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La seconda vita di Dragon

La seconda vita di Dragon

Rientrata con successo a terra lunedì 3 luglio la capsula Dragon di SpaceX, lanciata il 3 giugno con il vettore Falcon 9 e agganciatasi alla stazione spaziale internazionale circa 36 ore dopo per rifornirla con 2,7 tonnellate di carico utile. La capsula Dragon, già impiegata in una analoga missione di rifornimento portata a termine nel settembre 2014, ha effettuato l’ammaraggio alle 14 ora italiana di lunedì 3 luglio nelle acque dell’oceano Pacifico, diventando il primo veicolo riutilizzato al servizio della ISS. A ciò si aggiunga che lo stesso lancio è avvenuto riutilizzando il primo stadio del razzo Falcon 9, consentendo a SpaceX si raggiungere un doppio obiettivo finalizzato alla progressiva riduzione dei costi delle missioni spaziali.

Fallimento Lunga Marcia 5

Fallimento Lunga Marcia 5

La Cina è alle prese con il lancio fallito del vettore pesante Lunga Marcia 5, che avrebbe dovuto portare in orbita il satellite per telecomunicazioni Shijian-18 del peso di 7 tonnellate. Partito dal centro spaziale di Wengchang, nell’isola di Hainan alle 19:23 ora locale di domenica 2 luglio, la versione più potente dei lanciatori cinesi (in grado di trasferire in orbita bassa masse fino a 25 tonnellate e alla quota geostazionaria 14 tonnellate) ha denunciato problemi al secondo stadio quando erano trascorsi poco più di 10 minuti dal distacco dalla rampa. Lunga Marcia 5, al suo secondo volo dopo l’esordio positivo avvenuto nel 2016, ha perso progressivamente spinta. L’anomalia sarebbe da ascrivere proprio al sistema di propulsione, ovvero ai sottosistemi che regolano la pressione del combustibile. Il secondo stadio sarebbe rimasto accesso per un tempo superiore a quanto previsto. Le cause ufficiali sono tutte da chiarire e l’agenzia spaziale cinese mantiene il più stretto riserbo. Il satellite Shijian-18 era stato progettato e costruito dalla China Academy of Launch Vehicle Technology

80° lancio per Ariane 5

80° lancio per Ariane 5

Il lanciatore europeo Ariane 5 ha portato a termine la sua quarta missione del 2017 posizionando in orbita due satelliti, GSAT-17, dell’Agenzia Spaziale Indiana, e Hellas Sat 3-Inmarsat S EAN, corrispondenti a un carico di poco superiore a 10 tonnellate. Si tratta dell’80esimo lancio consecutivo di successo per Ariane 5, il terzo negli ultimi 60 giorni. Un trend positivo che premia anche Avio, che fornisce i motori a propulsione solida e la turbopompa ad ossigeno liquido. GSAT-17 è un satellite per le telecomunicazioni e servirà a potenziare il servizio in India, Medio oriente e in alcune regioni del sud est asiatico. Il satellite per telecomunicazioni Hellas Sat 3 /Inmarsat S della rete di trasporto aerea europea (EAN), a gestione congiunta Inmarsat e Hellas Sat (una controllata Arabsar), fornirà servizi satellitari per telefonia mobile (MSS), servizi satellitari per telefonia fissa (FSS) e servizi satellitari di trasmissione (BSS). Il payload di Inmarsat S EAN fornirà servizi di comunicazione a banda-S per supportare il network di aviazione europeo di Inmarsat, un satellite integrato e una rete di terra che fornirà  banda larga forte ad elevata capacità in volo per i passeggeri aerei in tutta Europa. Il payload Hellas-Sat 3 fornirà un DTH con back up in orbita e servizi di telecomunicazione nelle aree di copertura stabilite, mantenendo e espandendo la copertura del business Hellas-Sat con ulteriori capacità e apportando contenuti in formato video ad alta definizione e a ultra alta definizione nelle regioni coperte. La zone di copertura FSS /BSS sono l’Europa, il Medio Oriente e i Paesi dell’Africa sub sahariana, incluso il servizio cross trap tra Europa e Sud Africa. Realizzato su una piattaforma Spacebus 4000 C4 da Thales Alenia Space, Hellas Sat 3 / Inmarsat S EAN  fornirà una missione multiraggio a banda S per Inmarsat,  oltre a una potente missione in banda Ku/Ka di 47 transponder in banda Ku (a inizio vita), 44 transponder in banda Ku (a fine vita ) e 1 transponder in banda Ka per Hellas Sat. La massa del satellite al lancio è pari a circa 5,8 tonnellate, con una potenza di payload di circa 12,7 kW. Verrà posizionato a 39° Est.

 

Mini-asteroide sull’Italia

Mini-asteroide sull’Italia

Un mini-asteroide ha prodotto la luminosa meteora avvistata il 30 maggio scorso sopra i cieli italiani. Gli scienziati della collaborazione Prisma, promossa e coordinata dall’Inaf, hanno stimato la zona di caduta di eventuali meteoriti nel territorio compreso fra Padova e Venezia. L’evento risale alla notte del 30 maggio scorso, alle 23:09 ora italiana, quando una straordinaria meteora luminosa ha solcato i nostri cieli del Nord-Est, viaggiando da sud verso nord. Numerosi gli avvistamenti di testimoni oculari, soprattutto in Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. Un filmato esclusivo è stato ripreso da una delle videocamere a tutto cielo (all-sky) attive 24 ore su 24 della rete Prisma. Gli studi sull’origine, composizione e traiettoria della meteora e le ricerche di eventuali frammenti del bolide sono iniziati subito dopo l’avvistamento da parte della stessa collaborazione Prisma, promossa e coordinata dall’Istituto nazionale di astrofisica, e nata alla fine dell’anno scorso proprio per lo studio e il monitoraggio di eventi del genere. «È stato un lavoro lungo e complesso, che arriva proprio a ridosso del 30 giugno, giorno dichiarato dall’ONU Asteroid Day» dice Daniele Gardiol, dell’Inaf di Torino, coordinatore nazionale del progetto Prisma. «L’analisi dei dati durante i 7 secondi in cui la meteora è stata visibile ha infatti permesso di definire un dettagliato modello matematico della fase di volo che tiene conto dell’influenza dei venti nella parte terminale “buia” e la zona di possibile caduta di frammenti meteoritici. I risultati dei calcoli indicano che prima del suo ingresso in atmosfera alla formidabile velocità di 54.000 km/h il meteoroide aveva una massa fra i 50 e i 200 kg, con una dimensione dell’ordine di 30-60 cm. Fortunatamente le riprese delle camere Prisma, integrate dal contributo fondamentale dato dalle osservazioni delle camere della rete Imtn (Italian Meteor and Tle Network), hanno permesso di concludere che l’oggetto si è in gran parte “sbriciolato” nelle fasi iniziali dell’impatto con l’atmosfera, ad una quota di circa 40 km, provocando molto probabilmente uno “sciame” di piccole meteoriti delle dimensioni di una pallina da golf e del peso di parecchie decine di grammi». I calcoli fanno ritenere che alcuni di questi frammenti siano caduti intatti a terra in una zona compresa fra i paesi di Piove di Sacco (PD) e Bojon, nel comune di Campolongo Maggiore (VE), dove potrebbe essere caduto il residuo principale del corpo cosmico, come indicato nella mappa qui sotto.

L’aspetto esteriore di queste meteoriti è quello di un sasso ricoperto da una crosta sottile e lucida, molto scura, come se fosse “bruciato”; la forma è generalmente squadrata ma con gli spigoli arrotondati. Il colore interno del “sasso”, visibile dove la crosta è rotta o mancante, è in genere di colore grigio chiaro. Soppesandolo, dà quasi sempre la sensazione di essere più pesante di un sasso terrestre delle medesime dimensioni.

«Dati l’estremo valore scientifico e l’importanza di un possibile ritrovamento in tempi brevi di queste meteoriti – prima che vengano contaminate dall’ambiente terrestre – invitiamo la popolazione delle zone interessate a segnalarci eventuali sassi (o ritrovamenti di altra natura) sospetti che venissero rintracciati sul terreno» aggiunge Gardiol. «Poiché molta della superficie della possibile zona di caduta è interessata da varie coltivazioni, chiediamo ai proprietari di ispezionare i campi subito dopo il raccolto e prima della successiva aratura. Se dopo il raccolto non avete il tempo per ispezionare il campo, vi preghiamo di contattarci e saremo ben lieti di farlo per voi. Le meteoriti sono oggetti molto rari, di grandissimo valore scientifico e dobbiamo fare il massimo per tentare di recuperarle. Le segnalazioni possono essere inviate all’attenzione del team scientifico dell’Inaf-Prisma all’indirizzo e-mail prisma_po@inaf.it».

Stella e pianeta giganti

Stella e pianeta giganti

Una stella gigante rossa che potrebbe essere come il nostro Sole fra cinque miliardi di anni e un pianeta su un’orbita confrontabile con quella di Mercurio, ma con una massa minima pari a 11 volte quella di Giove. È il sistema scoperto a oltre 2200 anni luce di distanza da noi in direzione della costellazione di Cefeo attorno a una stella vecchia 10 miliardi di anni. Lo studio, che ha coinvolto il team GAPS-Global Architecture of Planetary Systems, è stato coordinato da Esther González-Álvarez, dottoranda presso il Dipartimento di Fisica e Chimica dell’Università degli Studi di Palermo con una borsa di studio dell’Istituto Nazionale di Astrofisica a Palermo nell’ambito del programma di ricerca nazionale WOW-A Way to Others Worlds. Fino ad oggi sono stati individuati un centinaio di pianeti che orbitano attorno a stelle giganti rosse, “ma questo sistema è unico nel suo genere, perché la massa della stella ospite è una delle più piccole fra le stelle giganti con pianeti, e il pianeta, con un periodo orbitale di 101 giorni, è uno dei pianeti giganti a più breve periodo in confronto agli altri scoperti” racconta Esther González-Álvarez, prima autrice dell’articolo, accettato per la pubblicazione sulla rivista Astronomy & Astrophysics. “Esistono pochi pianeti a corto periodo rivelati attorno a stelle giganti K, questa scoperta consente dunque di ampliare lo spazio dei parametri che sono stati finora studiati”.

La stella TYC-4282-605-1 ha un’età di10 miliardi di anni, doppia rispetto a quella del nostro Sole. “A causa della sua grande vicinanza alla stella, è probabile che il pianeta verrà inghiottito dalla stella fra non molto, sempre in termini astronomici” spiega Giuseppina Micela, Direttrice dell’INAF-Osservatorio Astronomico di Palermo e una delle autrici della scoperta. “Potrebbe dunque essere questa la ragione per cui pianeti così vicini a giganti rosse sono così rari”. Questa coppia di stella e pianeta giganti è stata individuata grazie all’osservazione combinata tra il potente cercatore di pianeti extrasolari HARPS-N (High Accuracy Radial Velocity Planet Searcher–North) e lo spettrografo nel vicino infrarosso GIANO, montati sui due fuochi del TNG-Telescopio Nazionale Galileo installato sull’Isola di La Palma, alle Canarie, mediante la tecnica delle velocità radiali. Tale tecnica prevede di misurare le piccole variazioni del moto della stella, causate dalla presenza di un pianeta che gli orbita attorno.

Le piccole variazioni del moto della stella possono, tuttavia, essere dovute alla presenza di un pianeta e/o a segnali di attività stellare (macchie, granulazione o pulsazioni). È importante, quindi, riuscire a identificare e distinguere questi segnali per rivelare la presenza del pianeta. Inoltre, il segnale dovuto all’attività stellare è “colorato” (dipende della lunghezza d’onda a cui si osserva) mentre il segnale planetario è acromatico e non varia al variare della banda spettrale (visibile o infrarosso). L’uso di GIANO si è rivelato fondamentale per confermare la natura planetaria del segnale osservato. L’ampiezza del segnale in velocità radiale è la stessa sia in ottico (HARPS-N) che in infrarosso (GIANO), non lasciando dubbi sulla natura planetaria del segnale trovato a 101 giorni.

“Abbiamo fatto osservazioni quasi simultanee nella stessa notte utilizzando HARPS-N su un fuoco del telescopio e GIANO sul secondo fuoco del telescopio” racconta Laura Affer dell’INAF-Osservatorio Astronomico di Palermo, seconda autrice della scoperta. “Quando abbiamo avuto la possibilità di utilizzare GIANO, prima di iniziare le osservazioni abbiamo studiato la strategia migliore per ottenere un risultato, ossia l’osservazione della stella in momenti ben definiti per ottenere punti di velocità radiale nelle fasi più appropriate, e quindi al massimo e al minimo della curva di fase e qualche punto a fase intermedia”. Il metodo utilizzato fa uso delle velocità radiali sia nell’ottico che nell’infrarosso, per la rilevazione e la conferma di un pianeta attorno a una stella gigante K. “Il nostro è un progetto pilota per il nascente GIARPS – continua Affer – la combinazione di HARPS-N e GIANO, che ora sono installati nel medesimo fuoco del telescopio, realizzando così uno strumento unico nel suo genere per ricavare, in una sola osservazione, lo spettro in una banda spettrale molto ampia dall’ottico all’infrarosso”.

Certe nuvole riflettenti

Certe nuvole riflettenti

Le nubi sono elementi fondamentali del bilancio radiativo del nostro pianeta, cioè del rapporto tra la radiazione solare che arriva sulla Terra e quella che viene riflessa di nuovo verso lo spazio. La limitata capacità dei modelli attualmente elaborati e utilizzati dagli studiosi di riprodurre i processi di formazione ed evoluzione delle nubi, perciò, rappresenta un fattore di incertezza essenziale nell’analisi e nella predizione dei cambiamenti climatici. Un team di ricercatori dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Isac-Cnr) di Bologna ha ora confermato dal punto di vista sperimentale un’ipotesi formulata due decenni fa che riveste un’importante rilevanza climatologica. I risultati sono stati pubblicati su Nature.

“Che le nubi si formino da piccole particelle di particolato atmosferico è noto da decenni, ma per la prima volta abbiamo scoperto che i composti tensioattivi organici di origine marina formano molto più efficacemente le goccioline di nube aumentando così l’effetto raffreddante delle nubi marine”, dichiara Maria Cristina Facchini, dirigente di ricerca dell’Isac-Cnr e coordinatrice del team italiano che ha collaborato allo studio insieme con altre Università e Centri di Ricerca europei, statunitensi e canadesi. “Particelle nanometriche ricche di composti organici danno luogo a nubi che contengono un numero molto più alto di goccioline, fino a dieci volte, e risultano per questo essere più riflettenti e meno suscettibili di formare precipitazioni. La combinazione di questi due fattori esercita un effetto di raffreddamento del clima che, alla luce di questi nuovi risultati, potrà essere meglio quantificato”.

La scoperta investe quindi la riflettività (albedo) e la capacità di produrre precipitazioni delle nubi. “Studi teorici e di laboratorio avevano suggerito il ruolo potenzialmente importante nel processo di formazione delle nubi dei tensioattivi organici contenuti nel particolato atmosferico. Questo effetto era in particolare stato ipotizzato più di un decennio fa in un lavoro da me condotto, ma non era mai stato osservato in ambiente reale e tanto meno simulato dai modelli”, conclude Facchini. “Questo studio rappresenta una svolta nella comprensione dei processi di formazione delle nubi dal punto di vista sia sperimentale che teorico. Ora la sfida sta nel determinare l’importanza del processo osservato alla grande scala, mediante un’ulteriore affinamento dei modelli climatici globali”.