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Un deserto di stelle giovani

Un deserto di stelle giovani

stelle giovani wQualcosa non torna, nella concezione che abbiamo della nostra galassia. Dai risultati di una ricerca condotta da un team internazionale di astronomi giapponesi, sudafricani e italiani, fra i quali Giuseppe Bono dell’Università di Roma Tor Vergata e associato INAF, emerge che attorno al centro della Via Lattea c’è una vasta regione sorprendentemente vuota di giovani stelle. Lo studio è pubblicato sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society. La Via Lattea è una galassia a spirale con decine di miliardi di stelle, compreso il nostro Sole, che dista circa 26 mila anni luce dal centro. Per ricostruire il modo in cui s’è formata ed evoluta nel tempo, è cruciale sapere come le stelle siano distribuite al suo interno. Per scoprirlo, l’ideale è ricorrere alle Cefeidi: una particolare famiglia di stelle pulsanti e molto giovani – hanno fra i 10 e i 300 milioni di anni, pochissimi rispetto ai 4,6 miliardi del nostro Sole – le cui distanze da noi possono essere misurate con precisione, consentendo dunque agli astronomi di utilizzarle come una sorta di righello cosmico.

«Già qualche tempo fa avevamo osservato la presenza di Cefeidi nel cuore della Via Lattea, entro un raggio di circa 150 anni luce dal centro della galassia», ricorda Noriyuki Matsunaga dell’Università di Tokyo (Giappone), primo autore dello studio. «Ora però ci siamo accorti che al di fuori di quell’area c’è il deserto, una vasta regione senza traccia di Cefeidi che si estende fino a 8 mila anni luce dal centro». «Le nostre conclusioni sono in contrasto con altri studi recenti, ma sono in linea con quanto osservano i radioastronomi», spiega uno dei coautori dello studio, Michael Feast, dell’Università di Cape Town (Sud Africa), «i quali dimostrano che, nella regione galattica interna nota come Extreme Inner Disk, non c’è attività di formazione stellare in corso». «Dai nostri risultati emerge come in quest’ampia regione della galassia, nel corso delle ultime centinaia di milioni di anni, non vi sia stata alcuna attività significativa di formazione stellare», aggiunge Giuseppe Bono dell’Università di Roma Tor Vergata e associato INAF, anch’egli nel team che ha firmato la scoperta. «La cinematica e la composizione chimica delle nuove Cefeidi potrebbe consentirci di far luce sulla formazione e l’evoluzione della Via Lattea».

Un cilindro per Vega

Un cilindro per Vega

Vega 2Un cilindro cavo, dal diametro di 35 millimetri e altezza 25 millimetri, realizzato in un materiale speciale noto con l’acronimo UHTC (Ultra High Temperature Ceramic) che resiste ad altissime temperature e destinato ad operare nei motori a propellente solido e liquido del lanciatore spaziale VEGA: è partito oggi dalla Sardegna il prototipo commissionato al DASS (Distretto AeroSpaziale della Sardegna) da Avio SpA che ora lo testerà sul campo. L’inserto per ugello, realizzato dal DASS di concerto con i Soci Università di Cagliari, Dipartimento di Ingegneria Meccanica, Chimica e dei Materiali, e IM (Innovative Materials) Srl, spin off dell’ateneo cagliaritano, ha già superato il vaglio di laboratori certificati che hanno testato l’idoneità all’applicazione per la quale è stato realizzato e hanno determinato le proprietà meccaniche che dimostrano la valenza del materiale prodotto con riferimento a quelli disponibili sul mercato.

“È motivo di grande soddisfazione partecipare alla ideazione e produzione di un componente del motore per il lanciatore per la messa in orbita di satelliti VEGA (Vettore Europeo di Generazione Avanzata)”, ha detto il presidente del DASS, Prof. Giacomo Cao “che è sviluppato da AVIO attraverso ELV (70% AVIO e 30% ASI) e, dal primo lancio nel febbraio 2012, ha riscosso un successo crescente grazie alle sue doti di flessibilità, affidabilità ed efficienza”. “Se nei prossimi mesi, i risultati di questi test che verranno eseguiti dalla stessa Avio in condizioni di esercizio con cui opera il lanciatore VEGA saranno positivi”, ha aggiunto il presidente del DASS “si ragionerà sulla stesura di apposita domanda di brevetto che possa tutelare la tecnologia completamente sviluppata in terra di Sardegna”.

Il cuore degli astronauti

Il cuore degli astronauti

Apollo_17_Lunar_Roving_VehicleAnima discussioni il risultato di una ricerca sull’esposizione degli esploratori spaziali alle radiazioni cosmiche. Benché noto da tempo il rischio a cui ci si sottopone quando si opera lontano dallo scudo della magnetosfera terrestre, l’esito delle indagini condotto sugli astronauti del programma Apollo ha offerto dati che appaiono inequivocabili e sui quali riflettere al fine di garantire la completa protezione a coloro i quali si spingeranno verso gli spazi del sistema solare. Il riferimento all’esplorazione di Marte è automatico, così come al ritorno sulla Luna. Quali sono, dunque, i rischi per la salute connessi alla lunga permanenza in ambiente spaziale? Il settore biomedico della NASA è concentrato sull’approfondimento delle conseguenze legate all’esposizione prolungata alle radiazioni cosmiche, nel medio e nel lungo periodo. Secondo una recente indagine apparsa su Scientific Reports, l’allerta riguarda in particolar modo gli esploratori spaziali lunari, non quelli che operano in orbita bassa, come per la stazione spaziale internazionale. Unica cartina di tornasole è rappresentats, come detto, dagli astronauti del Programma Apollo, sottoposti a un differente tipo di irraggiamento cosmico, ben più pericoloso di quello subito dai colleghi perché la loro avventura all’arrembaggio della Luna si è svolta senza la naturale protezione della magnetosfera.Quanti hanno preso parte a viaggi spaziali oltre i 400 chilometri – altezza indicativa a cui “viaggia” la Stazione, dove comunque si rischia di soffrire di problemi seri come osteoporosi, nausea spaziale, perdita di massa ossea e muscolare, cecità spaziale e diabete – sono stati bersagliati da una quantità di radiazioni maggiore rispetto ad ogni altro astronauta nella storia. A risentirne maggiormente, l’organo più importante di tutti, il cuore. Dalle analisi dei dati infatti è emerso che il 43 percento degli astronauti Apollo morti lo sono stati a seguito di malattie cardiovascolari: una percentuale quattro o cinque volte superiore rispetto a quella dei colleghi che hanno viaggiato solo nell’orbita bassa. In prospettiva di un ritorno sulla Luna tra il 2020 e il 2030 e in preparazione di missione umana su Marte, studiare le condizioni di salute degli astronauti è fondamentale per rendere più sicuri i viaggi verso il Pianeta rosso.

Anche il nostro Paese da anni è impegnato nella ricerca biomedica finalizzata alla tutela del benessere degli astro-esploratori in orbita bassa. In particolare, la missione Futura condotta da Samantha Cristoforetti ha avuto l’obiettivo di monitorare il deterioramento dei tessuti ossei e muscolari della crew residente e di acquisire dati utili alla predisposizione di meccanismi di salvaguardia dallo stress spaziale: la nostra astronauta è stata impegnata nel corso del suo soggiorno in microgravità nello svolgimento di attività inerenti l’analisi dei meccanismi di metabolismo osseo, espressione genetica e circolazione cerebrale. Conoscere come lo spazio può causare cambiamenti drastici nel funzionamento degli organi e degli apparati del corpo umano aiuterà gli scienziati a sviluppare misure di volta in volta più efficaci per contrastare l’insorgenza di patologie, nello spazio e sulla Terra.

Big burn per ExoMars

Big burn per ExoMars

exomars_big_burnExoMars continua il suo viaggio con destinazione Marte. Alle 11:30, ora italiana, di giovedì 28 luglio, la sonda ha acceso i motori per eseguire la Deep Space Manoeuvre, un’operazione mirata a portare il Trace Gas Orbiter sulla traiettoria prevista per l’incontro con il Pianeta Rosso. Il big burn, che ha avuto una durata di 52 minuti, ha generato un’accelerazione pari a 326.497 m/s. Alle 12.30 la stazione di ricezione di New Norcia in Australia, che ha il compito di seguire il viaggio della sonda, ha dato conferma della buona riuscita della manovra. L’accensione del 28 luglio era la più intensa delle quattro programmate tra i mesi di luglio e agosto. Il secondo burn, di minore intensità rispetto al primo, è programmato per l’11 agosto. A settembre, poi, si entrerà nel vivo della missione con i test di navigazione e le verifiche per il controllo d’assetto mentre il 9 ottobre inizierà il controllo da parte del team della missione 24 ore su 24 in attesa della separazione dell’Entry Descent Module (EDM) Schiaparelli una settimana dopo, il 16.

La coscienza della Luna

La coscienza della Luna

armstrongQuarantasette anni fa il mondo intero guardava alla Luna come la nuova frontiera, la porta di accesso allo spazio. In fuga dalla Terra, la quarta delle dieci missioni Apollo diretta verso il nostro satellite naturale segnò la prima discesa dell’uomo sulla superficie selenita. Alle 22:56 del 20 luglio 1969, quando in Italia erano le 4:56 del 21 luglio, l’astronauta americano Neil Armstrong fu il primo uomo a posare il piede sul suolo lunare. Il momento culminante e tanto atteso di una missione iniziata il 16 luglio con il lancio della capsula Apollo 11 e del lem Aquila a bordo del razzo vettore Saturno V dal Centro Spaziale Kennedy di Cape Canaveral. Con Armstrong, comandante, il ilota del modulo lunare Edwin “Buzz” Aldrin, a cui spettò il ruolo di secondo a sbarcare sulla Luna, Michael Collins, americano nato a Roma, pilota del modulo di comando. Dopo quattro giorni di viaggio, dopo essersi sganciato dal modulo di comando Columbia, il lem con Armstrong e Aldrin atterrò alle 22:17 del 20 luglio in una zona nel Mare della Tranquillità.

Aldrin_Apollo_11Il portello del modulo lunare fu aperto alle 22:39 del 20 luglio (le 4:39 del mattino del giorno seguente in Italia), e Armstrong iniziò a scendere i nove scalini della scaletta. Lunghi mesi di allenamento in quello che poteva sembrare un esercizio facile non furono sufficienti a dare sicurezza assoluta al comandante della missione, il quale compì movimenti lentissimi per essere certo della presa. La tuta ingombrante, infatti, gli impediva di vedere l’appoggio degli scarponi. Una volta toccata la polverosa superficie lunare, Armstrong poté pronunciare la storica frase “That’s one small step for a man…one giant leap for mankind” (Un piccolo passo per un uomo… un balzo enorme per l’umanità). Venti minuti dopo toccò a Aldrin scendere. Insieme, dopo aver piantato la bandiera degli Stati Uniti, i due astronauti posizionarono una serie di apparecchiature scientifiche e raccolsero i primi campioni di suolo lunare. La prima passeggiata lunare durò due ore e 40 minuti.

Gli Usa avevano vinto la sfida astronautica a distanza con l’Unione Sovietica, ma l’approdo dell’uomo sulla Luna segnò una svolta epocale, innescando una svolta nella cultura scientifica e una rivoluzione tecnologica, di cui ancor’oggi viviamo i benefici. Non altrettanto per ciò che la conquista della Luna ha significato per le generazioni degli anni 60 e 70. Per decenni i detrattori hanno tentato di incutere l’idea che i viaggi sulla Luna fossero una invenzione cinematografica. Si è dovuto ricorrere alle ricognizioni fotografiche delle sonde più recenti in orbita circumlunare per comprovare la presenza delle basi dei moduli lunari delle sei missioni che hanno toccato il suolo. Tra Apollo 11 e Apollo 17, che ha chiuso la prima epopea dell’uomo sulla Luna, c’è stata l’odissea di Apollo 13 con il salvataggio dell’equipaggio che ha fatto storia al punto da definire quella missione “un insuccesso di successo”. Destino particolare, tra tutti i protagonisti del programma Apollo, quello di Jim Lovell, per due volte intorno alla Luna (Apollo 8 e 13) e mai riuscito a scendere. Senza dimenticare i grandi meriti di Werner von Braun, l’ideatore del programma, e il ruolo di Rocco Petrone, l’ingegnere figlio di emigrati italiani che fu direttore delle operazioni di lancio allo John F. Kennedy Space Center della NASA, e dal 1969 direttore dell’intero Programma Apollo.

La NASA guarda a Mars 2020

La NASA guarda a Mars 2020

SPACE NASA ANNOUNCES ROBUST MULTI-YEAR MARS PROGRAM

La NASA accelera nel programma di esplorazione del pianeta rosso, Journey to Mars, che prevede l’arrivo dell’uomo su Marte nel decennio del 2030. Cinque aziende aerospaziali (Boeing, Lockheed Martin Space Systems, Northrop Grumman Aerospace Systems, Orbital e Space Systems) sono state selezionate per la realizzazione di studi propedeutici alla costruzione di un nuovo orbiter destinato a fare rotta verso Marte. Oltre a lavorare alla fornitura di strumenti scientifici supplementari e al miglioramento generale delle funzionalità del nuovo veicolo spaziale, le cinque società prescelte svilupperanno innovazioni rispetto alle funzionalità già presenti sui moduli orbitali attualmente impiegati, in particolare l’acquisizione di immagini ad alta risoluzione della superficie del pianeta rosso e le telecomunicazioni. Gli orbiter di futura generazione potranno avvalersi delle tecnologie più avanzate come la propulsione elettrica solare che garantisce consumi più efficienti ed è in grado di fornire una spinta propulsiva per tempi più lunghi. Il progetto sarà gestito dal Jet Propulsion Laboratory e denominato “Mars Exploration Program Analysis Group”, che ha lo scopo di creare un dialogo tra la comunità scientifica e la NASA per lo sviluppo di nuove proposte. Il gruppo ha redatto sei mesi fa un rapporto focalizzato sugli obiettivi scientifici dei prossimi orbiter marziani: un punto di partenza per i prossimi passi dell’agenzia spaziale americana verso Marte. La NASA ha all’attivo due rover sul pianeta rosso – Curiosity e Opportunity – e tre orbiter MRO, Mars Odissey eMaven, i primi due operativi, il terzo attualmente in stand-by ma pronto a tornare in servizio. Nei prossimi quattro anni è previsto il lancio di altri due rover: InSight che avrà il compito di studiare l’interno del pianeta nel 2018 e Mars 2020, l’erede potenziato di Curiosity, nel 2020. Il 19 ottobre, frattanto, è in programma l’ammartaggio del modulo Schiaparelli della missione Exomars, che promuove l’Italia tra i principali partner dell’ambizioso programma di studio, conoscenza e colonizzazione del pianeta rosso.