da Sorrentino | Dic 14, 2014 | Politica Spaziale, Primo Piano, Programmi, Servizi Satellitari
Cinquant’anni fa, il 15 dicembre 1964, veniva lanciato in orbita il primo satellite italiano: il San Marco 1. Dopo URSS e USA, l’Italia diventava così il terzo paese al mondo a mettere in orbita un satellite artificiale, entrando da protagonista nella storia della conquista dello spazio. Il San Marco 1 partì dal poligono americano di Wallops Island in Virginia, con un vettore Scout (Sv-137). Collocato su un’orbita ellittica (205 km al perigeo, 820 km all’apoge) era una sfera di 66 centimetri per 115 chilogrammi, in grado di misurare la densità dell’alta atmosfera in modo continuo e con una precisione mai raggiunta prima, attraverso uno strumento scientifico di bordo chiamato Bilancia Broglio, dal nome del suo ideatore il prof. Luigi Broglio. Il satellite venne realizzato nel Centro ricerche aerospaziali dell’Università di Roma e fu il frutto della competenza tecnica accademica associata alla lungimiranza dell’Aeronautica Militare Italiana, due istituzioni che trovarono la loro sintesi nella figura di Luigi Broglio, ufficiale dell’aeronautica e professore universitario, pioniere delle attività spaziali italiane. .
Il lancio del San Marco 1 fu reso possibile dall’accordo di collaborazione bilaterale per la ricerca scientifica e la sperimentazione spaziale tra Italia e Stati Uniti, siglato nel gennaio del 1962, che avrebbe dato slancio alle nuove tecnologie sviluppate nel nostro Paese. Qualche mese prima dell’accordo era nata Telespazio, prima società spaziale italiana, fondata il 18 ottobre 1961, su iniziativa di RAI e Italcable. Telespazio ricoprì subito un ruolo fondamentale nella sperimentazione di nuove forme di telecomunicazioni attraverso i satelliti artificiali tra Italia e Stati Uniti ed è oggi una delle realtà più avanzate al mondo.
Va ricordato che nel 1964, mentre l’Italia si apprestava a lanciare il suo primo satellite, venne formalizzata la creazione delle due strutture spaziali europee, l’ESRO per i satelliti e l’ELDO per i lanciatori, primo passo verso la creazione dell’Agenzia Spaziale Europea, al quale contribuì un altro illustre italiano, il fisico Edoardo Amaldi.
Dopo il San Marco 1 seguirono altri quattro satelliti italiani della stessa serie. Il San Marco 2, lanciato il 26 aprile 1967 (perigeo, 218,46 km; apogeo, 748,91 km) restò in orbita per 171 giorni per un totale di 2680 orbite giri completi intorno alla Terra, effettuando una serie di esperimenti sulla densità dell’aria e sulla ionosfera. Per il terzo satellite italiano, San Marco 3, bisognò attendere il 24 aprile 1971. Aveva bordo una versione avanzata della bilancia di Broglio integrata con due sperimentazioni progettate dalla NASA, e permise di ottenere misure molto accurate della temperatura cinetica dell’atmosfera tra 200 e 400 km di altezza; restò in orbita per 219 giorni, con perigeo e apogeo iniziali di 213,4 e 717,7 km. Un’esperienza replicata dal San Marco 4, lanciato il 18 febbraio 1974. Il quinto e ultimo satellite della serie San Marco (San Marco D/L Spacecraft) fu lanciato il 25 marzo 1988 da un razzo Scout e messo in un’orbita ellittica con perigeo di 263 km e apogeo di 615 km, per lo studio della relazione tra l’attività solare e i fenomeni che si verificano al confine tra termosfera e ionosfera. Il satellite, che rientrò in atmosfera il 6 dicembre 1988 dopo 255 giorni di volo, chiuse anche l’attività di lancio del poligono San Marco.
Il programma nazionale San Marco avrebbe avuto la sua naturale evoluzione in SIRIO (Satellite Italiano per la Ricerca Industriale Operativa), il satellite geostazionario SIRIO progettato per esperimenti di telecomunicazioni, che vide la partecipazione di varie industrie italiane operanti nel settore aerospaziale. I due programmi aprirono la strada alla definizione del primo piano spaziale nazionale a lungo termine, che portò alla fondazione dell’Agenzia spaziale italiana.
Il 16 dicembre 2014, nella sede dell’Agenzia Spaziale a Roma, la celebrazione del 50° anniversario del lancio del San Marco 1, evento organizzato dall’Aeronautica Militare, dall’ASI e dal Centro Studi Militari Aeronautici “Giulio Douhet”, con la collaborazione dell’Università di Roma 1.
da Sorrentino | Dic 12, 2014 | Attualità, Eventi, Missioni, Primo Piano, Stazione Spaziale
Al 19esimo giorno della missione Futura, Samantha Cristoforetti ha tenuto la prima inflight-call in collegamento con l’auditorium dell’Agenzia Spaziale Italiana a Roma e per venti minuti ha esternato tutte le sue emozioni e raccontato con dovizia di particolari e curiosità la sua vita a bordo della stazione spaziale internazionale. L’atteggiamento di AstroSamantha è davvero e incredibilmente fuori dal comune. Avevamo già familiarizzato con l’ebbrezza dell’attesa della prima donna astronauta italiana, la quale, fin dal primo giorno di addestramento, ha condiviso i momenti, descrivendo il modo nuovo e diverso di approcciare le situazioni destinate a manifestarsi una volta in orbita. Il sorriso e la serenità di Samantha sono fonte di contagio e a queste espressioni naturali si accompagna la conoscenza delle attività a cui è stata destinata. Dotata di una eccezionale capacità di divulgazione, non perde occasione per esternare le sue emozioni, che diventano uno straordinario strumento di promozione di quanto l’Italia ha messo in campo per realizzare questa e altre imprese spaziali. Nei venti minuti di conferenza dalla quota di 400 km Samantha Cristoforetti dice senza ripetersi, nonostante la pioggia di messaggi diffusi attraverso twitter e l’account Avamposto42, che contano oltre 200mila follone.
“Quassù ci sono molte attività di routine, ma c’è sempre da imparare ed è tutto molto interessante – ammette – E mi interessa in particolare diventare ogni giorno di più una creatura dello Spazio”. Non c’è nostalgia della Terra, cancellata dalla straordinaria e privilegiata visione dell’Italia e dai passaggi ciclici sulle aree del globo terraacqueo che si possono ammirare dalla cupola, benché ella stessa ammetta di non essere del tutto preparata in geografia. La vita a bordo è una sequenze di momenti belli ed emozionanti e tutto sembra assorbirti. Samantha ha portato con sé libri di Gianni Rodari, Italo Calvino e Antoine Saint-Exupery senza averli ancora sfogliati. Ci sarà tempo di leggerli, magari proprio affacciata sulla cupola, una finestra aperta sul palcoscenico del pianeta azzurro.
“Dal mio Paese ho avuto moltissimo- spiega – Devo all’Italia e a tutti gli italiani se sono qui sulla stazione. Il mio augurio è che tutti gli italiani possano dire lo stesso”. A bordo c’è già atmosfera di Natale con un alberello di Natale e le calze della Befana dove ciascun astronauta mette “qualche piccolo dono” per i colleghi.
Gli impegni si susseguono e l’agenda di bordo è piena. Samantha racconta la sostituzione di un’unità di supporto vitale a una delle tute Emu che saranno indossate durante le attività extraveicolari. Un lavoro certosino, portato a buon fine. Come lo saranno gli altri.
Guarda la inflight-call
da Sorrentino | Dic 11, 2014 | Industria, Primo Piano
Il cammino della città e del territorio de L’Aquila nell’alta tecnologia nasce dal polo elettronico e si evolve con lo sviluppo delle tecnologie spaziali, fino a quando il tragico terremoto del 6 Aprile 2009 segna indelebilmente il tessuto sociale ed economico locale. Una delle iniziative di rilancio è rappresentata dal nuovo stabilimento della Thales Alenia Space, che si impegna a mantenere la produzione in un territorio nel quale l’azienda è presente da oltre trent’anni, trasformando la tragedia in opportunità. A un anno dall’ inaugurazione del sito industriale Thales Alenia Space di L’Aquila, il 10 dicembre 2014 è stato presentato il Libro dal titolo “L’Aquila nello Spazio, il cuore della tecnologia satellitare”, edito da Mondadori Electa. La ricostruzione del sito ha consentito di mantenere sul territorio e di valorizzare un patrimonio di competenze tra i più avanzati nel mondo.
“Il terremoto del 6 Aprile è stato un evento tragico ma significativo nella storia della nostra Azienda, – ha dichiarato Elisio Prette, Presidente e Amministratore Delegato di Thales Alenia Space Italia – perché da quel momento è iniziato un cammino, un percorso fatto di tappe concrete, sfide vinte e obiettivi raggiunti, che ci ha portato fino alla celebrazione di un sito innovativo e all’avanguardia e della intensa ed eccellente attività tecnologica che in esso si svolge”. Ad un anno dalla sua inaugurazione, lo stabilimento aquilano è totalmente funzionante. Simbolo di una rinascita industriale con nuovi orizzonti e nuove opportunità, è il cuore dell’intera Thales Alenia Space nel suo contesto internazionale, fortemente impegnato in tutti quei programmi, come ExoMars e COSMO-SkyMed, che rappresentano il futuro del settore spaziale.
Nel sito si svolgono attività di sviluppo tecnologico, di industrializzazione dei prodotti, nonché la completa produzione di equipaggiamenti elettronici, ibridi, antenne e strutture in materiale composito per una vasta tipologia di applicazioni per lo spazio, come telerilevamento, telecomunicazioni, applicazioni radar per difesa e sicurezza. Le aree produttive sono state progettate con criteri di Lean Design con l’obiettivo di ottenere flussi di lavoro continui, ottimizzati e con elevata riconfigurabilità tali da soddisfare esigenze di variazione di volume di produzione e tecnologiche. La nuova struttura conta circa 300 dipendenti ed accoglie non solo la produzione storica di Thales Alenia Space, ma anche nuove linee produttive dedicate in particolare alla realizzazione di antenne satellitari SAR, leggere e di grandi dimensioni.
Attualmente il sito aquilano è impegnato nell’ingente produzione di moduli di trasmissione e ricezione (moduli TR), dei computer di bordo e dell’elettronica di controllo dell’ Antenna di missione della costellazione per telecomunicazioni del cliente americano Iridium Next, di importanti elementi per sonde interplanetarie di esplorazione dello spazio profondo come Bepi Colombo e Solar Orbiter. Sono inoltre, in fase di realizzazione apparati di TTC (Tracking Telemetry Command) per satelliti commerciali, moduli TR per telerilevamento radar per il programma Italo argentino SIASGE e le Antenne di Navigazione del Programma Galileo. Saranno prodotti, proprio nel sito Thales Alenia Space di L’Aquila, importanti elementi dei satelliti della costellazione italiana Cosmo Seconda Generazione, in particolare dell’Antenna Attiva, quindi moduli TR in banda X e larga parte dell’elettronica di controllo e gli strumenti del sottosistema radar.
Rilevante è anche il contributo fornito nell’ambito del Programma ExoMars per l’esplorazione di Marte con la realizzazione dell’antenna principale ad alto guadagno e nell’ambito del Programma europeo di Osservazione della Terra Copernicus, per i satelliti Sentinel1A e 1B, attraverso la realizzazione degli elementi chiave del radar di osservazione come i moduli TR in banda C.
da Sorrentino | Dic 10, 2014 | Industria, Politica Spaziale, Primo Piano
Le importanti ricadute sulle attività del CIRA derivanti dal successo ottenuto dall’Italia alla Ministeriale ESA del 2 dicembre 2014, sono state presentate dal prof. Roberto Battiston, Presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, nel corso di un seminario che si è tenuto presso il Centro di Capua. Il prof. Battiston, che insieme al Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca Stefania Giannini, ha rappresentato l’Italia alla Conferenza che ha riunito a Lussemburgo i Ministri dei 20 paesi membri dell’Agenzia Spaziale Europea, ha sottolineato il coinvolgimento del CIRA in tutti i principali programmi di medio e lungo termine, a cui partecipa l’Italia, varati dalla Ministeriale.
A partire dall’accesso europeo allo spazio con una nuova generazione di lanciatori Ariane 6 e Vega C, alla prosecuzione del programma Exomars che prevede due missioni sul pianeta rosso entro il 2018. I lanciatori avranno entrambi un unico motore, il P120, che sarà sviluppato da Avio anche con la partecipazione del CIRA che da tempo collabora con l’azienda di Colleferro nel campo della propulsione spaziale. Per quanto riguarda Marte, il CIRA ha già svolto in passato delle prove per verificare l’efficacia degli airbag che consentiranno al lander di arrivare sulla superficie del pianeta rosso senza danni e continuerà a dare il suo contributo in tema materiali di protezione termica e di prove di simulazione di ingresso nell’atmosfera di Marte. Il maggiore successo per il CIRA è, però, rappresentato dalla decisione, sottoscritta da tutti i più importanti paesi, di finanziare il programma PRIDE che prevede lo sviluppo di tecnologie per i veicoli spaziali automatici con capacità di rientro sulla terra.
Per questo programma il CIRA intende sfruttare le competenze e i risultati acquisiti con le due missioni svolte nell’ambito del programma nazionale USV (unmanned space vehicle) e con il programma ESA-IXV (intermediate experimental vehicle) per il quale il Centro ha avuto e continua ad avere un ruolo importante, sia durante la fase di sperimentazione in volo del prototipo in scala reale della navicella IXV, sia nella attuale fase di esecuzione della missione finale che si svolgerà a febbraio 2015, fornendo assistenza tecnica all’ESA attraverso la presenza di propri ricercatori al Team di Progetto impegnato nelle operazioni di lancio presso la Base di Kourou.
Per le sue competenze professionali e per i suoi impianti, il CIRA entra a pieno titolo nella strategia dell’Agenzia Spaziale Italiana – ha dichiarato il prof Roberto Battiston, secondo il quale “il bilancio della ministeriale appena conclusa è più che positivo, superiore alle aspettative, per l’Europa e per l’Italia spaziale dei prossimi anni. Una grande affermazione soprattutto per il nostro Paese e un appuntamento che si è chiuso nel segno di Vega, che diventa il punto di riferimento nella famiglia dei lanciatori europei. Questo grazie al motore solido del P120, sviluppato da Avio a Colleferro e di derivazione dal P80, che sarà impiegato sia per i nuovi vettori Ariane sia per Vega. Questo si tradurrà in positivi effetti e notevoli ritorni per la nostra industria. Parliamo di un investimento di 8 miliardi in 10 anni. L’Italia diventa, così, centrale anche per garantire all’Europa l’accesso allo spazio, competitivo e adatto alla situazione di evoluzione mondiale in rapido cambiamento. Note positive derivano anche dagli altri due temi sul tappeto, ExoMars e la Stazione Spaziale Internazionale. A Lussemburgo – ha concluso Battiston – abbiamo visto l’Europa che ci piace, un grande gioco di squadra che ha aperto la strada al futuro di crescita e di sviluppo ulteriore delle attività spaziali del nostro continente”.
“Il Presidente Battiston ci ha portato splendide notizie – ha sottolineato Luigi Carrino, presidente del CIRA – l’Italia esce dalla Ministeriale europea dello spazio con importanti risultati e ottime prospettive per la ricerca e l’industria del settore. L’attenzione che il Ministro Giannini e il Presidente Battiston hanno riservato alle capacità del CIRA, consente al nostro Centro un piano di attività che prevede impegni in tutti i programmi di interesse italiano”.
La visita del presidente ASI, Roberto Battiston, coincide con la nomina dell’Ing. Mario Cosmo, fino al 2014 Direttore Tecnico dell’Agenzia Spaziale Italiana, a Direttore Generale del Centro Italiano di Ricerche Aerospaziali.
(nella foto: Roberto Battiston e Luigi Carrino con i ricercatori del CIRA)
da Sorrentino | Dic 7, 2014 | Astronomia, Missioni, Primo Piano
Sono trascorsi quasi nove anni dalla partenza della sonda New Horizons della Nasa, lanciata il 19 gennaio 2006 e diretta verso Plutone, ultimo avamposto del sistema solare nel frattempo declassato a pianetino ma pur sempre oggetto cosmico da indagare. Da allora ha percorso 4,8 miliardi di chilometri ed è arrivata quasi a destinazione avendo trascorso il 30 per cento del suo lungo viaggo in stato di ibernazione. Alle 21 ora italiana di sabato 6 dicembre 2014, come da programma, è stata risvegliata al suono della voce registrata del tenore inglese Russell Watson, che ha eseguito il brano “Where My Heart Will Take Me”. La conferma del ritorno all’attività e della riaccensione del cervello elettronico della sonda è arrivata alla Nasa attraverso il centro di controllo situato a Canberra, in Australia. Il segnale di riattivazione è stato captato quattro ore e 26 minuti, tempo necessario a percorrere la distanza che separa New Horizons dalla Terra, quando mancavano 260 milioni di chilometri al contatto ravvicinato con Plutone. La sonda si troverà alla minima distanza dal corpo planetario il 14 luglio 2015, ma avrà cominciato già a osservarlo insieme alle sue lune a partire da gennaio 2015. Le prime immagini in primo piano di Plutone sono attese a metà del mese di maggio. A bordo, tra i sette strumenti più importanti, c’è una fotocamera telescopica ad alta risoluzione, uno spettrometro per lo studio dei gas e un apparato a onde radio che consente di analizzare l’atmosfera di Plutone. Lo studio di un pianeta nano ghiacciato, con un raggio di soli 1190 chilometri che orbita a una distanza 40 volte maggiore a quella che separa la Terra dal Sole, è fondamentale per ricostruire la formazione del sistema solare. Per la sonda New Horizons sarà solo una tappa perchè il suo viaggio proseguirà verso la cintura di Kuiper, la cosiddetta culla delle comete, all’interno della quale sono stati scoperti molti altri pianetini, che sarà oggetto di esplorazione prolungata dal 2016 al 2020. Una missione suggestiva e ambiziosa, che permetterà di addentrarsi nella regione più lontana e sconosciuta ai limiti del nostro sistema solare.
da Sorrentino | Dic 5, 2014 | Missioni, Primo Piano, Programmi
Il primo volo della capsula Orion è iniziato come da programma alle 13:05 ora italiana di venerdì 5 dicembre 2014 dalla base di lancio di Cape Canaveral, in Florida. Dopo quattro rinvii consecutivi, ultimo in ordine di tempo quello di giovedì 4 dicembre causato da un problema tecnico a una delle valvole del serbatoio a idrogeno oltre da forti venti, il primo veicolo sviluppato per trasferire l’uomo nello spazio, dopo il pensionamento degli Space Shuttle, ha effettuato con succeesso il test di validazione. In realtà Orion non è il sostituto delle navette riutilizzabili, ma un sistema di lancio sviluppato con l’obiettivo di trasportare astronauti oltre l’orbita terrestre e permettere a un equipaggio di conquistare Marte. Orion ha esordito con un volo automatico, senza persone a bordo, e i primi astronauti dovrebbero essere occupare la capsula nel 2021 quando si ipotizza di catturare un asteroide e recuperarne campioni, per poi traguardare il Pianeta Rosso non prima del 2030. Lo spettacolo del lancio di Orion, ovvero il via alla missione Exploration Flight Test 1, avvenuto con la spinta del razzo Delta IV, ha richiamato intorno al Kennedy Space Center di Cape Canaveral la folla che mancava dai tempi del programma Apollo e del primo volo dello Space Shuttle avvenuto il 12 aprile 1981. Per una serie di coincidenze, il primo volo di Orion coincide con il 16esimo anniversario del lancio del primo modulo americano della Stazione spaziale internazionale, trasportato dallo shuttle Endeavour. Il programma della missione ha previsto due orbite complete intorno alla Terra a una quota massima di 5.793 chilometri e il rientro nell’atmosfera a una velocità di oltre 32mila chilometri orari con ammaraggio nell’oceano Pacifico dopo 4 ore e 24 minuti di volo e successivo recupero da parte delle navi della Marina Usa.
Il passo successivo è rappresentato dallo sviluppo del nuovo e potente razzo vettore che prende il nome di Space Launch System (SLS), basato sulla propulsione fornita dall’Agenzia Spaziale Europea, che sarà sulla rampa di lancio nel 2018 con l’obiettivo di raggiungere e circumnavigare la Luna, sempre in modo automatico. L’ultima missione di un veicolo spaziale con astronauti a bordo in viaggio al di fuori dell’orbita terrestre risale a dicembre 1972 con Apollo 17, che rappresentò l’ultima tappa sulla Luna. Rispetto all’angusta capsula che permise all’uomo di mettere piede sul nostro satellite naturale, Orion può ospitare fino a sei astronauti e sarà utilizzabile per una decina di missioni. capsula Orion Multi-Purpose Crew Vehicle è sviluppata dalla Lockheed Martin.