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Samantha Cristoforetti è in orbita

Samantha Cristoforetti è in orbita

equipaggio 42Lancio perfetto da Baikonour. Il razzo Soyuz ha portato in orbita Samantha Cristoforetti, ingegnere di bordo della missione Expedition 42 e prima donna astronauta italiana. Con lei ci sono l’astronauta statunitense Terry W. Virts e il cosmonauta russo Anton Shkaplerov, pronti a unirsi agli altri tre astronauti che vivono da qualche mese sulla Stazione Spaziale Internazionale. La partenza è avvenuta alle 22:01 e alla 22:10 le telecamere all’interno della capsula hanno mostrato il pupazzo mascotte galleggiare, a conferma del raggiungimento dell’orbita e dello stato di assenza di gravità. La missione Futura inizia cinquant’anni dopo il lancio del satellite San Marco che segnò l’ingresso dell’Italia nell’Olimpo dello spazio dopo l’allora Unione Sovietica e gli Stati Uniti. Meno di nove minuti dopo la partenza, la Soyuz era a 208 chilometri dalla Terra, quota alla quale è avvenuta la separazione del terzo stadio e l’inserimento in orbita, alla velocità di 25mila chilometri all’ora. Subito dopo l’inizio della rincorsa alla Stazione Spaziale Internazionale, che si trova a un’altezza di circa 400 chilometri e viaggia a 28mila chilometri l’ora. Dopo aver girato per quattro volte intorno alla Terra, in circa sei ore, l’approdo della Soyuz alla Iss previsto alle 3:53 del mattino in Italia. Dopo l’aggancio alla Stazione Spaziale Internazionale, i tre astronauti equilibreranno la pressione nella navicella con quella della Iss, si toglieranno le tute spaziali e faranno il loro ingresso in quella che per i prossimi sei mesi sarà la loro casa. “Con valore verso le stelle” si legge nella bandiera celebrativa mostrata dal gen. Preziosa, capo di stato maggiore dell’Aeronautica Militare Italiana, nel corso della diretta tv dalla sede dell’Agenzia Spaziale Italiana, presenti il presidente Roberto Battiston, il ministro della ricerca Giannini, il Direttore dei Voli abitati dell’ESA Thomas Reiter e gli astronauti italiani Luca Parmitano, Roberto Vittori e Paolo Nespoli. Un buon auspicio per la missione di lunga durata che attende Samantha Cristoforetti.

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Futura sulla rampa di lancio

Futura sulla rampa di lancio

Samantha_s_Sokol_suitE’ arrivato il momento della missione Futura. Il giorno del lancio è domenica 23 novembre, il momento le 22:01 ora italiana, la base è il cosmodromo di Bajkonour in Kazahkistan. Samantha Cristoforetti, prima astronauta italiana, è pronta a trasferirsi per sei mesi a bordo della stazione spaziale internazionale. Seduta sul sedile di sinistra della Soyuz TmA-15M, con addosso la tuta pressurizzata “Sokol” con cui ha familiarizzato a lungo, volerà in orbita insieme al comandante della Expedition 42, il russo Anton Skhaplerov, e all’americano Terry Virts, come lei ingegnere di bordo, con i quali condivide i 5 metri cubi di volume dell’abitacolo. Otto minuti e 45 secondi dopo il distacco dalla rampa, il terzo stadio del razzo vettore Sojuz si separerà e da quel momento la navicella sarà in orbita alla velocità di 28.800 km orari, a una quota più bassa rispetto a quella del complesso orbitale che sarà raggiunto sei ore dopo il lancio. L’aggancio è previsto alle 03:53 di lunedi mattina e l’apertura del portellone di collegamento al modulo di attracco della stazione spaziale intorno alle 05:00. Samantha Cristoforetti è la 59esima donna a sperimentare l’assenza di gravità e la sua permanente in orbita potrà essere seguita attraverso il sito web “Avamposto 42”. A lei toccherà eseguira una molteplicità di esperimenti, tra cui dieci sotto la responsabilità dell’Agenzia Spaziale Italiana.

LA BROCHURE DELLA MISSIONE FUTURA

EVENTO LIVE SU www.asitv.it

Expedition 42 orbiter

La scheda di Samantha Cristoforetti

Nata a Milano ma cresciuta a Malè in provincia di Trento, Samantha Cristoforetti è uno dei sei astronauti selezionati nel 2009 ESA dall’Agenzia Spaziale Europea. Si è laureata a Monaco in ingegneria meccanica con una specializzazione in propulsione spaziale e strutture leggere e, come parte dei suoi studi, ha frequentato sia l’Ecole Nationale Supérieure de l’Aéronautique et de l’Espace di Tolosa sia, per dieci mesi, la Mendeleev University of Chemical Technologies a Mosca, dove ha scritto la sua tesi di Master in propellenti solidi per razzi.

La sua carriera in Aeronautica Militare comincia nel 2001, con la frequenza del Corso Regolare presso l’Accademia di Pozzuoli. Nel 2005, con grado di Tenente, viene inviata alla scuola di volo Euro-NATO Joint Jet Pilot Training, dove consegue il brevetto di pilota militare.Tornata in Italia, è assegnata al 51° Stormo di Istrana su velivolo AM-X.  È stata selezionata come astronauta ESA nel 2009 e ha completato l’addestramento di base nel novembre del 2010. Nel 2011, in qualità di Reserve Astronaut per ESA,  ha iniziato il suo addestramento ai sistemi della Stazione Spaziale Internazionale (ISS), quello per le EVA (le “passeggiate spaziali”) e quello per le operazioni robotiche. Si è inoltre qualificata come primo ingegnere di volo sui veicolo Soyuz, un ruolo simile a un co-pilota. A luglio 2012 è stata assegnata alla missione “Futura” dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) a bordo della ISS.

Un buco nero al rallenty

Un buco nero al rallenty

BlazarJet-medCi sono ‘motori’ nell’universo capaci di rilasciare enormi quantità di energia con un’efficienza straordinaria. Queste centrali energetiche naturali sono i buchi neri in rapidissima rotazione che, quando rallentano, possono arrivare a convertire fino al 29 per cento della loro massa in energia. Energia che alimenta i potentissimi getti di particelle emessi dai loro poli, fenomeni che possono prolungarsi anche per centinaia di milioni  di anni. Questi i risultati di uno studio condotto da ricercatori italiani, guidati da Gabriele Ghisellini dell’INAF-Osservatorio Astronomico di Brera e pubblicato nell’ultimo numero della rivista Nature. La scoperta dei ricercatori parte dall’estesa analisi delle proprietà dei buchi neri di grande massa, che si trovano nelle regioni centrali delle galassie. In media, su dieci di questi buchi neri supermassicci che accrescono materia da un disco di gas e polveri che li circonda, ce n’è uno che, oltre ad ingurgitare enormi quantità di massa, riesce ad espellerne una parte in due getti, che si allontanano in direzioni opposte dai suoi poli. La materia che fluisce in questi getti viene accelerata a velocità molto prossime a quella della luce. Come ci riesca, non è ancora chiaro, ma non c’è dubbio che lo faccia. L’emissione di questi getti, prodotta dal plasma che si muove, è fortemente collimata nella direzione del moto, come un faro. Se ci punta contro, vediamo sorgenti brillantissime, mentre se punta in altre direzioni, le stesse sorgenti diventano molto deboli.

«Quello che abbiamo fatto è stato di calcolare la potenza che questi getti devono avere per produrre la radiazione che vediamo, e confrontarla con la luminosità rilasciata dalla materia che precipita sul buco nero» spiega Ghisellini. «Abbiamo trovato che il getto vince: la sua potenza è maggiore di quella prodotta dalla materia che cade verso il buco nero. Questo indica che siamo di fronte a un nuovo tipo di motore, assai più efficiente di quelli finora conosciuti. Per scoprire quale può essere, dobbiamo pensare quali fonti di energia sono disponibili. Così scopriamo che effettivamente c’è un “deposito” di energia, contenuta nella rotazione del buco nero. Si dice spesso che un buco nero “non ha capelli”, intendendo con questo che ha solo tre proprietà: la sua massa, la sua carica, e infine la sua rotazione». Ebbene, la sua rotazione può fornire energia. E non poca: il 29 per cento della massa totale di un buco nero che ruota alla massima velocità possibile può essere convertito in energia. Una quantità enorme, in grado di far funzionare un getto anche per qualche miliardo di anni. Un’efficienza superiore anche a quella del processo con il quale gli stessi buchi neri convertono in energia la materia che cade su di essi dal loro disco di accrescimento, che si attesta intorno al 10 per cento. Il problema è comprendere i meccanismi che permettono di attingere a questo immenso deposito di energia, legato alla rotazione forsennata del buco nero. L’idea che incontra il maggiore favore, tra gli addetti ai lavori, è supporre che il campo magnetico prodotto dalla materia che sta cadendo sul buco nero riesca a “frenare” la sua rotazione. L’energia persa da questo frenamento può venire usata per produrre e accelerare il getto. Quindi ci dovrebbe essere un legame tra accrescimento e getto. «Se la quantità di materia che cade aumenta, aumenta anche il campo magnetico prodotto, e quindi anche il “frenamento” del buco nero, che così può produrre un getto più potente – continua Ghisellini. Ma perché questo succede solo nel dieci per cento dei casi? Non lo sappiamo: è il prossimo enigma da risolvere».

Il team che ha condotto lo studio, pubblicato sul numero del 20 novembre 2014 della rivista Nature nell’articolo “The power of relativistic jets is larger than the luminosity of their accretion disks”, oltre Gabriele Ghisellini dell’INAF-Osservatorio Astronomico di Brera, è composto da Fabrizio Tavecchio e Laura Maraschi (INAF-Osservatorio Astronomico di Brera), Annalisa Celotti (Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati, Trieste e associata INAF) e Tullia Sbarrato (Università dell’Insubria e associata INAF).

 

Monitoraggio sismico: ASI partner della Cina

Monitoraggio sismico: ASI partner della Cina

Asia_satellite_planePechino ha ospitato dal 13 al 16 novembre 2014 un workshop internazionale, organizzato in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana, dedicato alla la prima piattaforma spaziale del sistema cinese di monitoraggio sismico CSES (China Seismo-Electromagnetism Satellite), finanziata dalla CNSA (China National Space Administration. CSES ha a bordo 8 strumenti per la misura del campo elettromagnetico, i parametri del plasma ionosferico e le particelle alle alte energie. I principali obiettivi della missione sono l’identificazione delle perturbazioni ionosferiche collegate con i terremoti di forte intensità, lo studio dei meccanismi di accoppiamento tra litosfera-atmosfera e ionosfera e l’esplorazione di nuove tecniche per il monitoraggio e la predizione a breve termine dei terremoti. La realizzazione della missione prevede il coinvolgimento di numerosi centri, università e istituti di ricerca cinesi e la cooperazione internazionale con l’Austria e l’Italia. Nel 2013 l’ASI e la CNSA hanno firmato un protocollo d’intesa per stabilire la partecipazione italiana nella realizzazione del primo satellite del sistema.

Il contributo italiano consiste nella progettazione, realizzazione, test e consegna del rivelatore di particelle (HEPD), nella collaborazione alla realizzazione del rivelatore di campo elettrico (EFD), nonché nel programma di test in camera a plasma dell’EFD e di altri strumenti realizzati dalla collaborazione cinese.

L’INFN, che ha da tempo avviato una intensa collaborazione scientifica con la CEA (China Earthquake Administration) è il principale partner dell’ASI nella cooperazione con la CNSA. Sono inoltre coinvolti nella cooperazione l’INAF-IAPS di Roma, l’Università di Trento, l’Università Telematica Internazionale UniNettuno (UTIU) e l’INGV per le proprie competenze scientifiche di analisi dati e sviluppi di modelli geofisici.

Con la partecipazione al primo workshop internazionale riguardante la missione CSES, l’ASI ha confermato il proprio impegno a rafforzare la collaborazione con la CNSA, con cui, dopo il protocollo del 2013, ha sottoscritto nel luglio 2014 una lettera di intenti per creare un Joint Space Cooperation Committee per identificare ulteriori aree di cooperazione bilaterale. La nascita delle relazioni tra Italia e Cina in campo spaziale risale agli anni Ottanta, con la collaborazione per SIRIO, satellite italiano di telecomunicazioni.

Il primo CSES workshop si è focalizzato, tra l’altro, su questioni tecniche relative ai segmenti di terra e spaziale di CSES, su case-study relativi ai terremoti e sull’approfondimento dei più recenti sviluppi nell’ambito delle perturbazioni ionosferiche.

Numerosi gli esperti italiani presenti all’evento, in occasione del quale si è tenuta anche la prima riunione del Comitato Scientifico della missione, che annovera componenti del nostro Paese.

L’ASI è stata rappresentata da Simona Zoffoli dell’Unità Osservazione della Terra. Nel corso del meeting è stato fatto anche il punto sulle attività di CSES svolte durante l’ultimo anno, che stanno procedendo in maniera concreta ed efficace.

Philae si è addormentato. Si risveglierà con il Sole

Philae si è addormentato. Si risveglierà con il Sole

Philae_touchdownIl lander Philae ha smesso di trasmettere alle 01:36 (ora italiana) di sabato 15 novembre. Era piena notte quando al centro di controllo della missione Rosetta si sono persi i contatti con la sonda automatica accometata sulla superficie della 67P/Churyumov-Gerasimenko, appoggiata su due delle tre gambe in una zona certamente sconnessa rispetto a quella su cui si è posata la prima volta per poi rimbalzare molto più in là. Una zona d’ombra che non ha permesso ai pannelli solari di ricevere la luce necessaria a mantenere in carica le batterie. Anche le missioni spaziali possono finire in un cul de sac. Ma in questo caso i tecnici dell’Agenzia Spaziale Europea sono riusciti abilmente a trasformare l’imprevisto in successo pieno. Philae ha portato a termine il 90 per cento del suo programma, producendo i dati che permetteranno di conoscere a fondo l’ambiente di una cometa e ottenere quelle informazioni in grado di fornire elementi utili alla comprensione dell’origini della vita sulla Terra. Una missione compiuta a 511 km dal nostro pianeta, che non è ancora finita ma già nei libri di storia dell’astronautica. Essere riusciti ad approdare con una minuscola sonda, carica degli strumenti più sofisticati per l’analisi chimico-fisica, è un’impresa straordinaria. Philae è entrato in modalità stand by, ma sarà pronta a risvegliarsi quando nell’estate 2015 la cometa si avvicinerà al Sole permettendo ai pannelli solari di ricaricare le batterie. Nelle ultime ore di attività è entrata in funzione la trivella che ha perforato la superficie e inserito i campioni nei fornelletti del piccolo laboratorio chimico. Il trapano, progettato e sviluppato in Italia, è uno dei fiori all’occhiello della tecnologia spaziale. Dai centri spaziali dell’ESA a Darmstadt e Tolosa si è lavorato per consentire al lander di effettuare una manovra di rotazione di 35 gradi in modo da uscire almeno parzialmente dalla zona d’ombra e predisporre i pannelli solari a ricevere luce dal Sole .La batteria interna, accreditata di un’autonomia di 60 ore, ha fatto il suo dovere. Si spera che quella secondaria aiuti Philae a risvegliarsi nel viaggio di avvicinamento al Sole.  Tutti i dieci strumenti a bordo del lander hanno funzionato perfettamente e l’analisi dei dati scientifici su materiale solido e gas cometari potranno svelarci l’eventuale presenza di molecole organiche complesse, attraverso lo strumento denominato ). Disponiamo già della prima TAC cometaria della storia. E nei prossimi mesi la sonda madre Rosetta continuerà a seguire la cometa a distanza ravvicinato, pronta a segnalare il risveglio di Philae.

(nella foto artistica: come si immaginava potesse avvenire il touchdown sulla cometa)

Philae alla scoperta della cometa

Philae alla scoperta della cometa

Welcome_to_a_cometLa missione Rosetta ha portato a termine la fase più difficile e il lander Philae è sul nucleo della cometa 67/P Churyumov-Gerasimenko. Ci è arrivato non senza qualche leggero rimbalzo, come ha spiegato Enrico Flamini, coordinatore scientifico dell’Agenzia spaziale italiana, presente al centro di controllo dell’Agenzia spaziale europea a Darmstadt in Germania. Confermato l’orario del primo contatto con la superficie della cometa, alle 16:33 (ora italiana), la cui conferma è arrivata mezz’ora dopo corrispondente al tempo necessario affinché il segnale radio raggiunga la Terra. I responsabili del controllo di missione hanno stabilito successivamente che Philae si sarebbe risollevato fino a 450 metri ricadendo sempre in modo soffice dopo quasi due ore, alle 18:26, a una distanza di 112 metri dal punto della toccata precedente. Un secondo rimbalzo fino a un’altezza di tre metri ha portato il lander nel punto definitivo di accometaggio, otto metri più avanti, alle 18:33. Il lander si trova a una distanza di 120 metri dal punto stabilito, in una posizione non esattamente ideale (probabilmente un avvallamento), ma quel che più conta tutto funziona bene e l’antenna rivolta verso l’alto trasmette perfettamente verso la sonda madre Rosetta, che a sua volta invia i dati verso il centro di controllo a Darmstadt. Tecnici e scienziati si sono preoccupati subito di verificare come sono esposti i pannelli solari, anche per una valutazione della durata delle batterie che hanno un’autonomia di 60 ore. L’assetto non è del tutto chiaro e le tre gambe del lander non sono ancorate probabilmente come si prevedeva, ma tutto lascia propendere per una certa stabilità, per cui si è deciso di dare il via alla trivellazione del suolo cometario. Il lavoro del driller, progettato e sviluppato in Italia, rappresenta la fase operativa più importante una volta completata l’attracco di Philae. Il sistema di acquisizione e distribuzione dei campioni (Sd2), realizzato da Selex Es sotto la responsabilità scientifica di Amalia Ercoli Finzi del Politecnico di Milano, è lo stesso che sarà adottato dalla missione Exomars sul Pianeta Rosso. Il trapano perforerà delicatamente la superficie fino a una profondità di 20 centimetri, raccoglierà i campioni e li posizionerà nei piccoli forni al cui interno saranno riscaldati per analizzarne la composizione.