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Il paradosso dei buchi neri

Il paradosso dei buchi neri

hawkingSe fossimo attratti inesorabilmente da un buco nero, uno degli oggetti cosmici che si forma dal collasso gravitazionale di una stella massiccia senza parlare di quelli enormemente più grandi e pesanti, non potremmo che finire inghiottiti nella enorme voragine da cui non c’è scampo e neppure la luce riuscirebbe a uscire. Una convinzione che viene scalfita dalla stravolgente affermazione dell’astrofisico Stephen Hawking, rilasciata durante la conferenza al KTH Royal Institute of Technology di Stoccolma, secondo il quale ci sarebbe modo di uscire da un buco nero, magari ritrovandosi in un’altra dimensione o universo. Una teoria che richiama il copione della pellicola di fantascienza Interstellar e aprirebbe uno scenario inedito nel panorama della fisica e dell’astronomia. In attesa di pubblicare entro un mese una relazione a sostegno del suo assunto, Hawking fa alcune considerazioni su quanto avverrebbe quando la gigantesca forza gravitazionale di un buco nero inghiotte un oggetto. Alla base della nuova teoria c’è la meccanica quantistica, secondo cui nulla viene distrutto.

black-holeNel caso specifico, l’informazione di ciò che entra nel buco nero rimane e viene riemessa sotto forma di radiazione. Ovvero, secondo lo scienziato, l’informazione viene assorbita non all’interno del buco nero, ma ai suoi estremi, dentro il cosiddetto “orizzonte degli eventi”, formando un ologramma di particelle o facendola fuoriuscire da altra parte. Il buco nero non viene visto più come eterna prigione, ma Hawking si affretta a spiegare che una volta sbucati altrove, probabilmente un universo parallelo, non si conosce modo per tornare nel nostro. Una sorta di Stargate, un anello di passaggio di sola andata?

 

Piero Benvenuti segretario IAU

Piero Benvenuti segretario IAU

Benvenuti a Honolulu-2Piero Benvenuti, 67 anni, docente al Dipartimento di Fisica e astronomia dell’Università di Padova, già presidente INAF e membro del Cda dell’Agenzia Spaziale Italiana, è il nuovo Segretario Generale della maggiore organizzazione di astronomi a livello internazionale: la IAU (International Astronomical Union). La nomina all’incarico è stata ratificata nel corso della cerimonia conclusiva della ventinovesima Assemblea generale dell’IAU, che ha chiamato per due settimane a Honolulu – nelle Hawaii – migliaia di delegati da tutto il mondo.

Benvenuti si è detto onorato di essere il primo italiano a ricoprire questa carica in quasi cento anni di esistenza dell’Unione. Contestualmente alla nomina di Benvenuti, l’Assemblea ha proceduto al rinnovo di tutti gli altri incarichi di vertice: la messicana Silvia Torres-Peimbert è il nuovo presidente, mentre l’olandese Ewine van Dishoeck e la portoghese Maria Teresa Lago sono, rispettivamente, il presidente-eletto e il segretario-generale-eletto.

“La nomina del professor Benvenuti – ha dichiarato per l’occasione il presidente dell’ASI Roberto Battiston – rappresenta un grande riconoscimento per la comunità astronomica italiana, nella traccia di una tradizione straordinaria che da Galileo in poi ha fornito e fornisce risultati di altissimo valore scientifico per lo studio dell’ universo da terra e dallo spazio. Faccio i migliori auguri a Piero – ha concluso Battiston – per questa nuova sfida che sono sicuro affronterà con la capacità e l’ impegno di sempre”.

L’IAU, fondata nel 1919, è composta da quasi dodicimila astronomi professionisti provenienti da 96 diversi paesi. Ha come principale obbiettivo quello di facilitare la collaborazione tra i suoi membri in tutti i campi della loro attività: dall’astronomia all’astrofisica, dalla cosmologia alla Fisica fondamentale. All’interno del suo ampio ventaglio di competenze, ha anche il delicatissimo e affascinante compito di attribuire il nome alle stelle. “Ma attenzione – avverte Benvenuti – perché le stelle a noi visibili sono già state nominate in passato, quello che ci resta da fare è ‘battezzare’ gli asteroidi: oggi chi ne scopre uno può decidere il nome, ma deve essere approvato da tutti i membri dello IAU”.

(fonte: ASI)

 

Telescopio Calet verso la ISS

Telescopio Calet verso la ISS

caletPartito alla volta della Stazione spaziale internazionale l’osservatorio CALET, CALorimetric Electron Telescope, a cui l’Italia ha fornito un grande contributo scientifico e tecnologico. Si tratta di una missione scientifica della JAXA, l’agenzia spaziale giapponese, realizzata in collaborazione con Agenzia Spaziale Italiana (ASI ) e la statunitense NASA. Il lancio è avvenuto mercoledì 19 agosto dalla base spaziale nipponica di Tanegashima a bordo del Cargo HTV5. Calet va ad affiancarsi all’altro grande osservatorio, AMS-02, installato sulla Stazione nel 2011. Una volta ancorato sulla piattaforma esterna JEM-EF del laboratorio giapponese Kibo, inizierà la sua attività, prevista per la durata di almeno cinque anni, di ricerca e di studio della materia oscura, lo studio dei spettri dei nuclei di origine cosmica e la rivelazione dei gamma-ray, ovvero dei lampi di luce di altissima energia ed intensità emessi nel corso di fenomeni particolarmente violenti che hanno luogo in alcune sorgenti astrofisiche.

“La missione CALET riveste un grande interesse – ricorda Barbara Negri, responsabile Unità osservazione ed esplorazione dell’universo dell’Agenzia Spaziale Italiana – non solo per gli aspetti scientifici, ma anche per quelli tecnologici, che sono estremamente avanzati. La partecipazione a questo progetto internazionale dell’agenzia spaziale giapponese JAXA vede coinvolti istituti scientifici italiani e industria nazionale, e rappresenta un’importante ricaduta per le attività spaziali portate avanti nel nostro Paese”.

“Si tratta di un sofisticato apparato sperimentale in grado di identificare le particelle e i fotoni di alta energia che provengono dal cosmo – spiega il Prof Pier Simone Marrocchesi dell’Università di Siena e INFN-Pisa responsabile scientifico della partecipazione italiana a CALET e co-Principal Investigator della collaborazione internazionale. Da anni si sospetta che gli elettroni di alta energia che raggiungono la Terra siano accelerati da una o più sorgenti astrofisiche relativamente “vicine” (a distanza di qualche migliaio di anni luce). CALET potrebbe essere in grado di effettuare per la prima volta la loro identificazione studiando lo spettro in energia degli elettroni al di sopra di 1 TeV.”

Oltre all’Università di Siena, capofila della partecipazione italiana alla missione CALET, finanziata dall’Agenzia Spaziale Italiana, fanno parte del team italiano ricercatori delle università di Pisa, Firenze, Padova, Tor Vergata e del IFAC-CNR di Firenze. L’esperimento CALET gode dello status di Recognized Experiment presso in CERN di Ginevra che ha fornito fasci di particelle accelerate per le calibrazioni dello strumento.

 

Satelliti e Gps per i Campi Flegrei

Satelliti e Gps per i Campi Flegrei

PozzuoliDall’impiego dei satelliti Cosmo-SkyMed dell’Agenzia Spaziale Italiana nasce la nuova tecnica, firmata Cnr e Istituto Nazionale di geofisica e vulcanologia, che permette di calcolare le modalità con cui il magma profondo risale all’interno del sottosuolo, creando deformazioni anche millimetriche della superficie terrestre. Un meccanismo probabilmente comune ad altre caldere, quali Yellowstone negli Usa e Rabaul in Papua Nuova Guinea. Lo studio, pubblicato su Scientific Reports, fornisce nuovi sistemi di monitoraggio utili ad affrontare eventuali future crisi vulcaniche

I dati acquisiti dai satelliti e dai ricevitori Gps della rete di sensori presenti nell’area dei Campi Flegrei servono per monitorare le deformazioni della superficie terrestre e conoscere, in tempo reale, l’andamento del sollevamento del suolo all’interno della caldera. La nuova tecnica di monitoraggio, messa a punto da un team di ricercatori dell’Istituto per il rilevamento elettromagnetico dell’ambiente del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Irea) e dell’Osservatorio vesuviano dell’Istituto Nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv-Ov), permette di comprendere meglio i fenomeni di sollevamento avvenuti in questi ultimi anni ai Campi Flegrei. Lo studiorientra tra le attività di monitoraggio promosse dal Dipartimento nazionale di protezione civile (Dpc) e di quelle svolte nell’ambito del progetto europeo Med-Suv (MEDiterraneanSUpersite Volcanoes).

“Grazie ai dati acquisiti dai satelliti Cosmo-SkyMed (messi in orbita dall’Agenzia spaziale italiana a partire dal 2007), dotati di sistemi radar, e dai ricevitori Gps della rete di sorveglianza geodetica Ingv-Ov, composta da ben 14 sensori sparsi nell’area dei Campi Flegrei”, spiega Susi Pepe, ricercatrice del Cnr-Irea, “è stato possibile studiare le deformazioni, anche millimetriche, della superficie terrestre e conoscere l’andamento del sollevamento del suolo all’interno della caldera in corrispondenza dei ricevitori”.

Negli scorsi millenni la caldera dei Campi Flegrei ha prodotto eruzioni di dimensioni ciclopiche: quarantamila anni fa quella dell’Ignimbrite Campana e quindicimila anni fa quella del Tufo Giallo Napoletano, che hanno fatto crollare la parte superficiale del vulcano per centinaia di metri, formando l’attuale struttura. “Dopo l’ultima eruzione del 1538, che ha prodotto il cratere di Monte Nuovo”, afferma il ricercatore responsabile della Sala di monitoraggio dell’Osservatorio vesuviano dell’Ingv, Luca D’Auria, “il suolo dei Campi Flegrei ha iniziato a sprofondare lentamente per secoli, interrompendosi intorno al 1950, quando l’area ha ripreso a sollevarsi. Questo fenomeno, noto come bradisisma, ha manifestato tutta la sua violenza tra il 1982 e il 1985, periodo in cui il suolo si è sollevato di quasi 2 metri, con accompagnamento di terremoti, provocando l’evacuazione di migliaia di abitanti della città di Pozzuoli. Nel 2005 il suolo ha ripreso a sollevarsi lentamente e i terremoti, di bassa magnitudo, sono ricomparsi”.

campi-flegreiNegli ultimi 10 anni il suolo si è sollevato di quasi 30 cm., tanto che nel dicembre 2012, sulla base delle indicazioni della Commissione grandi rischi, la Protezione civile ha innalzato dal verde (quiescenza) al giallo (attenzione) il livello di allerta dei Campi Flegrei. “Riguardo l’origine del bradisisma flegreo”, prosegue D’Auria, “la comunità scientifica concorda sul fatto che tra il 1985 ed il 2012 il sollevamento era legato all’immissione di fluidi idrotermali (acqua e gas) all’interno delle rocce della caldera e al progressivo riscaldamento di queste ultime. Sul più recente episodio, tra il 2012 ed il 2013, il fenomeno sarebbe invece da attribuire alla risalita di magma a bassa profondità (circa 3 km) che si inietta nelle rocce del sottosuolo formando uno strato sottile, noto come sill, un piccolo ‘lago sotterraneo’, con un raggio di 2-3 km. Il sill era già presente nel sottosuolo e probabilmente è stato attivo durante le crisi bradisismiche degli scorsi decenni quando quantità di magma, anche dieci volte superiori, sono arrivate in questa piccola camera magmatica superficiale”.

Il magma all’interno del sill però, può raffreddarsi rapidamente, rendendolo quindi meno capace di produrre eruzioni esplosive. Questo meccanismo, osservato ai Campi Flegrei, è probabilmente comune ad altre caldere (ad esempio Yellowstone negli Usa e Rabaul in Papua Nuova Guinea) e potrebbe spiegare alcuni comportamenti apparentemente ‘bizzarri’ osservati in questi vulcani. “La previsione delle eruzioni vulcaniche nelle caldere presenta spesso difficoltà maggiore rispetto ad altri vulcani”, aggiunge D’Auria dell’Ingv. “La risalita e l’intrusione del magma all’interno del sill potrebbe, infatti, essere il normale ciclo di vita delle caldere”.

cosmoskymed2_artistI risultati dello studio sono di grande importanza per l’interpretazione dei dati acquisiti dalle nuove generazioni di satelliti (come quelli della costellazione Sentinel del Programma europeo Copernicus, operata dall’Agenzia Spaziale Europea) e dalle innovative tecnologie di monitoraggio geofisico ai Campi Flegrei. “Questi nuovi sistemi di monitoraggio, integrati con le nuove metodologie di analisi, possono fornire uno strumento utile ad affrontare eventuali, future, crisi vulcaniche ai Campi Flegrei”, conclude Susi Pepe del Cnr.

 

La cometa 67P ha raggiunto il perielio

La cometa 67P ha raggiunto il perielio

perihelion_630x360Alle 4:03 ora italiana di giovedì 13 agosto la cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko ha raggiunto il perielio, vale a dire il punto di massimo avvicinamento al Sole, alla distanza di 186 milioni di km. E per la prima volta nella storia dell’esplorazione del sistema solare, gli strumenti a bordo della sonda Rosetta hanno consentito di acquisire immagini uniche a una distanza di 327 km dal nucleo cometario. Siamo ai massimi livelli di intensità di emissione dei getti ghiacciati che, per effetto del crescente riscaldamento provocato dalla radiazione solare, si addensano formando la chioda e la coda, che secondo le osservazioni effettuate dai telescopi terrestri si estende per oltre 120mila km. Dal momento del rendez-vous siderale, avvenuto il 6 agosto 2014, la sonda Rosetta ha viaggiato a fianco della cometa per 750 milioni di chilometri. I responsabili delle operazioni di volo dell’ESA hanno fatto allontanare la sonda Rosetta a una distanza di sicurezza dalla cometa per evitare che le polveri interferissero con i sistemi di navigazione compromettendo la missione. Si stima, infatti, che il nucleo rilasci quasi una tonnellata di polvere al secondo. I dati raccolti da Rosetta mostrano che la cometa emette fino a 300 kg di vapore acqueo al secondo, circa mille volte più di quando è stata intercettata dalla sonda.

La temperatura media sulla superficie della cometa, che era intorno ai -70° C all’arrivo di Rosetta a sopra lo zero Celsius, è destinata a raggiungere il suo picco nel mese di settembre 2015 attestandosi qualche decina di gradi sopra lo zero. Intanto prosegue la mappatura geologica e chimico-fisica della cometa, che, una volta allontanatasi dal sole, potrà essere analizzata per evidenziarne le trasformazioni subite per effetto della forza influenza della radiazione solare. Non va dimenticato che il lander Philae è sempre ancora sulla superficie cometaria, con la fondata speranza di riprendere le osservazioni scientifiche in situ. Intanto, grazie a Philae, entrato in stand-by il 9 luglio 2015, si sa che la superficie della cometa 67/P è ricca d’idrogeno, ossigeno, carbonio e molecole organiche.

Contratti di sviluppo per Ariane 6-Vega C

Contratti di sviluppo per Ariane 6-Vega C

Ariane 6

Ariane 6

Storico passo in avanti per la nuova famiglia di lanciatori europei incentrata sui vettori Ariane 6 e Vega C con l’obbiettivo di rafforzare un accesso allo Spazio sempre più indipendente, affidabile e sostenibile. Al Quartier Generale dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) a Parigi, la firma dei contratti di sviluppo che danno corso agli accordi maturati all’ultima Conferenza dei ministri degli Stati membri dell’ESA (la cosiddetta ‘Ministeriale ESA’), alla presenza del nuovo DG ESA Joahnn-Dietrich Woerner, del presidente ASI Roberto Battiston, e dei massimi vertici istituzionali delle Agenzie spaziali  dei paesi partecipanti al programma dei lanciatori. ELV  (società partecipata da ASI al 30% e da Avio al 70%, ‘Prime Contractor’ per lo sviluppo di Vega) è stata rappresentata dall’amministratore delegato, l’ingegner Pierluigi Pirelli.

“Si tratta  di un passaggio  storico per l’industria spaziale europea e per quella italiana in particolare, qui rappresentata da ELV – ha dichiarato il Presidente dell’ASI Roberto Battiston – perché con questa firma si mettono le basi per lo sviluppo della famiglia di lanciatori europei  che a partire dal 2020 porteranno in orbita sia i payoad istituzionali che quelli commerciali,  lanciati dalla base  di Kourou”.

La nuova famiglia di lanciatori comprende, appunto, l’Ariane 6 – nelle due versioni a 2 e 4 motori solidi – e il Vega C, realizzato in Italia da ELV: tutti usano lo stesso motore solido sviluppato per il Vega nella versione potenziata per il Vega-C, il P120C (realizzato con la tecnologia della ditta AVIO a Colleferro).

“Si realizza così – aggiunge Battiston – la centralità dell’industria italiana nel contesto dell’accesso allo spazio europeo, importante risultato ottenuto dalla delegazione italiana guidata dal Ministro MIUR Stefania Giannini, nel corso del Consiglio Ministeriale ESA del 2014 tenutosi in  Lussemburgo lo scorso dicembre”.