da Sorrentino | Feb 2, 2016 | Industria, Primo Piano, Programmi, Stazione Spaziale, Tecnologie
La stampante 3D made in Italy, presente a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, è stata attivata e ha funzionato in modo nominale. L’obiettivo dell’esperimento è creare pezzi di ricambio e strumenti di lavoro direttamente in orbita. Stampare in 3d nello spazio è sempre più una realtà. Lo ha dimostrato l’astronauta Scott Kelly che ha attivato Portable on Board Printer 3D la stampante tridimensionale progettata e realizzata in Italia che ha l’obiettivo di creare pezzi di ricambio e strumenti di lavoro direttamente in orbita. Durante l’esperimento, iniziato alle 13 (ora italiana) del 2 febbraio e durato un’ora, tutto si è svolto in modo nominale ed è stato creato un piccolo oggetto di PLA, una plastica biocompatibile e biodegradabile che, una volta espulsa, permette di comporre le forme 3D. L’intera sessione è stata filmata attraverso una finestra trasparente della stampante stessa, consentendo il monitoraggio visivo da terra. L’oggetto fabbricato verrà comparato con un altro analogo stampato a terra, per poter approfondire le diversità strutturali. La stampante è un oggetto tecnologicamente molto avanzato. Deve sottostare ai vincoli estremamente rigorosi che qualunque hardware a bordo della Stazione Spaziale deve rispettare, per consentirne il funzionamento in assenza di gravità.
“Il progetto ha coinvolto un team coordinato dall’Agenzia Spaziale Italiana, in costante contatto con NASA, composto da tecnici e ricercatori di tre industrie nazionali – ha commentato Gabriele Mascetti responsabile dell’unità Volo Umano e Microgravità dell’ASI – l’utilizzo in orbita della Portable on Board Printer rappresenta una ulteriore dimostrazione della capacità italiana di ambire e raggiungere traguardi di elevato livello, sia in termini di successo tecnologico che di efficace cooperazione internazionale”.
Portable on board printer rappresenta il primo passo verso l’autoproduzione strumenti in orbita. In futuro sarà possibile creare dei veri e propri impianti di produzione digitale e automatizzata a bordo della ISS e di altri veicoli, riducendo notevolmente il costo delle prossime missioni spaziali. L’esperimento della stampante 3D, partito alla volta della ISS a bordo del cargo Cygnus il 6 dicembre 2015 e arrivato a destinazione il 9, è stato ideato da Altran Italia, nel 2013 ha vinto il bando di “Volo Umano Spaziale per Ricerche e Dimostrazioni Tecnologiche sulla Stazione Spaziale Internazionale” promosso dall’ASI. Il progetto ha visto la collaborazione di Altran Italia come prime contractor e responsabile del concept meccanico e di sistema, Thales Alenia Space per gli aspetti di PA/Safety e di integrazione alla ISS e IIT per la caratterizzazione e l’analisi post-flight.
da Sorrentino | Gen 31, 2016 | Attualità, Politica Spaziale, Primo Piano, Recensioni
Prima e dopo Samantha Cristoforetti, c’era, c’è e ci sarà una donna italiana che è tutt’uno con i programmi spaziali. Simonetta Di Pippo, 56 anni, radici nell’Agenzia Spaziale Italiana e già Direttore del Volo Umano presso l’Agenzia Spaziale Europea e consigliere speciale del Direttore Generale dell’ESA, da marzo 2014 è Direttore dell’United Nations Office for Outer Space Affairs (UNOOSA), con sede a Vienna. Grazie a lei, per la prima volta l’Italia è ai vertici dell’organismo responsabile per i programmi dell’ONU di promozione della cooperazione internazionale nel settore spaziale. E a Simonetta Di Pippo il supplemento settimanale del quotidiano La Repubblica, “D”, ha dedicato copertina e servizio di apertura.
“Accedere allo spazio e’ una questione di democrazia. Che a sua volta crea democrazia sulla terra e sempre più’ la creera’”. Simonetta Di Pippo, astrofisica italiana di fama mondiale e presidente co-fondatrice dell’associazione internazionale Women in Aerospace Europe, lo spiega a D di Repubblica nelle sue vesti di responsabile dell’Ufficio delle Nazioni Unite che si occupa di questioni spaziali. Per questo “e’ necessario che l’accessibilità dello spazio sia tutelata. Che avvenga in maniera sostenibile e che progredisca. Simonetta Di Pippo – scrive D – è lì, nel posto chiave delle Nazionì Uni¬te dove già oggi si lavora per questo. “Il motivo per cui questo lavoro mi appassiona è che siamo in un momento chiave e c’e’ da pensare al futuro”. La sua astrodiplomazia comincia dai satelliti che girano intorno allaTerra e che devono essere impiegati anche laddove i nostri problemi di smartphone o di film on demand non sono prioritari.
L’UNOOSA usa infatti quei dati “per intervenire durante i disastri naturali, come alluvioni, frane, terremoti. Oppure per pianificare la ricostruzione, ed evitare che alla piena successiva le case si trovino di nuovo li, dove il fiume tornerà a esondare. Ma gli stessi dati possiamo anche usarli per l’agricoltura, quando si devono strappare i campi al deserto che avanza. Oppure per individuare villaggi di profughi che si sono installati nel Sahara all’insaputa di tutti. E così via”.
E’ un lavoro non sempre lineare: “Perché ci sono paesi – spiega – in cui le condizioni di vita medie sono arretrate, ma che hanno eccellenti programmi spaziali. Come l’India. Difficile definirla terzo mondo, se parliamo dell’India che è arrivata su Marte con la sonda Mangalyaan, senza sbagliare un colpo e spendendo quasi dieci volte meno di quello che ha speso la Nasa per la sua analoga missione”. Ma il punto per la Di Pippo è anche questo: “L’astrodiplomazia interviene su una geografia diversa da quella che vediamo noi, e nello spa¬ zio le cose in genere vanno un po’ meglio che quaggiù”. Un esempio? Stati Uniti e Russia, in questo periodo, sul¬la Terra non vanno molto d’accordo, invece «nello spazio lavorano insieme, in pace. E devono continuare a farlo, prosegue la Di Pippo insistendo sul “devono”.
da Sorrentino | Gen 31, 2016 | Primo Piano, Programmi, Recensioni
C’è spazio per lo Spazio. Nella ricerca e tecnologia come nel lessico. Termini come “navetta”o “navicella” o “capsula”, “piattaforma satellitare”, “vettore spaziale”, sono entrati a fare parte da tempo del linguaggio comune. Il processo di penetrazione del gergo utilizzato nel racconto delle missioni e dei programmi spaziali è in atto dai tempi della conquista della Luna, ma solo con l’avvento dell’informazione digitale e dei social network ha conosciuto un progressivo riconoscimento. Ultimo esempio, in ordine di tempo e in via di pubblicazione, è l’inserimento del progetto HYPLANE, sostenuto da Center for Near Space affiliato all’Italian Institute for the Future, che ha trovato ufficialmente spazio come “progetto italiano” nel lemma Turismo Spaziale della IX Appendice dell’Enciclopedia Italiana Treccani.
da Sorrentino | Gen 28, 2016 | Missioni, Primo Piano
La missione STS-51-L del programma Space Shuttle avrebbe dovuto rappresentare un nuovo capitolo dell’era astronautica, con l’esordio in orbita di una insegnante, simbolo dell’avvicinamento della sfera didattica al mondo spaziale. Invece le cose andarono diversamente e, dopo una serie di rinvii, il 28 gennaio 1986 il lancio della navetta Challenger finì in tragedia. Tra i sette membri d’equipaggio c’era la 38enne maestra Sharon Christa McAuliffe, selezionata tra 11000 candidati, che si preparava a trasformare lo shuttle in una speciale aula didattica nell’ambito del programma Teacher in Space, collegandosi via satellite con le aule a terra. La missione era stata accompagnata da una ritrovata eco mediatica, meno di cinque anni dopo l’avvio dell’impiego dei veicoli orbitali riutilizzabili. Il lancio in diretta tv si trasformò in un terribile documento. La fase di salita del Challenger si interruppe 73 secondi dopo il lancio, avvenuto alle 11:39 del mattino dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral. A causare la tragedia e la disintegrazione della navetta, insieme al serbatoio principale di combustibile, un guasto a una guarnizione (chiamata O-ring) del segmento inferiore del razzo a propellente solido. A bordo della navetta, alla sua decima missione, c’erano sette astronauti: il comandante Francis Scobee (47 anni), il pilota Michael Smith (41), gli specialisti di missione Judith Resnik (37), Ronald McNair (36) e Ellison Onizuka (40), lo specialista di carico Gregory Jarvis (42) e, appunto, Sharon Christa McAuliffe, mamma di due bambini, alla quale poi sono stati dedicati l’asteroide 3352 McAuliffe e un cratere lunare di 19 km di diametro. La famiglia della maestra e il mondo della scuola a cui essa apparteneva assistettero dalle tribune del Kennedy Space Center alla deflagrazione nel cielo al largo della costa della Florida. Il presidente USA, Ronald Reagan, decise di rinviare l’annuale discorso sullo stato dell’Unione e annunciò egli stesso il disastro dalla Casa Bianca citando il sonetto “High Flight” di John Gillespie Magee: “Non li dimenticheremo mai, né l’ultima volta che li vedemmo, questa mattina, mentre si preparavano per il loro viaggio, salutavano e “fuggivano dalla scontrosa superficie della Terra” per “sfiorare il volto di Dio”.
Le conseguenze della tragedia determinarono la sospensione delle attività spaziali della NASA, che ripresero solo il 29 settembre 1988 con la missione dello Space Shuttle Discovery denominata “Ritorno al volo” STS-26. Quello del Challenger rimase per 17 anni l’incidente più grave nella storia delle missioni umane nello spazio, pareggiato purtroppo dalla perdita altrettanto tragica del Columbia, esploso il primo febbraio 2003.
da Sorrentino | Gen 28, 2016 | Lanci, Primo Piano, Servizi Satellitari
Il primo lancio del 2016, perfettamente riuscito, di Ariane 5 permette di festeggiare nel migliore dei modi i vent’anni di attività del razzo vettore europeo, che ha inanellato la 84esima missione della sua storia, corrispondente alla 273esima realizzata dalla famiglia europea dei lanciatori di cui fa parte anche il Vega, lanciatore di piccoli satelliti a forte componente italiana, sviluppato e prodotto da Avio. A fornire la spinta necessaria ad Ariane 5 nei primi 120 secondi dal decollo sono i motori ausiliari di Avio. Venti minuti dopo la mezzanotte (ora italiana) del 28 gennaio, Ariane 5 si è sollevato dalla piattaforma nello spazioporto di Kourou nella Guyana Francese per portare in orbita il satellite per telecomunicazioni Intelsat-29E, del peso di 6.552 kg, destinato a operare dal punto geostazionario per 15 anni e fornire servizi di connessione rapida a utenti governativi e agli operatori nel campo delle reti di telefonia mobile e nel settore delle applicazioni per la mobilità aeronautica e marittima, garantendo la copertura delle Americhe e soprattutto del nord Atlantico. Si tratta del primo di due satelliti Intelsat di nuova generazione il cui lancio è stato programmato nel 2016, anno in cui sono previste otto missioni di Ariane 5 su un totale di undici gestiti da Arianespace. Dal 1980 sono ben 524 i satelliti trasferiti in orbita dal consorzio di lancio europeo, mentre sono 56 i satelliti messi in orbita per conto dell’operatore internazionale Intelsat, la cui collaborazione è iniziata nell’ottobre 1983 con Intelsat 507 a bordo del razzo Ariane 1.