsula di rientro, sono stati ospitati non solo campioni di natura biologica provenienti dal IMBP ma anche sensori passivi di temperatura. Questi ultimi hanno giocato un ruolo di “in-situ monitoring” per lo studio e la caratterizzazione aero-termodinamica dei materiali UHTC durante la fase del rientro atmosferico.
Al termine della missione, subito dopo l’atterraggio, i due “holders” sono stati recuperati e, ad una prima ispezione visiva, hanno mostrato di aver resistito adeguatamente alle condizioni critiche di carico termico incontrate durante il rientro atmosferico. Sono iniziate subito le procedure di trasferimento dei componenti in Italia per le analisi “post-flight” comprendenti simulazioni numeriche e analisi micro-chimiche tese a correlare gli andamenti delle principali grandezze misurate durante la traiettoria di rientro con lo stato finale di alterazione del materiale in superficie. L’esperimento ha messo in evidenza che esistono in Italia notevoli competenze nella progettazione e realizzazione di materiali ceramici che possono aprire nuove frontiere per lo sviluppo di nuove generazioni di velivoli ipersonici e sistemi di rientro dallo spazio.
da Sorrentino | Giu 2, 2013 | Tecnologie, Telescienza
Il Premio DigiBIC Award per le tecnologie digitali, per la categoria “Istituti di Ricerca”, è stato assegnato quest’anno all’ENEA per la tecnologia Laser Scanner 3D a colori per utilizzo in esterno e per il Laser Scanner 3D subacqueo. Il Premio ha lo scopo di favorire l’utilizzo delle tecnologie per le ricostruzioni tridimensionali da parte delle imprese che operano in ambiti creativi, quali beni artistici e culturali, riproduzioni musicali, grafica. Il riconoscimento del DigiBIC Award è starto assegnato a Derry, in Irlanda, nel corso del congresso annuale dell’EBN, European Business & Innovation Centre Network, la rete che raccoglie i principali promotori territoriali dell’innovazione in Europa, costituisce una vetrina internazionale per l’individuazione di nuove opportunità di business per le imprese creative.
IlLaser Scanner 3D a colori è uno speciale laser ottico che, per la qualità e l’accuratezza delle informazioni che è in grado di fornire e per le sue caratteristiche di non invasività, è particolarmente adatto alla realizzazione di indagini diagnostiche e di attività di monitoraggio di beni artistici e culturali. La tecnologia permette di scansionare grandi superfici di opere d’arte, spesso uniche e intrasportabili, situate su pareti e soffitti ad altezze elevate, che possono essere ricostruite in digitale e riprodotte in 3D. Fra le applicazioni recenti più significative le scansioni ad alta risoluzione di capolavori del Rinascimento: la Loggia di Amore e Psiche della villa Farnesina a Roma, della volta della Cappella Sistina e del Giudizio Universale. Il laser a colori 3D può essere utilizzato dalle industrie che operano nel settore del patrimonio culturale.
Il Laser Scanner 3D subacqueo nasce come strumento di rilevazione a servizio dell’archeologia subacquea ma grazie alle caratteristiche innovative che gli permettono di rilevare oggetti e strutture sottomarine (relitti, resti archeologici e costruzioni) fino a centinaia di metri di profondità può essere impiegato anche nella tutela dei fondali e delle acque marine off-shore. È ora in fase di sviluppo come strumento diagnostico per le strutture petrolifere subacqueee e per l’ispezione di siti nucleari in collaborazione con piccole e medie imprese scozzesi.
da Sorrentino | Mag 29, 2013 | Eventi Scientifici e Culturali, Ricerca, Telescienza
L’Italia è tra i paesi più vecchi del mondo, assieme con Giappone, Corea del Sud e Germania. Già oggi nel nostro paese le persone sopra i 65 anni sono il 30% della popolazione e nel 2030 ci saranno tre persone bisognose di cure ogni 4 adulti. Questa non invidiabile posizione ci pone come front runner della ageing society nella graduatoria demografica dell’OECD (Organizzazione per la Cooperazione lo Sviluppo Economico), al punto che l’Italia è considerata un laboratorio di osservazione e analisi dell’invecchiamento e delle possibili soluzioni. Questa rivoluzione “grigia” interesserà praticamente ogni aspetto della società, i sistemi economici e la vita quotidiana, richiedendo un profondo cambiamento in tutti i settori. Un problema che nel mondo si fa sentire già con 35 milioni di malati di Alzheimer, Demenza, Parkinson, che costano 50.000 euro l’anno ciascuno, per un totale di 1.750 miliardi di euro, e si prevede raddoppieranno nei prossimi venti anni. Il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, che rappresenta l’Italia nel comitato OECD per le politiche scientifiche e tecnologiche, ha coinvolto la comunità scientifica e istituzionale nazionale per rispondere alla sfida trasversale dell’invecchiamento, raccogliendo le analisi e i suggerimenti delle varie componenti: sociali, demografiche, economiche, ambientali, tecnologiche, scientifiche, sanitarie, infrastrutturali. Prendendo spunto dal primo risultato del lavoro, multidisciplinare e integrato, l’Accademia dei Lincei ha promosso una giornata di studio (venerdì 31 maggio) con la partecipazione del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Maria Chiara Carrozza, del Presidente dell’Accademia dei Lincei Lamberto Maffei, del Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) Luigi Nicolais e di Luigi Paganetto membro del Consiglio dell’ISTAT. Presente anche Elettra Ronchi, Senior Policy Analyst e co-autore del capitolo “Science and Technologies perspectives on an Ageing society” del rapporto OECD “Science, Technology and Industry Outlook 2012. L’obiettivo finale è produrre un documento, condiviso al momento con Ministeri ed Enti di ricerca, ma successivamente con l’intera comunità scientifica e con la società civile, da proporre nei vari contesti internazionali, dal G8 al G20, all’Unione Europea, presentando la proposta italiana di approccio globale e integrato per affrontare correttamente il problema dell’invecchiamento che non è risolvibile nell’ambito di limitate azioni o politiche settoriali. La proposta italiana ha già raccolto l’adesione preliminare di Giappone, Corea del Sud, Germania, Brasile, Irlanda e Ungheria, che, nella riunione del CSTP (Comitato OECD per le politiche della Scienza e della Tecnologia) del marzo scorso a Parigi, hanno chiesto di essere informati sullo svolgimento del lavoro italiano anche per fornire il proprio contributo. L’Italia si sta muovendo attivamente in questa direzione e il documento in preparazione rappresenta il primo passo verso un ruolo internazionale per far diventare l’Italia uno dei centri mondiali per indagare i molteplici aspetti dell’invecchiamento della popolazione e per delineare le possibili soluzioni.